La famiglia è un orto

Valentina Furlanetto

“Mamma, mi spieghi cos’è un pompino?”.

Provateci voi. Provateci voi che pensate che il Congresso del Pd sia stato un momento difficile ad affrontare questa situazione.

Figlia, 11 anni: “E’ successo che D., della quinta A, al centro estivo ha detto ‘scommetto che non lo sapete cos’è un pompino’. Io ho fatto finta di sì, ho riso perché tutti ridevano, poi ho detto chissene. Ma in realtà mica lo so. Ho capito che è una cosa che riguarda il sesso, ma cos’è?”.

 

Sudo, ma saranno i 35 gradi. “Beh, succede che quando degli adulti, ma molto adulti, adultissimi, si amano o si piacciono molto, davvero molto, hanno il desiderio di stare assieme, di unirsi come se fossero la stessa persona e di baciarsi tanto. E dappertutto. Proprio dappertutto. Ma devono essere molto adulti, eh, praticamente anziani”.

“Si mamma tranqui, non ho nessuna intenzione di fare cose del genere. Ti ho detto che voglio fare l’attivista dei diritti Lgbt [giuro!] perché è figo ma queste cose mi fanno schifo. Ma si fanno i bambini anche così?”.

“No”.

“Allora perché si fa?”.

 

Ed è lì che rivaluti non solo le difficoltà del Pd ma anche cambiare i pannolini, pulire il vomito, i rigurgiti, passare le notti insonni. Tutti i momenti critici del passato ti sembrano una passeggiata. A quel punto capisci che l’unica cosa che ti può salvare è la franchezza.

“Perché provoca piacere”.

“Beh io credo che non lo farò. Non capisco proprio come possa non farvi schifo” insiste. Perché lei è una che insiste.

“Mettiamola così: tuo fratello, che ha quattro anni meno di te, non capisce perché ti piacciano i film di Harry Potter o altri film del genere. Lui ha solo paura. Tu sei emozionata, l’adrenalina ti piace, il buio e i brividi ti piacciono. Ma per quelli più piccoli non è adatto. Il sesso è così, una cosa che posso spiegarti, ma che fanno gli adulti. Come guidare l’auto o girare da soli di notte”.

 

Allora come sempre mi è venuta in mente una cosa che non c’entra nulla. Ho pensato a mia zia Cesira e mia nonna Maria. Mia nonna Maria e mia zia Cesira fra il 1945 e il 1965 hanno allevato assieme sei bambini. Uno di loro era mio padre. Non è stata una scelta, mia nonna era rimasta vedova presto e la zia, che non era sposata, si è trasferita dalla nonna per aiutarla. Da quel momento le cose sono andate avanti così: una stirava, l’altra faceva la spesa, una cucinava, l’altra teneva i conti, una leggeva le favole, l’altra faceva fare i compiti, una diceva di no, l’altra diceva forse. Una magra e tutta spigoli, l’altra morbida e burrosa, una acuta, l’altra accomodante. Si volevano bene, si tenevano il muso, ridevano. Ne hanno tirato su sei, di ragazzi, di cui – ci tenevano a dire – “tutti diplomati, tre laureati e due professori”. Loro due erano una famiglia, con buona pace del ministro Fontana che pensa che le famiglie siano composte solo da un uomo e una donna. E se la vostra obiezione è che mia nonna Maria e mia zia Cesira non erano una coppia gay, beh certo, ma non vedo la differenza, erano una coppia di fatto, molti fatti, poche parole (ah, il ministro è lo stesso che vorrebbe abolire la legge Mancino, quella che punisce chi, con le parole, istiga al razzismo. Dice il ministro che la legge è liberticida, ma che le parole possano far male lo sa anche mio figlio di 7 anni che è tornato dal campo estivo dicendo “un bambino mi ha picchiato con le parole” che spiegarlo meglio non saprei, ministro Fontana).

 

Una gran fatica, felicità a tratti

Tornando a mia zia Cesira e mia nonna Maria il punto è che ai bambini non interessa se e con chi vanno a letto i genitori o cosa succede in camera da letto. Non è una cosa che appartiene ai bambini (tranne che a D. della quinta A, a quanto pare). Loro, mia nonna Maria e mia zia Cesira, coltivavano l’orto. Perché è questo in fondo la famiglia: un orto. Da arare, concimare, seminare, annaffiare, proteggere dai parassiti, potare, accudire, prendersi cura. Una gran fatica, rigore, dedizione. Vuol dire essere inghiottiti dal disordine, dai calzini spaiati e dalle carte di caramelle appiccicate sul divano ma anche risate, allegria, felicità a tratti.

 

Il bosco è un’altra cosa. Il bosco è rovi, felci, fiori selvaggi, odori segreti, luci e ombre improvvise. Il bosco è picchi e strapiombi. I bambini non vanno nel bosco e non ci vanno non perché ci siano i lupi (che in Cappuccetto Rosso l’incosciente fosse la madre è ormai chiaro a tutti, no?) ma perché nel bosco noi siamo i lupi.

L’orto arriva quando il bosco è stato domato. A volte il bosco sorge accanto all’orto, ci convive, a volte ne conserva solo il ricordo. L’orto è la coppia che si trasforma in famiglia, i lupi che diventano cani.

Non ho mai saputo se mia zia Cesira e mia nonna Maria avessero dei boschi tutti loro, ognuna il suo. Immagino di sì. Ma non importava a noi, non importava a mio padre, né ai suoi fratelli. Avevano un orto assieme e l’hanno coltivato bene.

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