"Il nemico" è un romanzo d’amore che si legge come un giallo

Nel suo libro, Federica De Paolis fa del perimetro matrimoniale un campo di battaglia in cui chi entra è un nemico che camminando per Torino e per Parigi va conducendo una personalissima indagine che la porta a entrare nelle vite che non sono la sua e che, allo stesso tempo, le serve a riflettere sul tema dei temi, quello di una morale che sia personale

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18 APR 26
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Foto Ansa

Il miele dell’autofiction attira e cattura, coinvolge e seduce chi ci si avvicina. Lo sa bene Adele Barbero, cinquantenne di Torino che si ritrova a tradurre un romanzo del mostro sacro del genere, il francese Roland Blier, scrittore da milioni di copie che della vita privata – sua e, di conseguenza, anche degli altri - ha fatto la materia principale di una produzione letteraria venerata ovunque. “I suoi libri avevano viaggiato sul pianeta come colombi (…), raccontava gli altri attraversando sé stesso: narcisista, ambizioso, critico e insieme umanissimo, vibrante, leggeva l’invisibile”. Tutto il contrario di Adele, sposata, madre di un’adolescente e alle prese con quel momento della vita in cui ci si chiede cosa sia rimasto della fedeltà a sé stessi quando tutto si è fatto ragione, routine, consuetudine: un bacio sulla guancia da parte del marito prima di un viaggio di lavoro, una figlia sfuggente la cui uscita dall’infanzia “si era disegnata come uno spazio fisico preciso” nella coppia. Gioie della stabilità o negazione del desiderio, di quello che la carne permetterebbe ancora di vivere?
Dopo il fortunatissimo Da parte di madre, Federica De Paolis sceglie la via della finzione per scandagliare il tema della scrittura di sé e della verità con Il nemico (Feltrinelli) e lo fa mettendo in scena un gran sacerdote del genere, un personaggio immaginario che ricorda da vicino Emmanuel Carrère, accendendo con sottile ironia i dubbi del lettore che, catturato dal gioco metaletterario molto ben impostato dall’autrice, si chiederà se ci sia qualcosa di autobiografico nel romanzo (Inizia con “Questa è una storia vera” e pure la citazione in esergo è di Roland Blier, ma no, è tutta invenzione, che invenzione!). La scrittura di Federica De Paolis è svelta e pirotecnica – “figli che sfilano via simili a comete”, “il mio amante si era allontanato di mille sfere”, “eravamo come due cavi elettrici, in attesa di essere collegati” - mentre segue Adele che si lascia trascinare fuori dalla sua zona di conforto matrimoniale, che confortevole non è più da un po’, in una spirale davvero avvincente.
Scrivendo una storia d’amore che si legge come un giallo, De Paolis fa del perimetro matrimoniale un campo di battaglia in cui chi entra è un nemico, almeno nella testa di Adele, che camminando per Torino e per Parigi va conducendo una personalissima indagine che la porta a entrare nelle vite che non sono la sua e che, allo stesso tempo, le serve a riflettere sul tema dei temi, quello di una morale che sia personale, che comprenda libertà e rispetto di sé quando la mortalità inizia a mostrare il suo ghigno intorno a noi e la sovversione pura e semplice appare un’opzione grottesca. Tra le pagine più incisive del romanzo, ci sono quelle dedicate a Gilda, la figlia adolescente innamorata e vulnerabile, che insieme alle sue coetanee sembra aver deciso di privarsi del tutto dell’eredità tramandata dalle madri: “Com’era successo che le nostre figlie, dopo anni di lotte, si offrissero al mondo così, agnelli sacrificali: omologate, sconce, pneumatici vuoti? Così si parlavano tra di loro, così si desideravano le vergini del ventunesimo secolo: ti mangio, ti violento, bitch (…)”.
Che sia solo l’altra faccia della stessa medaglia, quella dei racconti ipertrofici che usiamo per nasconderci, per proteggerci dai nemici? Un gioco pericoloso, in cui la maggior parte delle persone perde. Solo il fuoriclasse Blier, seducente e mefistofelico, ha la freddezza necessaria per risucchiare l’anima degli altri in modo da produrre un racconto che suoni come un invito ad accedere alla sua, di anima: in questa catena alimentare e letteraria, Adele Barbero resta impigliata. Forse.