Perché il focolaio in Catalogna è il più preoccupante d’Europa
Nella regione intorno alla città di Lleida ci sono centinaia di casi in pochi giorni, e i posti in terapia intensiva cominciano a riempirsi

Un uomo attende l'autobus a Lleida indossando la mascherina (foto LaPresse)
Milano. Nella grande danza con il coronavirus che l’Europa sta facendo in attesa di un vaccino, di una cura o di una mutazione, i nuovi focolai sono inevitabili. Li abbiamo visti spuntare in queste settimane: gli impianti per processare la carne nel Nord Reno-Vestfalia, in Germania, dove oltre mille persone sono risultate contagiate; la compagnia di consegne Bartolini a Bologna, dove per fortuna i contagiati sono molti meno. Finora questi nuovi focolai, grandi e piccoli, hanno avuto alcune caratteristiche simili: la gran parte dei contagiati è asintomatica, i morti sono pochissimi, i ricoveri scarsi.
Al contrario in Catalogna, negli ultimi dieci giorni, il focolaio nato attorno alla città di Lleida diverge da queste caratteristiche e assomiglia molto di più alle condizioni emergenziali che l’Europa ha vissuto tra aprile e maggio. A Lleida, dove sono stati trovati centinaia casi di coronavirus in una decina di giorni, per la prima volta da mesi il sistema sanitario locale è entrato in sofferenza, e ciò è preoccupante, perché nei mesi terribili del coronavirus in Europa era questo il sintomo del fatto che le cose stavano andando fuori controllo.
Il focolaio di Lleida è nato tra i lavoratori stagionali che raccolgono frutta e verdura, quasi tutti di origine africana, che spesso sono costretti a lavorare e vivere in condizioni precarie, dormendo per strada. Nella comarca del Segrià, che è un’unità territoriale un po’ più piccola della provincia e che corrisponde alla zona attorno alla città di Lleida, in due settimane sono stati registrati 886 nuovi casi di coronavirus, di cui 601 negli ultimi sette giorni. Secondo le autorità sanitarie, però, siamo soltanto all’inizio, e nelle prossime settimane i casi potrebbero diventare molte migliaia. Alba Vergés, assessore alla Salute del governo catalano, ha detto ai giornalisti che la comarca di Segrià è tornata a una fase di “trasmissione comunitaria” del virus, che significa che la diffusione della malattia non è più limitata ad alcuni focolai ridotti, come per esempio un’azienda, ma si diffonde indisturbata per tutta la comunità.
Sabato scorso il governatore della Catalogna, l’indipendentista Quim Torra, ha annunciato in maniera inaspettata che tutta la comarca, dove vivono oltre 200 mila persone, sarebbe diventata zona rossa, dalla quale è impossibile entrare o uscire se non per motivi urgenti e con certificato. L’annuncio ha causato un fuggi fuggi generale di quelli che in Italia si sono visti lo scorso marzo: stazioni piene e ingorghi sulle strade di uscita dalla regione, mentre altrettante persone cercavano di rientrare per ricongiungersi ai propri cari prima delle chiusura dei checkpointi. Il governatore ha reimposto a partire da oggi l’utilizzo della mascherina nei luoghi pubblici di tutta la Catalogna, anche quando sarebbe possibile mantenere le distanze di sicurezza. Per chi trasgredisce c’è una multa da 100 euro. Sono vietati anche gli assembramenti di più di 10 persone.
Le autorità spagnole seguono la situazione di Segrià con preoccupazione soprattutto perché la sanità locale sta già entrando in affaticamento. “Non abbiamo avuto tempo per riprenderci. E’ come se avessimo appena finito di correre una maratona e ci fosse detto che dobbiamo correre altri 42 chilometri”, ha detto alla tv La Sexta José Luis Morales-Rull, che gestisce il settore Covid dell’ospedale Arnau de Vilanova di Lleida, dove lo spazio destinato ai pazienti Covid è stato raddoppiato soltanto pochi giorni fa e si sta riempiendo di nuovo. Ramon Sentís, un altro dirigente sanitario locale, ha detto al País che le strutture private ormai sono quasi piene, e che nel giro di 48 ore se la situazione non migliora si potrebbe arrivare alla saturazione. Così il governo locale fa piani per mandare i pazienti Covid in altre regioni e mercoledì ha lanciato un appello a medici e operatori sanitari per prestare servizio volontario a Lleida, visto che presto il personale sanitario potrebbe non essere più sufficiente. Inoltre ha fatto installare un ospedale da campo in città, cosa che non si vedeva da mesi.