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Il surreale processo a Tridico alla Camera
In commissione Lavoro il presidente dell’Inps non risponde, ma d’altro canto la seduta sembra il Bagaglino. Tra vestaglie e internet assente
Roma. La riunione della Commissione lavoro della Camera è in videoconferenza. Compare sullo schermo la presidente, Debora Serracchiani. Abbronzatissima. Praticamente nera. Alle spalle sembra le sia scoppiata una bomba nello studio di casa: fascicoli accatastati, raccoglitori Buffetti impilati tipo torre di Pisa, sotto la scrivania stracolma forse c’è persino una ragnatela o un buco. “Mi sentite?”. Silenzio. “Siamo in diretta?”. Silenzio. “Chiedo ai funzionari… siamo in diretta??”. Silenzio. Poi voce fuori campo, da Marte alla Terra: “Sì, siamo in diretta”. E Serracchiani: “Allora do la parola al presidente dell’Inps Pasquale Tridico”.
A questo punto sullo schermo ecco una fronte sormontata da un ciuffo. “Buongiorno a tutti, e grazie”, esordisce il ciuffo: digressioni, incisi, frasi fatte (“continuerò a servire il paese”) tutto fluisce in lui con una rapidità affannata. Ma resta un ciuffo. Passano sei infiniti minuti e un’anima pia, lentamente, aggiusta l’inquadratura. Finalmente compare un naso, poi una bocca, infine una dubbia giacca color carta da zucchero a righe marroni: è davvero lui, Tridico. Deve spiegare cos’è successo all’Inps, com’è andata la storia dei politici che hanno preso il bonus. E’ una giornata importante. Solenne. E’ il giorno in cui il Parlamento, bastonato e messo alla gogna, deve ribaltare ogni cosa, in un dignitoso sussulto. Com’è possibile che l’Inps abbia spifferato tutto? Solo che è il 14 agosto, i parlamentari sono al mare, a casa, in ciabatte. Renata Polverini ha un ventilatore sparato in faccia che le fa svolazzare i capelli mentre vorrebbe assumere un tono inquisitorio, serio. L’onorevole Tiziana Ciprini, smalto dello stesso colore della giacca di Tridico, indossa una specie di vestaglia del varietà, quasi un accappatoio ma con i brillantini. “Non sento niente! Voi mi sentiteeee? ”.
Alla fine del primo, tragico intervento di Tridico, che ha parlato dieci minuti ma non si è capito niente, ecco che l’inquadratura torna su Debora Serracchiani. Adesso indossa delle cuffie. Lei parla ma non si sente nulla. Passano due secondi. Tre. Quattro. Otto. Poi finalmente la avvertono: “Non ti sentiamo più Debora”. E Tridico: “Io non sento nulla, non so voi”. Allora Debora si toglie le cuffie, e come nel cinema muto lancia uno sguardo di sufficienza a qualcuno al di là del video (forse al marito responsabile del wi-fi) e poi ne consegna un altro, ma di sopportazione, alla telecamera. Passano altri otto secondi. “Ora ti vediamo muoverti, ma non si sente”. Debora continua a parlare. Come un pesce nell’acquario. Voce fuori campo, tono sarcastico: “Dovremmo comunicare con i cartelli”. Qualcuno ride. Salvifica, compare l’immagine blu della Camera dei deputati, come l’intervallo con le pecorelle sulla Rai. La seduta è sospesa. Ma ecco: puff, ricompare la Serracchiani. Di nuovo. Ora è inquadrata dal basso verso l’alto, in una penombra da fumeria. Si riprende da sola, con il cellulare. Non è più nello studio, ma in salotto. Metà dello schermo è occupato dall’immagine della sua mano che tiene il telefono. Sembra The Blair Witch Project. “Do la parola a Paolo Zangrillo…”, dice. Poi però un dubbio atroce le attraversa la mente: “Mi sentite?”. Sì, ma ora è lei che non sente. Per fortuna il deputato Zangrillo sente e si sente, e infatti chiederà le dimissioni di Tridico. Non appena lui finisce di parlare, sullo schermo si presenta un’informe immagine a quadrettoni sgranati. “Debora?”, chiede qualcuno, intimorito. Potrebbe essere la Serracchiani, in effetti. Ma potrebbe anche essere un quadro di Picasso. “Allora, preg…”. E gli altri: “Non ben… a tratt…”. Un deputato risoluto: “Do io la parola al prossimo. Tocca al collega Invidia”. Ed ecco Invidia. In pratica è un fermo immagine. Un giovane uomo seduto, con alle spalle un’improbile carta da parati a ramage assortiti e un asciugamano (perché?) appeso al muro. Ma almeno si sente la voce. “Vorremmo sapere quanti sono quelli che hanno ricevuto il bonus”, chiede Invidia.
Ecco che ricompare Serracchiani. Un incubo. Ora si è spostata sul balcone di casa. E’ disperata. A ogni stacco lei si trova in un posto diverso. Sfondo: muro di mattoni rossi e infissi color noce. L’immagine è nitida. Ma Debora è fuori sincrono. Quando ha la bocca aperta, è muta. Appena chiude la bocca, parla. “Per cortesia prego i colleg… eravam… d’accord… chiuder… lavori… Discomi?”. In effetti c’è un deputato che si chiama Discomi. Prende la parola. “Grazie Debora, se ho capito bene il tuo è un invito alla brevità” (intanto però Serracchiani sta continuando a parlare, e si sente un sottofondo, sempre lo stesso, sempre più disperato, catacombale, è lei, la presidente: “Mi sentit…? Qualc… mi sen…?”). Pensavano fosse un processo a Tridico, e invece era il Bagaglino.
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Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi universitaria in Inghilterra. Ho vinto alcuni dei principali premi giornalistici italiani, tra cui il Premiolino (2023) e il premio Biagio Agnes (2024) per la carta stampata. Giornalista parlamentare, responsabile del servizio politico e del sito web, lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.





