Il welfare che non c'è più qui diventa aziendale. Esempi e idee

Salute, famiglia, formazione. I vecchi paracadute sociali sostituiti da nuove forme. Tra pubblico, privato, nuovi contratti

28 Gennaio 2018 alle 06:00

Il welfare che non c'è più qui diventa aziendale. Esempi e idee

La retorica sempreverde della Milano “col coeur in man” trova l’ennesima conferma, ma con un suo pragmatico aggiornamento che guarda il futuro dell’economia e dell’azienza. Milano e la Lombardia (non solo loro, certo) stanno da tempo costruendo le basi per un moderno welfare in grado di muoversi con le proprie gambe. In una campagna elettorale in cui il tema lavoro è centrale, è interessante vedere come può coniugarsi con nuove forme di aiuto ai lavoratori, diverse dalla tradizionale “pensione”. L’anno prossimo compirà dieci anni la Fondazione Welfare Ambrosiano, ente non profit che promuove iniziative a favore dei lavoratori milanesi in difficoltà  economica. “La fondazione Welfare Ambrosiano è stata la prima e l’unica a tendere la mano anche alle famiglie in difficoltà, per consentire loro di uscire da una situazione di crisi, trovare un lavoro e magari avviare un’impresa. Abbiamo coperto per anni – spiega Massimo Ferlini, presidente del Consiglio di gestione – grazie all’intesa tra il Comune di Milano, le organizzazioni sindacali e le imprese (attraverso Camera di Commercio) una zona grigia del bisogno che le altre realtà non conoscevano. Parlo del micro credito sociale come strumento ma anche delle anticipazioni, che la fondazione è riuscita a garantire, sulla cassa integrazione che, per motivi burocratici, tardava ad arrivare”.

 

Inutile ricordare che il welfare sostenuto dalle risorse dello stato è in profonda crisi. Lo dicono i tagli di tutti i governi che si affacciano sulla scena, la pioggia dei ticket in Sanità e le dinamiche pensionistiche che guardano all’aspettativa di vita degli italiani con preoccupazione. La Cisl ha saputo andare avanti e ha fatto del welfare, nella contrattazione aziendale, un punto fermo. Ma non ci sono solo le grandi imprese. “C’è anche il welfare integrativo degli enti bilaterali che va utilizzato a pieno”, dice Danilo Galvagni, segretario milanese della Cisl. “Nel settore dell’artigianato, per esempio, offre grandi potenzialità dedicate alla salute dei dipendenti, alle loro famiglie, al mutuo prima casa, alla formazione. Si è consolidata l’idea che si possa offrire un’alternativa di servizi a chi opera in uno specifico settore”. Ma per estendere queste dinamiche positive cosa occorre fare? “Manca un coordinamento a livello territoriale, perché sono sempre Regione e comune a dover interpretare i bisogni. L’arretramento del welfare pubblico lascia uno spazio che può essere coperto nell’ambito del rapporto tra le forze sociali: sindacati e imprese. Ma per creare una rapporto proficuo dovrebbe nascere un osservatorio regionale, o almeno della macro area metropolitana, per coordinare gli interventi sociali, quelli sanitari, quelli formativi”, insiste Galvagni. Anche la formazione attraversa il wefare. “Il modello lombardo – spiega Gianni Bocchieri, direttore centrale Istruzione, formazione e lavoro della Regione Lombardia, professore all’università di Bergamo – si caratterizza per una governance partecipata, anche nella gestione del mercato del lavoro, e nella costruzione di un sistema di produzione nel mercato destinata ad aiutare chi, dopo aver perso il lavoro, vuole impegnarsi per trovarne un altro, nel più breve tempo possibile. Non prevediamo che tutto il welfare sia incentrato sulle strutture pubbliche, abbiamo come elemento qualificante il concetto di sussidiarietà. Pubblico privato accreditato che concorrono a costruire questa rete di protezione”.

 

Un sistema consolidato in Lombardia e “nei cinque anni scorsi abbiamo amplificato questo concetto di protezione nel mercato del lavoro, rendendo sistematiche le misure della ‘dote’. Abbiamo dato vita alla dote unica lavoro, con una forte spinta per i soggetti più deboli. E’ il lavoratore stesso che deve attivarsi, scegliendo un operatore pubblico o privato che lo aiuti a rientrare nel mercato. E la formazione viene finanziata a patto che sia propedeutica all’inserimento lavorativo”. Un modello di welfare che rappresenta la miglior espressione del concetto di politica attiva del lavoro. Perché il lavoratore espulso dal mercato “non può stare a godersi l’indennità di disoccupazione o la cassa in deroga”, conclude Bocchieri. Il laboratorio welfare ha saputo produrre a Milano una riflessione che merita attenzione. Tradotta nel libro “Welfare responsabile”, curato da Vincenzo Cesareo, frutto di un lavoro a cui hanno partecipato ricercatori di diverse università, la Cattolica di Milano come capofila, poi Cà Foscari di Venezia, l’Università di Bergamo, quella di Torino, la Statale di Milano e la Bicocca. Il welfare responsabile – secondo i ricercatori – si caratterizza per il deciso superamento di un’impostazione unidirezionale, dove interviene un singolo attore (stato o mercato o Terzo settore) oppure più attori non coordinati tra loro. Adotta un approccio che include e mette in sinergia (et-et) i vari stakeholder a tutti i livelli e nei differenti ambiti. Ciò comporta collocarsi in una logica di rete, fondata sull’impegno a integrare, a mettere insieme in modo armonico e coeso gli attori sociali, attraverso una particolare forma di governance che privilegia l’orizzontalità rispetto alla verticalità. Nella sostanza un libro bianco sul welfare responsabile per rispondere ai nuovi bisogni delle persone e delle comunità. Con un obiettivo: costituire una proposta concreta alla crisi dell’attuale stato sociale.

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