Primarie conservatrici

Eugenio Cau

Roma. Per molti versi, la Spagna è un unicum nel panorama politico europeo. E’ governata da un socialista, è saldamente europeista, pratica una politica di accoglienza responsabile e non allarmistica dei migranti, non è afflitta dal populismo (ci sono i movimenti di estrema sinistra come Podemos, ma sono dei bertinottiani aggiornati, non hanno un grammo della pericolosità di un M5s italiano o di una AfD tedesca), pur avendo subìto misure di austerità brutali durante la crisi non crede nel luogo comune vittimista che “la Merkel ci vuole tutti suoi sudditi”. Il Partido popular (Pp) è una delle componenti fondamentali di questa unicità. Il grande partito del centrodestra spagnolo ha saputo digerire senza ripercussioni l’eredità del franchismo, compresa parte della sua classe dirigente, e per quarant’anni è stato una forza veramente trasversale, capace di tenere dentro i nostalgici, la classe imprenditoriale, i liberali moderati di centro. Tale era la duttilità del Pp da essere passato dapprima per 15 anni sotto il dominio di José María Aznar, politico ideologico, focoso, assolutista, e poi per 10 anni sotto Mariano Rajoy, tecnocrate purissimo, che dall’ideologia si è sempre tenuto a distanza.

  

Quando la crisi d’autorevolezza, sottoprodotto della crisi finanziaria, ha colpito i partiti politici tradizionali, Rajoy è riuscito a resistervi applicando una strategia di ambiguità e attaccamento al potere. Mentre nel Regno Unito i Tory si dilaniavano a vicenda, in Germania Angela Merkel si indeboliva e in Italia il centrodestra era cannibalizzato dal populismo, in Spagna pareva non ci fosse un’alternativa possibile a Rajoy. Così, quando il primo ministro è caduto all’improvviso il mese scorso a seguito di un colpo di mano parlamentare, il Pp, il suo partito, è rimasto senza un leader, senza un successore designato e senza un’identità.

  

Il processo di primarie è partito in fretta e furia, la settimana scorsa il voto degli iscritti ha scremato i candidati e li ha ridotti a due soltanto, che andranno a congresso: sono entrambi relativamente giovani, entrambi hanno progetti ambiziosi e rappresentano due anime del partito opposte – che poi sono le anime che tormentano i partiti conservatori di tutta Europa. Da un lato la stabilità, dall’altro l’identità. Ma soprattutto: da un lato Rajoy, dall’altro Aznar. I due vecchi leader del Pp non sono candidati alla leadership, ma molti – da ultimo il País, che ne ha scritto ieri – pensano che la contesa per il partito sia la battaglia decisiva tra loro. I candidati sono da un lato Soraya Sáenz de Santamaría, 47 anni, braccio destro di Rajoy per una vita intera; dall’altro Pablo Casado, 37 anni, ex capo di gabinetto di Aznar e poi collaboratore di Esperanza Aguirre, aznarista di ferro.

   

Sáenz de Santamaría è la cosa più vicina a un erede che abbia lasciato Rajoy, e il suo obiettivo è quello di formalizzare la strategia anti ideologica del suo predecessore: solido europeismo, politica economica dettata dal buonsenso più che dalle teorie, liberalismo duttile con venature sociali, scarso interesse per le questioni etiche, fiducia in un sistema di alleanze e di diplomazia inquadrato e rassicurante. Casado invece si presenta da rottamatore. E’ l’unico – insieme con Aznar e Aguirre, guardacaso – a chiedere di rifondare il partito nella sua ideologia, che dev’essere più rigidamente identitaria: il Pp deve recuperare un “discorso riconoscibile” su difesa dei confini, liberalismo dogmatico, temi etici, abbassamento delle tasse. Casado vuole impegnarsi inoltre a riaccogliere dentro il partito alcuni esponenti migrati a Vox, piccola formazione di ultradestra che da qualche tempo preoccupa la dirigenza conservatrice.

    

Con le dovute differenze, lo scontro Sáenz de Santamaría vs Casado (cioè Rajoy vs Aznar) è lo stesso di Merkel vs Seehofer, Theresa May vs Boris Johnson, ed è il grande dilemma del conservatorismo europeo: essere più duttili o più rigidi? più aperti o più insulari? Il congresso di Madrid è il 20 e 21 luglio.

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