Ripartire nel MITO

Mario Leone

Centoquarantasette sono i chilometri che separano Milano da Torino. Quasi due ore di auto. Cinquanta minuti di treno da quando l’alta velocità collega il nostro paese. Due città apparentemente diverse. Milano sempre più europea, dinamica nell’adattarsi ai mutamenti culturali. Torino con il suo stile sabaudo, una facciata austera dietro la quale “c’è una prorompente vitalità, un cuore pulsante creativo e frizzante” come notavano dei giornalisti del Wall Street Journal giunti in città nel 2009.

 

Due città divise dai libri ma unite dalla musica. Quella del MITO SettembreMusica rassegna che ha radici più profonde e lontane nel tempo.

 

E’ il 1978, l’assessore per la Cultura di Torino, Giorgio Balmas, decide che la città debba dotarsi di una sua manifestazione che possa portare la musica “colta” fuori dalle sale per attrarre un pubblico nuovo, giovane e difficilmente raggiungibile dalle grandi istituzioni. Alle origini del MITO c’è il finanziere musicologo Francesco Micheli, che poi lascerà con dolore (ma con una citazione dotta: “Non piangere perché è finita, sorridi perché è accaduto”). Il successo è immediato anche grazie al lavoro di Roman Vlad ed Enzo Restagno, direttori artistici sin dalle origini. Questo tipo di realtà ha nella sua indole quella di rischiare e sfidare certezze monolitiche. E’ il 2007. Il Festival, diventato ormai una presenza costante negli ultimi scampoli estivi torinesi, decide di gemellarsi con Milano. Un’iniziativa che stupisce e non convince da subito, per vari motivi. Ragioni logistiche, di prestigio. Incertezze sulla possibilità di trasportare un modello di questo tipo in una città diversa come Milano. I dubbi sono spazzati via dal successo che l’iniziativa incontra anche sotto la “Madunina”. Perché, come spesso capita, condividere una buona idea significa farla germogliare cento volte di più. Lo conferma al Foglio il direttore artistico Nicola Campogrande: “E’ una formula che funziona, nella quale vincono tutti. Dovendo tenere due concerti uguali, in due grandi città, i musicisti vengono più volentieri e, declinando il tema generale in decine di modo diversi, si prestano a preparare insieme a me programmi ad hoc”.

  

Gli appuntamenti del Festival invadono teatri, auditorium, chiese, cortili e piazze, trasformando Torino e Milano in grandi platee all’aperto con un pubblico eterogeneo per provenienza, storia e cultura. Una formula che Campogrande ha saputo arricchire: “Ho introdotto le presentazioni di 4 minuti per tutti i concerti, la giornata dei cori con il MITO Open Singing finale nel quale il pubblico canta sotto la guida di un direttore specializzato (quest’anno sarà lo svedese Gary Graden), la scelta di dare spazio ai compositori viventi che sanno intessere un relazione con gli ascoltatori e quella di inserire la nuova musica accanto a quella di repertorio”.

 

Tutto questo senza tradire il tratto “popolare” dell’iniziativa con i suoi concerti gratuiti o a cifre simboliche. Il pubblico aumenta, attraendo ascoltatori da tutta l’Italia e anche dalle vicine nazioni europee. Un modello politico oltre che culturale. Il Festival si pone come avanguardia nei processi di integrazione tra le due città, offrendo la possibilità di veder realizzata una sinergia tra istituzioni lontane, fuori da sterili campanilismi, protese alla realizzazione di qualcosa di bello.

 

L’edizione 2018 ha come tema la danza, l’aspetto gestuale della musica, i movimenti che il corpo deve compiere per produrre il suono. Scorrendo gli impaginati dei concerti, si ritrovano infatti balletti completi e sublimazioni della danza in forme concertistiche; danze rinascimentali e barocche e loro reinvenzioni da parte di compositori viventi; concerti dedicati a balli specifici (il valzer, il tango). “MITO – dice Campogrande – nei suoi 125 concerti, esplora dunque le relazioni tra la musica classica e la danza in tutte le forme possibili, andando su e giù per la storia dal Duecento al Duemila e dimostrando, una volta di più, quanto profondo sia stato e continui a essere il legame tra le due arti”.

 

Si inizia lunedì 3 settembre a Torino con la Royal Philharmonic Orchestra, diretta da Marin Alsop e Julia Fischer al violino. Il 5 e il 6 ci sarà Martha Argerich e tanto altro ancora sino al 19 settembre, giorno in cui a Milano scenderà il sipario su due città molto più vicine dei centoquarantasette chilometri che le dividono.

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