Il Figlio
Il miracolo affidabile del sole che sorge. Confessioni di Ursula K. Le Guin
Non c'è tempo da perdere. Il nuovo libro della scrittrice americana è una raccolta di riflessioni su ciò che è semplice e vicino, gesti quotidiani o il lavoro
23 MAG 26

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Dopo aver dimostrato un singolare talento nell’anticipare il futuro con le sue penombre agli altri invisibili, superati gli ottant’anni, la scrittrice Ursula K. Le Guin, ha fatto dietro-front, come se un’aliena da lunga data tornasse a Terra: a tempo quasi scaduto apre un blog. Ispirata da quello che José Saramago aveva inaugurato a ottantacinque anni, avvia una liberatoria e franca confessione ora raccolta in Non c’è tempo da perdere (traduzione di Serena Daniele, NN Editore). Liberatoria e confortante anche per il lettore, se disposto ad accettare il punto di vista di chi non ha mai posto vincoli perbenisti o rassicuranti alla propria immaginazione; strumento, questo, che così aveva descritto nel saggio Creature della mia mente: “Offre tutto il mondo ma da questo l’esilia”. Il tono è quella di un’invettiva pacificata ma non troppo; si percepisce un instancabile desiderio di sovversione, che “Non si addice a coloro i quali, sentendosi soddisfatti del proprio posto nel mondo, vogliono che le cose rimangano così come sono” e quel bisogno di amare l’incertezza che aveva già nutrito fantasy e fantascienza, da La mano sinistra delle tenebre alla saga di Terramare.
Sono passati quasi quindici anni dai suoi post e pare il tempo necessario perché sensazioni e moniti di allora vengano a confermare i nostri: “Sembra che abbiamo rinunciato a una visione a lungo termine. Che abbiamo deciso di non pensare alle conseguenze, alla causa e all’effetto. Forse è per questo che mi sento in esilio. Un tempo vivevo in un paese che aveva un futuro”. Non è soltanto il collettivo sprofondare in un presente senza fine, ad allarmarla: è lo slittamento, nei propri giudizi, dal pensiero critico alla fede; con l’obbligo di schierarsi aprioristicamente. Di fronte a chi le domandasse se crede nell’evoluzione di Darwin, la sua reazione sarebbe: “No. Non credo nella teoria dell’evoluzione di Darwin. La accetto. Non è una questione di fede, ma di prove” (... ) “Vorrei che smettessimo di usare la parola credo quando si tratta di fatti, lasciandola al suo posto, ovvero nella fede religiosa e nella speranza secolare”.
Il sottotitolo del libro è “Riflessioni su ciò che conta” e la scelta cade su ciò che è semplice e vicino, gesti quotidiani o il lavoro: sono istruzioni sulla vecchiaia, la cottura ideale dell’uovo alla coque o la decorazione dell’albero di natale; non sorprende lo sconforto per le piaggerie nelle lettere dei fan, come la passione per quelle dei bambini: “Un bambino di dieci anni disperato, costretto a scrivere all’autore, mi ha detto: Ho letto la copertina. È molto bela. E un altro: Voglio sapere come fai a scrivere alcune parole inclinate sulla copertina”. A proposito di letteratura scrive: “Gli esseri umani non esistono necessariamente nelle categorie nette di razza, di genere o di nazione in cui spesso li collochiamo senza riflettere. È un errore chiedere alla letteratura di rafforzare tali strutture. La letteratura tende a frantumarle. La letteratura è il luogo in cui ci liberiamo”. Precisa la dinamica del fantasy: “Non dev’essere per forza così. Questo è ciò che dice il fantasy. Non dice: “Va bene tutto” – se due più uno fa cinque, o quarantasette e i conti della storia non tornano, è pura irresponsabilità. Non dice: “Non c’è nulla”, perché sarebbe nichilismo. E non dice: “Dovrebbe essere così”, perché sarebbe utopismo”.
Questo diario pubblico di un’aliena irriducibile si conclude con un omaggio allo spazio, dichiarando la propria gratitudine per l’origine di ogni viaggio, quotidiano o millenario che sia: quel sole che “È sorto. È sorto in tutta la sua bellezza. Il miracolo affidabile, un paio di minuti più tardi e ogni giorno un po’ più a sud”.