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Per il nostro bene

Simonetta Sciandivasci

Una figlia umiliata ogni giorno, una madre cattiva. Ma gli imperdonabili siamo noi, che non disturbiamo

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Ho capito che il mio migliore amico era il mio migliore amico, e sempre lo sarebbe stato, la volta che mi ha detto: “Se fossi intervenuto, questa cosa non ti sarebbe successa, d’ora in poi non mi farò i cazzi miei mai più, neanche quando me lo chiederai”. Io, che temo gli invadenti più dei no vax, più degli esperti di vino, più di quelli che mi dicono di stare calma quando non sono calma, gli avevo solo detto grazie, ci conto. Ero tornata a casa e avevo pianto, per ore, di sollievo, sentendomi salva per sempre, pensando a quando, ne “La pazza gioia”, Valeria Bruni Tedeschi, matta allegra, ruba il telefonino di Micaela Ramazzotti, matta triste, che l’ha cacciata via e le ha detto di farsi i cavoli suoi, e legge tutti i messaggi, e scopre quello che serve per poterla aiutare, e l’aiuta, la salva, e alla fine vivono tutte e due né più felici né più contente ma amiche, insieme.

 

Quella scena mi aveva fatto piangere per tutto il resto del film e anche dopo, mi aveva fatto capire che l’amicizia è anche soccorso e il soccorso è anche invadenza, e mi aveva fatto temere che nessuno mai nella mia vita mi avrebbe rubato neanche la lista della spesa per capire se avessi qualche guaio. Nessuno avrebbe mai sfondato la porta a meno che non ne venisse fuori un tanfo nauseabondo (se mi fate crepare come una newyorchese vi tormento per l’eternità, sappiatelo). Avevo pensato che tutti si sarebbero accontentati sempre di rispettare la mia discrezione, che è il mio peggior nemico, un essere bifronte, e nessuno avrebbe fatto lo sforzo di capire che chi si isola vuole essere lasciato solo ma non vuole essere abbandonato. Avevo previsto che sempre mi sarei sentita dire quello che in effetti sempre mi sento sempre dire dalle persone che amo e che mi amano ma che non sono il mio migliore amico, e cioè: non volevo disturbarti.

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Ottima scusa, bravi. La uso anche io, so che funziona. Solamente che fa schifo, ed è una bugia. Quando non vogliamo disturbare è perché vogliamo spiare, non vedere. 

 

Per i primi quindici anni della sua vita, tutti i giorni, Morween Moguerou è stata seviziata, picchiata, umiliata, insultata da sua madre. La svegliava di notte, le tirava i capelli, la portava in bagno, le metteva la testa nella tazza e tirava lo sciacquone. Le diceva che era una sgualdrina, una pervertita, una maniaca, una pazza, e glielo diceva sbattendole il rubinetto della doccia sulle labbra. La costringeva a piazzarsi nuda davanti a uno specchio mentre la copriva di insulti e di botte fino a che lei, bambina, non confessava cose che non aveva mai detto, mai fatto. Non che fosse quello il modo per farla smettere: sua madre la picchiava finché non le facevano male le mani. Una volta l’aveva portata sopra un fiume e le aveva detto avanti, stronza, ammazzati, buttati di sotto. Qualcuno per caso era passato di lì e le aveva interrotte, altrimenti lei, bambina, avrebbe dovuto ammazzarsi per obbedire a sua madre. Quindici anni così.

 

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Poi, Morween è scappata. È arrivata in Italia, ha fatto molti lavori, disastri, errori, amori, traslochi, psicanalisi, ha imparato a piangere, ad aprire la porta, a usare il talento ed è diventata una deejay. Ha un nome noto, Ema Stokholma, e l’ha usato per firmare il libro spaventoso e bellissimo, “Per il mio bene” (HarperCollins), dove ha raccontato questa storia come non riuscirebbe a fare nessuno, neanche un pool di premi Pulitzer. A pagina 187, l’ultima, ha scritto: “Ho raccontato questa storia per dirvi di non farvi i fatti vostri”. Perché se qualcuno intorno a lei, a suo fratello, a sua madre, avesse deciso di ficcanasare, di essere provinciale, di fare qualche domanda in più, di domandarsi come mai quella bambina era una bulla e suo fratello un autolesionista, di guardare quella madre gentile soltanto con gli animali e i figli degli altri, se qualcuno avesse rubato un telefono, un quaderno, un pomeriggio, forse quei quindici anni sarebbero durati di meno.

 

Non so come si possa perdonare una madre che ti dice avanti, ammazzati, ma so che può succedere, come è successo a questa mamma mostro e a questa figlia foglia. E non trovo che sia un miracolo, penso che sia soltanto giusto, persino inevitabile. Imperdonabili, e tutti puniti, sono quelli intorno, gli inermi, i sordi, i ciechi, i discreti. Noi, insomma, che chissà su quante tragedie teniamo gli occhi spalancati e le luci spente. Noi che non sfondiamo la porta. Che non citofoniamo alle amiche tristi. Che non abbiamo il coraggio di essere il disturbo, l’imprevisto che può salvare una vita, una bambina da una madre che le dice avanti, ora buttati di sotto.

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