Maurizio De Giovanni esplora l’unica esperienza universale e singolare

Nel tredicesimo caso dei Bastardi di Pizzofalcone, lo scrittore abbandona la logica del delitto per esplorare una frattura più silenziosa: quella tra genitori che guardano e figli che non si lasciano più vedere

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28 MAR 26
Immagine di Maurizio De Giovanni esplora l’unica esperienza universale e singolare
C’è un punto, nei romanzi di Maurizio De Giovanni, in cui l’indagine smette di essere un percorso verso la verità e diventa un lento avvicinamento alle crepe dell’umano. "Figli" - tredicesimo capitolo dei Bastardi di Pizzofalcone, appena uscito per Einaudi Stile Libero - si colloca esattamente lì, nella zona incerta in cui la domanda su chi abbia ucciso conta meno di quella su chi siamo diventati mentre cercavamo di capirlo. La vicenda prende avvio da un corpo travolto nella notte, ma il meccanismo del giallo è, ancora una volta, una soglia oltre la quale si apre il tema che l’autore napoletano elegge a chiave del romanzo - la filiazione - non come dato biologico o anagrafico, ma come condizione esistenziale. “Se è vero che tutti siamo genitori, è vero che tutti siamo figli. L’istituzione famiglia è in rivoluzione” - ha detto a Libri Come, la festa del libro e della lettura ospitata all’Auditorium di Roma - evidenziando la reciprocità instabile dei ruoli e il loro continuo slittamento.
Nel mondo dei Bastardi di Pizzofalcone, essere figli non è mai una posizione passiva, ma un esercizio di interpretazione, talvolta di difesa e spesso di smarrimento. I personaggi si muovono dentro relazioni che non garantiscono più alcuna grammatica stabile, con padri che non comprendono, figli che si sottraggono e famiglie che si ricompongono secondo logiche non lineari. La modernità, lì, è una corrente sotterranea che altera i legami senza mai esplicitarne del tutto le cause. De Giovanni evita accuratamente ogni sociologia esplicita e nel suo sguardo non c’è la tentazione di spiegare il mutamento, ma soltanto il desiderio di abitarlo. Così, la famiglia non è né un’istituzione da difendere né un relitto da superare, ma un organismo in trasformazione, esposto alle stesse fragilità dei singoli che la compongono. Il dato più interessante è forse un altro: l’infanzia che arretra. I figli, suggerisce il romanzo, escono prima dall’orbita familiare e si confrontano precocemente con il mondo, costruendo identità che non passano più esclusivamente per lo sguardo dei genitori. Questo scarto produce una distanza nuova, difficile da nominare. Non c’è conflitto, né rottura, ma solo una forma di opacità in cui i genitori continuano a guardare, ma non sempre riescono a vedere. In questo senso, Figli è un romanzo sull’asimmetria dello sguardo.
I padri e le madri dei Bastardi sono attraversati da una paura specifica che non è quella di perdere i figli, ma quella di non comprenderli più. E’ una paura silenziosa che non genera drammi eclatanti, ma piccoli scarti quotidiani, esitazioni e tentativi goffi di avvicinamento, un’imperfezione in cui De Giovanni trova la sua materia più autentica. La scrittura segue questa inclinazione con un ritmo misurato, quasi trattenuto, come se ogni scena dovesse lasciare spazio a una risonanza ulteriore. I dialoghi contengono descrizioni e mostrano una Napoli che, ancora una volta, non è solo un fondale, ma una presenza che respira insieme ai personaggi stessi, amplificandone le contraddizioni. Resta, alla fine, una domanda sospesa: che cosa significa oggi essere figli? De Giovanni non offre risposte, ma dissemina il testo di indizi emotivi. Essere figli, sembra dirci, è abitare una relazione che non si esaurisce mai, che cambia forma senza perdere intensità. E’, forse, accettare che l’origine non coincide con la comprensione. Se il romanzo lascia un’impressione duratura, è proprio per questa sua capacità di sottrazione, perché non spiega, non consola e non prende posizione, ma si limita a mostrare, con una precisione quasi discreta, che i legami più profondi sono anche i più difficili da nominare e che, nel tempo incerto che ci attraversa, essere figli resta l’unica esperienza davvero universale e irriducibilmente singolare.