La colazione in albergo: chi la ama e chi ne ha una paura folle

La paura dei buffet, dei tavoli condivisi e delle conversazioni mattutine finisce davanti a un vassoio ordinato in segreto

22 MAG 26
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Foto LaPresse

Il mondo si divide fra chi ama fare colazione in albergo e chi ama fare colazione in albergo ma non insieme a un mondo di sconosciuti o, molto peggio, di conosciuti per i quali evidentemente il mattino ha l’oro in bocca. Io non ho l’oro da nessuna parte e comunque appartengo alla seconda categoria. L’idea di ritrovarmi esposta al mondo appena sveglia, soprattutto esposta al passaggio alle conversazioni altrui, ai cornetti altrui, alle uova strapazzate e alle migliori intenzioni di chi pensa che sia normale sedersi al mio tavolo se al mio tavolo ci sono soltanto io, mi atterrisce. Ho pensato a volte di mettere a sedere di fronte a me un manichino, o una persona che finga di parlarmi, ma al mio tavolo la mattina presto voglio esserci solo io, non posso quindi portare nemmeno un figurante che scacci i conversatori. Negli anni, ho quasi sempre rinunciato alla colazione in albergo, oppure ho trasformato la colazione in cena. Anche se morivo di fame, anche se quell’albergo era famoso per la colazione panoramica, anche se ero sicurissima di non conoscere nessuno. Negli anni, mi è anche passata la fame, ho cancellato la colazione dalla mia vita e ho così allungato il tempo felice del mutismo. Se nella mia stanza d’albergo c’è un bollitore, poi, mi sento salva. Ho bustine di tè, camomilla e caffè solubile disseminate in tutte le valigie, in tutte le borse, e se un mostro a tre teste davanti alla porta mi costringesse a non uscire dalla stanza per un mese, potrei sopravvivere con le bustine di zucchero e di caffè. Di solito ho anche il miele. Dopo, e per dopo intendo dopo aver letto i giornali, dopo aver letto le mail, i messaggi, dopo essermi accertata che anche oggi il sole è sorto senza particolari inciampi, e dopo essere diventata fisicamente presentabile, divento anche una persona socievole.
Prima, ci sono pochissime persone (e il cane e i gatti) con cui riesco a immaginare di condividere la colazione. Persone importanti. Una di queste pochissime persone è mia figlia, che però non è quasi mai sveglia quando mi sveglio io. Non vuole quasi mai il caffè quando lo voglio io. A casa, le preparo le uova e le uova restano lì sul tavolo ad aspettarla, raffreddandosi lentamente. Di solito esco di casa e lascio un biglietto sopra le uova fredde. In albergo, quando capita, è lei a rinunciare alla colazione con maggiore ostinazione di me, e sono io a portarle dei cornetti rubati, avvolti nei tovagliolini. Martedì mattina, però, lei si è svegliata presto, molto presto, e già in questo senso la giornata si preannunciava eccezionale come una nevicata a maggio. Ci trovavamo in albergo, lei era seduta alla scrivania quando ho aperto gli occhi, e io esultante ma conscia dei pericoli le ho proposto di scendere a fare colazione: per celebrare la straordinarietà di quel mattino con l’oro in bocca. Lei ha sgranato gli occhi come se le avessi chiesto di andare a caccia di cerbiatti. Ma dobbiamo festeggiare un sacco di cose, ho detto, e io non mangio da una settimana, ho una fame assurda. Ero disposta a tutto. Anche lei aveva fame, ma rideva, io mi sono fatta un caffè solubile. Ho sentito bussare alla porta e l’ho guardata atterrita: qualcuno che vuole fare conversazione oppure la polizia? Entrambe le ipotesi erano terrificanti. Invece no! Era la colazione in camera, ordinata da lei in segreto, mentre dormivo, oppure architettata la sera prima, non lo so, per festeggiare questa mattina, bella come come i croissant con la crema da sbriciolare sul letto. Bellissima, come la neve a maggio.