I libri piccoli belli e rari di Vincenzo Campo, editore milanese

Da diciassette anni con Henry Beyle pubblica libri preziosi, spesso rari o dimenticati, stampati con una cura tipografica quasi artigianale. Tra refusi da mandare al macero, pagine intonse e autori da cui imparare, la sua idea di editoria è soprattutto una lezione di libertà: saper dire di no

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Vincenzo Campo (foto Claudio Furlan /LaPresse)

La prima regola prescrive due divieti: niente refusi e niente debiti. “Meglio tenersi alla larga da entrambi, specie se si vuole fare l’editore”, assicura Vincenzo Campo, seduto al tavolo di vetro della Henry Beyle, la casa editrice con cui da diciassette anni pubblica a Milano piccoli libri, stampati su carte pregiate con una cura tipografica ormai rara. E quanto possa costare un refuso, Campo lo sa bene: una volta, per un accento grave al posto di uno acuto, ha mandato al macero un’intera tiratura di quartini. “Erano di carta di cotone, abbiamo speso l’ira di Dio”, ricorda, toccandosi le punte delle dita come se scottassero ancora. Ne è valsa la pena? “Sul refuso sto con Gesualdo Bufalino, per il quale è l’inchiostro del diavolo, e non con Alberto Savinio, che negli errori della sua macchina da scrivere trovava un’insperata intelligenza. A un certo punto però bisogna arrendersi, prendere atto che l’ultimo correttore è il lettore”, dice, e si alza a cercare uno dei suoi primi libri, Vari tipi di editore di Valentino Bompiani: “Qui sono stato costretto a infilare un bigliettino di errata corrige”.
Nel suo catalogo, in questi anni, sono entrati alcuni dei maggiori nomi del Novecento italiano: Buzzati, Flaiano, Gadda, Pontiggia, Sciascia. Testi inediti o rari, quasi tutti classici del ’900, quasi tutti scomparsi, come Campo ricordava agli aspiranti autori che gli mettevano sotto il naso un manoscritto, affrettandosi ad aggiungere: “Per questo non vi conviene pubblicare con noi”. “Gli scrittori defunti sono l’antidolorifico della vita editoriale. Il testo è quello, l’ha licenziato l’autore, non devi discutere. E in editoria tutto puoi fare tranne che discutere con uno sconosciuto”. Poi sono arrivate anche le incursioni nel presente: Renata Colorni, Tullio Pericoli, Ferdinando Scianna. “Nomi che avrebbero solo l’imbarazzo della scelta su dove pubblicare. Con loro è nata un’amicizia intorno ai libri: lì sì che si può dialogare, e anche dissentire, senza acredine, in ascolto”. Un legame che non si misura solo a parole. “Tutti e tre sono stati di una generosità che non ha eguali, senza mai dare rilievo ai proventi mancati di questa collaborazione”.
Con certi lettori, invece, qualche incomprensione c’è stata, soprattutto davanti ai libri intonsi, con le pagine da aprire con il tagliacarte. “Ancora oggi c’è chi ci scrive per lamentarsi che il libro sia fallato; abbiamo predisposto una lettera per spiegare che quelle pagine unite non sono un difetto. Servono, peraltro, a far coincidere il proprio respiro e il proprio tempo con quello della lettura”.
Negli anni Campo, però, oltre che un raffinato editore è diventato pure un abilissimo venditore. Quasi sempre lo si trova nelle grandi rassegne editoriali, qualche volta al mercato dei libri di piazza Diaz, a Milano, ad esporre, e ai più titubanti riserva qualche affilata provocazione. Qualcuno si arrabbia, i più però sorridono: “E’ una messa in scena in cui bisogna portare a casa l’applauso”, si schermisce. Ma la recita comporta pure qualche disagio: “Una maschera, per quanto filosofica, è sempre il simbolo di un’ipocrisia. Per questo – ammette – provo a posteriori un pizzico di vergogna”. Vendeva anche suo padre, a Giuliana, nell’entroterra collinare palermitano dove lui è nato. “Era un piccolo commerciante, negli ultimi anni soprattutto di frumento”. Di libri, in casa, non ce n’erano, arrivava solo il Giornale di Sicilia. Come nasce una passione così forte per qualcosa che non si possiede? “Come nelle storie d’amore credo sia stata l’assenza, variante illustre del diniego, a creare il desiderio”. Il primo ricordo di libri è legato proprio al lavoro paterno: “Una mattina, piccolissimo, lo accompagnai in una chiesa sconsacrata dove era ammassato del grano; dentro una vetrinetta, vidi quattro o cinque ripiani pieni di volumi. Per anni ho cercato di ricostruire quali fossero, ma non ci sono mai riuscito. Forse la Henry Beyle non è altro che il tentativo di ricostruire il contenuto di quel piccolo mobile abbandonato”.
Il padre lo avrebbe voluto avvocato; lui, con la laurea in filosofia, andò a Milano per lavorare con i libri. Gli “astratti furori” di vittoriniana memoria si ghiacciarono presto: portò il curriculum alla Bompiani, dove una cassetta all’ingresso raccoglieva quel genere di richieste. “Chiesi al portiere, siciliano come me, se potevo lasciarlo lì. E questi, forse preso dalla simpatia nata dalla comune inflessione dialettale, mi guardò e disse: ‘Ma lasci perdere’”. Cominciò così a insegnare ed entrò in editoria dalla porta di servizio: la scolastica, “che negli anni ’80 – precisa – era assai effervescente”. Iniziò per Morano, lo storico editore napoletano che pubblicò per primo la Storia della letteratura italiana del De Sanctis. Poi, nel 1996, andò da Elvira Sellerio con la proposta di destinare alle scuole alcuni titoli della più nota collana isolana, “la Memoria”, senza trasformarli però in libri scolastici. “Devo a lei molto di quello che so sull’editoria, per le cose che trasmetteva senza dirle espressamente. Era tutt’uno con la materia dei libri”.
La sua casa editrice è nata invece il giorno di San Giuseppe del 2009. L’omaggio è a Stendhal, ma con un distinguo: l’adorabile grenoblese, all’anagrafe, si chiamava in realtà Marie-Henri Beyle, con la “i”; la “y” viene invece dalla Vita di Henry Brulard, che molti stendhaliani considerano il suo vero capolavoro. “Stendhal, per tutta la vita, cercò pseudonimi dietro cui nascondersi. Noi abbiamo fatto il contrario, utilizzando il suo vero nome per celarne altri: Henry Beyle è una superficie, un nascondiglio”. Il futuro della casa editrice? “Mantenersi in buona salute, in ogni caso sopravvivere”, sorride. Per riuscirci, cita Bernard Grasset, il grande editore francese, che teneva nello studio un cartello con su scritto: non dimenticare di imparare a dire di no. “E’ questo il vessillo della libertà, soprattutto in editoria. Perché, se sai dire di no, puoi accedere a quasi tutto”.
Filippo Maria Battaglia