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Non è una scelta

L’anima in pace mai, immagino ancora che un figlio arriverà. Ho avuto troppa paura di sbagliare

24 Maggio 2019 alle 11:11

Non è una scelta

Mamma ha ricominciato a lavorare a maglia. La sera si siede in poltrona, apre un cestino pieno di gomitoli, cerca i ferri, inforca gli occhiali, fissa il modello, conta le maglie, a tratti scuce sbuffando, poi ricomincia, concentrata e attenta, come quando io ero bambina, e il pomeriggio, mentre studiavo o leggevo, mi si sedeva accanto e sferruzzava o cuciva. Lavora spesso fino a tardi. Ha fretta di terminare. Si distrae solo per mostrarmi i maglioncini già terminati, niente rosa e niente azzurro, mio fratello si è raccomandato più volte.

 

L’altro giorno mi ha fatto tenerezza, chissà da quant’è che lo aspetta questo benedetto nipotino. Eh sì! Perché io, di figli, purtroppo non ne ho avuti. Nonostante per anni abbia evitato di parlarne – soprattutto con mamma, arrabbiandomi ogniqualvolta tirasse fuori l’argomento – nel mio caso, infatti, non si è trattato di una scelta deliberata. Anzi. L’anima in pace per questo figlio mai nato non me la sono ancora messa, e talvolta immagino ancora che, prima o poi, un bimbo arriverà, basta aspettare, essere pazienti, ti pare che non divento mamma?

 

Ma che mi illudo a fare! A chi la racconto? Il tempo è scaduto già da parecchio. Non sono madre, non lo sarò mai. Anche se continuo a commuovermi quando un’amica partorisce o resta incinta, incrocio per la strada un bimbo che piange o fa i capricci, sento i figli di mio marito chiamarlo “papà”. Ecco sì, forse è questa la cosa che mi fa più male: la certezza che mai nessuno mi chiamerà “mamma”; mai nessuno urlerà che non ho capito nulla o che da grande farà tutto il contrario di quello che ho fatto io; mai nessuno mi telefonerà dicendo che ha bisogno delle mie coccole e che gli manco. E quando poi sarò anziana e malata, forse pure demente, chi potrà ricordarmi chi sono stata e da dove vengo? Chi renderà testimonianza dei miei meriti o anche dei miei errori?

 

Quando la mamma di mio marito si è ammalata di Alzheimer, negli occhi di Jacques ho visto tutto quello che nessuno potrà mai provare nei miei confronti: quella tenerezza sconfinata che resta, anche quando nulla è più come prima; quell’affetto profondo, radicato, che niente cancella; quel tentativo di restituire quanto si è ricevuto da bambini, anche quando ciò che si è avuto è insufficiente, è maldestro, talvolta pure del tutto sbagliato. L’ho osservato mentre diceva “mamma”, incapace di accettare che la madre non fosse più la stessa persona di prima, a tratti lo confondesse col marito, talvolta persino col padre. L’ho guardato mentre si commuoveva quando la mamma lo fissava con lo sguardo vuoto. L’ho invidiato quando parlando con i figli diceva: la nonna ormai ha perso la testa. Chi ci sarà accanto a me se un giorno mi dovessi trovare al posto della mamma di mio marito? Mio marito, certo. Ma se lui non ci dovesse più essere o anche lui si ammalasse?

 

Ma forse sono solo un’insopportabile egoista. Mica i figli li si fa per sé, no? Non è quello che da sempre rimprovero a tanti genitori? Non è per questo che ho a lungo rimandato, e ho preso tempo, e ho tergiversato fino a che, di tempo, non ce ne fosse più? Ho aspettato terrorizzata all’idea che un giorno mio figlio potesse rinfacciarmi tutto, compreso il fatto di essere nato. Non me la sono sentita di rischiare, di scommettere, di avere fiducia in me stessa e nel futuro.

 

Se faccio un esame di coscienza, il punto è proprio questo: non sono stata capace di assumere le mie fragilità e le mie debolezze. Ho avuto paura di non essere in grado di diventare una mamma perfetta. O anche semplicemente una brava madre, oppure una mamma “sufficientemente buona”, come disse un giorno il pedopsichiatra D. W. Winnicott. Perché poi, di fatto, nessuno di noi può essere un genitore “perfetto”. Anzi. Ognuno diventa madre o padre a partire dalle esperienze della propria esistenza, talvolta sempre e solo con la speranza di “riparare” la propria storia, anche se nella vita non si ripara mai niente, e forse l’errore più grande che si possa fare è immaginare che i figli possano un giorno riscattarci dai torti che la vita ci ha fatto subire.

 

Guardo mia mamma mentre lavora a maglia. Penso a tutto l’amore che ha ancora da dare a questo nipotino. Penso a mio fratello che finalmente diventerà padre. E il cuore mi si stringe. Perché il vuoto che cerco di tenere a bada è sempre lì, e basta un niente affinché si spalanchi di nuovo. Poi cerco di consolarmi – ho imparato, ci ho messo tanti anni, ma adesso ci riesco anche io – e penso ai miei studenti. Certo, non sono figli miei. Ma è a loro che posso trasmettere parte del mio amore, è con loro che posso attraversare i miei vuoti, è attraverso di loro che posso lasciare anch’io una piccola traccia di umanità. Perché poi, in fondo, è questo che conta: lasciare qualcosa. Anche solo qualche “storta sillaba” come scrisse Montale. Non per “aprire mondi”, ma per scorgere la possibilità di diventare attori della propria esistenza.

 

L’ultimo libro di Michela Marzano è “Idda” (Einaudi Stile Libero)

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