E' ora di Israele patrimonio dell'umanità

Claudio Cerasa

Bisognerebbe reagire con forza contro tutti gli stupidotti che nelle ultime ore hanno creduto alla tesi pigra e superficiale in base alla quale si considera possibile che le intifade contro il popolo ebraico possano nascere sulla scia di una reazione e non di una semplice azione contro Israele. Naturalmente, la scelta di Donald Trump di spostare l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme è stata una scelta dirompente, oltre che importante, che avrà degli effetti sugli equilibri geopolitici del medio oriente ma è una scelta che non può in nessun modo essere descritta come se fosse il vero motore delle azioni che verranno portate avanti contro Israele.

 

Ieri il leader di Hamas Ismail Haniyeh ha invitato i palestinesi e i nemici del popolo ebraico a organizzare, contro Israele, “un’intifada popolare globale” (gli scontri sono cominciati già ieri pomeriggio) ma dietro alla volontà di mobilitare tutta l’internazionale antisemita e antisionista del medio oriente c’è un tema che va ben al di là del riconoscimento da parte degli Stati Uniti di Gerusalemme come capitale d’Israele ed è un tema che ancora oggi in molti tendono a non voler mettere a fuoco: il sogno di cancellare Israele dalle mappe geografiche, la volontà di considerare gli ebrei degli infedeli da eliminare come suggeriscono alcuni passi del Corano, il desiderio di non riconoscere le radici giudaiche dei luoghi santi di Gerusalemme. L’intifada palestinese, il terrorismo islamista e la shoah culturale non nascono da una forma di reazione a un’azione di Israele (o dei suoi alleati) ma nascono dallo stesso odio ideologico, culturale e religioso che permette a Hezbollah di sognare la distruzione dello stato ebraico, che permette all’Isis di sognare la decapitazione di ogni ebreo, che costringe ogni giorno Israele a difendere i suoi confini dagli attacchi terroristici e che ha portato nel 1947 i palestinesi a non riconoscere lo stato ebraico. L’odio contro Israele non nasce dunque da una reazione a un’azione ma nasce da un’azione che prende corpo all’interno di un’ideologia distruttiva. E per questo in un momento in cui i nemici del popolo ebraico utilizzeranno la mossa di Trump per provare nuovamente a incendiare Israele sarebbe importante che gli amici di Israele, soprattutto in Europa, trovassero qualcosa di più intelligente da fare e da dire rispetto alla semplice scomunica della Gerusalemme capitale. Un’Europa che sceglie di rompere con i paesi arabi riconoscendo come gli Stati Uniti la legittimità di Gerusalemme a essere capitale di Israele non è pensabile prima di tutto per ragioni di carattere diplomatico perché quando ci sono due mondi che non dialogano (Palestina e Israele, Iran e Israele) avere qualcuno che dialoga con entrambi è pur sempre importante a meno di non voler regalare alla Russia anche il compito di mediare tra Israele e i suoi avversari. Se però l’Europa e i suoi paesi guida, tra cui ovviamente l’Italia, volessero trovare una formula efficace per mettere a nudo quali sono i paesi che davvero stanno dalla parte di Israele e quali invece no avrebbero una carta semplice da utilizzare: dichiarare Israele patrimonio dell’umanità.

 

Quali sono i criteri con cui l’Unesco accetta di inserire una candidatura all’interno del patrimonio mondiale? Eccoli: “Presentare un eccezionale valore universale e soddisfare almeno uno dei dieci criteri di selezione illustrati nelle Linee Guida per l’applicazione della Convenzione del patrimonio mondiale”. E quali sono i punti delle Linee Guida che potrebbero essere citati per trasformare Israele in patrimonio dell’Umanità? Almeno tre: “Occorre mostrare un importante interscambio di valori umani, in un lungo arco temporale o all’interno di un’area culturale del mondo, sugli sviluppi nell’architettura, nella tecnologia, nelle arti monumentali, nella pianificazione urbana e nel disegno del paesaggio”. “Occorre essere testimonianza unica o eccezionale di una tradizione culturale o di una civiltà vivente o scomparsa”. “Occorre costituire un esempio straordinario di una tipologia edilizia, di un insieme architettonico o tecnologico, o di un paesaggio, che illustri uno o più importanti fasi nella storia umana”. Il numero uno dell’Unesco, oggi, si chiama Audrey Azoulay. Azoulay è un ex ministro della Cultura francese, è stata voluta da Macron alla guida dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura e tra i suoi compiti prioritari dovrebbe avere anche quello di dimostrare che l’Unesco non ha più intenzione di essere sottomessa all’islamicamente corretto, visti i tentativi recenti (perfettamente riusciti) di cancellare a colpi di mozioni la storia millenaria della Gerusalemme ebraica, negando per esempio ogni rapporto fra l’ebraismo e il Monte del Tempio e il Muro del Pianto.

 

Sarebbe bello che su questo tema Emmanuel Macron, colui che oggi rappresenta meglio degli altri il sogno europeista ma che purtroppo negli ultimi giorni è stato uno dei più duri contro la scelta di Trump di portare l’ambasciata americana a Gerusalemme, si spendesse per organizzare una grande campagna di sostegno alla candidatura di Israele come patrimonio dell’umanità. Tutto questo probabilmente non accadrà e allora non resta che sperare che sia l’Italia a trasformare questa proposta in una battaglia di civiltà. L’occasione per far propria questa piccola campagna (contattato dal Foglio, l’ambasciatore israeliano in Italia, Ofer Sachs, dice con un sorriso di “essere d’accordo con l’idea del Foglio di lanciare la candidatura di Israele come patrimonio dell’Umanità”) potrebbe essere più vicina di quello che si pensi. Il prossimo 13 dicembre, a Ferrara, il presidente della Repubblica, grande amico di Israele, inaugurerà il Museo nazionale dell’ebraismo italiano e della Shoah e magari in quell’occasione Sergio Mattarella potrà riflettere su un tema che ci sembra importante: è possibile, signor presidente, che l’Unesco, come ha comunicato due giorni fa, riconosca come patrimonio dell’umanità la pizza napoletana e non Israele? Nel nostro piccolo, noi ci contiamo. Grazie.

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