Così Rajoy gestirà la sua sconfitta, tra secessionisti e Ciudadanos in ascesa

Guido De Franceschi

Milano. Mariano Rajoy vuol passare alla storia come il saggio governante che ha salvato la Spagna dalle tragediature dei tirannicidi catalani, distogliendoli dall’avventurismo referendario e riconvogliandone l’attività, direttamente o “da remoto” (chi dal carcere, chi dalla Place Royale brussellese), nell’alveo di una più noiosa elezione regionale. E può anche essere che gli riesca, benché nella memoria popolare (specie all’estero, ahilui!) sia anche impresso nel ruolo di stipatore di guardias civiles in una nave da crociera alla fonda nel porto di Barcellona, con l’aggravante di un gigantesco Titti (sì, quello di Gatto Silvestro) sulla fiancata. In ogni caso, come capo di una “parte”, quella popolare, il suo ruolo sembra assai meno scintillante. Per dirla chiaramente: nel voto catalano, Rajoy ha subito la più grave débâcle elettorale della sua vita, peggiore delle due sconfitte rimediate nel 2004 e nel 2008 dai socialisti zapateriani. Giovedì scorso, così come allora, ha perso contro l’avversario, che in questo caso era l’indipendentismo catalano, capace di riconquistare la maggioranza dei seggi. Ma l’altro ieri Rajoy, oltre che con gli avversari, ha perso, e lo ha fatto rovinosamente, anche con i concorrenti: i Ciudadanos di Albert Rivera e Inés Arrimadas.

 

Si può discutere ad infinitum sull’attribuzione  di pesi specifici differenziali al numero dei seggi e al numero dei voti ottenuti dai diversi partiti e dai diversi schieramenti nel voto catalano, ma il dato relativo ai popolari, e quindi a Rajoy, è invece chiarissimo: un disastro. Il Pp è passato da 11 a 3 seggi (su 135), un risultato ancor più catastrofico se si pensa che soltanto tre anni fa erano 19. La strategia rajoyana, osteggiata da molti nel suo stesso partito, di far votare subito, per tagliare il fiato ai separatisti confusi dagli arresti e da non troppo dignitose fughe, non ha funzionato. Gli unitaristi non sono riusciti, non si dica a ottenere la maggioranza al Parlament, ma, incredibilmente, neppure a sottrarre la maggioranza assoluta agli “indepes”.

 

In realtà, tutto questo potrebbe essere nascosto, con la più collaudata disinvoltura rajoyana, sotto il tappeto di altre notizie vere e verissime: l’ennesimo fallimento nel tentativo degli indipendentisti di raggiungere il 50 per cento dei voti, la loro confusa strategia e soprattutto la formidabile ascesa di Ciudadanos. Ecco: forse per diluire un dato incontrovertibile, e cioè la maggioranza indipendentista in termini di seggi, tutti i media rocciosamente unionisti, ovverosia tutti i media spagnoli, hanno enfatizzato il trionfo del partito di Rivera, fino a esagerarne un po’ le dimensioni. Il concetto ripetuto ossessivamente nelle ultime 36 ore è stato: “Trionfo di Ciudadanos (e vabbè, sì, gli indipendentisti conservano la maggioranza dei seggi)”. Chi manca dal quadro? Rajoy. Lo stesso Rajoy che ha indicato nella ciudadana Arrimadas il suo interlocutore privilegiato in Catalogna, abdicando alla sua leadership nel campo dell’unionismo stabilizzatore.

 

E adesso? Adesso Rajoy dà le viste di voler fare quello che ha sempre fatto: aspettare immobile, applicando uno scongiuro vagamente superstizioso, secondo il quale, se non si nominano le cose, in questo caso la rinnovata maggioranza indipendentista, allora queste cose cessano di esistere. Finora questa strategia lo ha sempre premiato e l’unica volta in cui ha impresso un’accelerazione, indicendo elezioni immediate in Catalogna, è andata malissimo. Una strategia di inerzia questa volta deve però misurarsi con una variabile inedita: per la prima volta, Rajoy non ha soltanto degli avversari (spesso, seppur involontariamente, più inerti di lui) ma anche dei concorrenti davvero credibili, i Ciudadanos, che inerti non lo sono per nulla e ammiccano all’intera Spagna circonfusi di quell’aura dei vincenti a cui, pur di occultare il successo indipendentista, contribuisce, suo malgrado, lo stesso Rajoy. Uomo di stato che pensa al bene del paese e non alla sorte del suo partito? Sull’uomo di stato la storia giudicherà. Sulle prospettive da performer elettorale, invece, il cielo si offusca già da ora.

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