Tornare a casa con fracasso e trovare sempre i divani occupati

A qualunque ora del giorno (mai della notte) c’è qualcuno che dorme beatamente

29 MAG 26
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Foto di Inside Weather su Unsplash

Ogni volta che torno a casa, urlo: ciaoooo. E lancio le chiavi nel cestino, e sbatto i tacchi con violenza, oppure parlo al telefono più forte che posso (non serve: mia figlia dice che, come la maggior parte delle persone anziane, io al telefono urlo, come per coprire con la voce la distanza chilometrica tra me e l’interlocutore). Faccio rumore, insomma, e in modo strategico: non voglio fare sorprese e soprattutto non voglio avere sorprese. Mi sento in dovere di dare il tempo al ladro o alla persona indesiderata di calarsi dalla finestra e di chiudersi nell’armadio, o di buttare i mozziconi nel water e tirare lo scarico, mi sembra giusto che nessuno in casa mia venga colto sul fatto. E’, nel mio piccolo, una regola di civiltà e una ribellione non violenta contro lo stato di polizia: niente blitz, niente sorprese, niente punizioni. Insomma, io entro con gran fracasso e nessuno mi risponde. Ma la porta non era chiusa a chiave, il cane è lì accovacciato, cieco e sordo e grato, qualcuno deve esserci per forza. Che sia mezzogiorno, che siano le tre del pomeriggio, le cinque o le sette di sera, a casa mia c’è sempre qualcuno che dorme. Molto più di giorno che di notte. Entro in salotto, a questo punto con meno fracasso, e mio figlio dorme sul divano, con accanto la pasta del pranzo, mia figlia dorme sulla poltrona, con due gatti addosso e il ventilatore acceso. In tivù, sta finendo The Truman Show, che ai nostri tempi fu un film elettrizzante e adesso è soporifero.
Ma non c’entrano i film noiosi, c’entra il giovane bioritmo di gente che la sera esce a mezzanotte “perché prima non c’è nessuno”. A me sinceramente non sembra che prima di mezzanotte il mondo stia nascosto in casa, Roma non è mai stata così piena di tutto e così piena di voglia di stare fuori, ma nessuno dà ascolto a una che urla come nel telefono fisso delle interurbane e usa il commento “top” a sproposito (“mamma, come lo usi tu non significa niente”). Quindi a mezzanotte io vado a letto a guardare le ombre sul soffitto, e loro vanno a ripopolare la città (fino a quel momento, deserta, buia e immobile). Questo bioritmo, oltre alla importante presenza di animali, comporta che i divani e le poltrone di casa mia siano da molti anni sfondati. Hanno la forma dei corpi sono diventati persone di famiglia, di cui non possiamo in nessun modo liberarci, l’affetto e le ore passate insieme ci legano per la vita. Mio figlio, che se potesse sarebbe già andato a vivere da solo, ha detto che oltre al suo letto si porterà via il divano. “Non posso lasciarlo da solo con voi, si annoierebbe troppo”. Ha ragione, ma il mio divano resta qui.
Comunque, ieri sera sono tornata a casa dopo cena (non rumorosamente perché credevo di essere sola): invece dopo pochi istanti ho visto comparire un fantasma con un libro in mano, ho urlato di paura ma era mio figlio, che non stava dormendo e non stava per uscire: stava studiando spagnolo. L’evento mi ha spaventato oltremisura e ho preferito non commentare. A mezzanotte sono andata a letto a guardare le ombre sul soffitto e lui era ancora sui libri, che in realtà sono fotocopie, pezzi di pagine, brandelli di libri, ma non voglio commentare. Oggi sono tornata, rumorosamente, e di nuovo c’era il fantasma che dormiva sul divano, circondato da cane, gatti, ventilatore, giradischi in funzione: si dice che abbia studiato dalle undici di sera alle tre e mezza del mattino, convinto di prendere il debito, invece la parola più bella è stata infine pronunciata: sufficienza.