Gran Milano
Sei anni senza i “teleri” di Sancarlùn, parte il gran restauro
Le 26 monumentali tele del Seicento dedicate alla vita e ai miracoli del santo, “padre dei poveri”. Abbiamo visto in anteprima i cantieri
29 OTT 26

I laboratori allestiti nel Cantiere Marmisti (courtesy Veneranda Fabbrica del Duomo)
Niente teleri per il Sancarlùn, ma non è una cattiva notizia. Per la prima volta, le celebri tele non saranno esposte come da tradizione ambrosiana lungo le navate del Duomo dal 4 novembre, che è appunto la solennità di San Carlo, fino all’Epifania. Da quest’anno nessuna “operazione speciale” per far srotolare i 26 teleri dal loro deposito, che se ne sta lassù, nella sagrestia nell’angolo nord-est della cattedrale. Non li vedremo scendere più, tutti insieme, per sei anni consecutivi, e dirlo fa un po’ impressione. Ma la Fabbrica del Duomo è avvezza ai tempi lunghi: predilige la cura, non la fretta. Per questo Avvento, in accordo con il capitolo della cattedrale (e con la Soprintendenza), regala alla città un restauro monstre: il “gran teatro” di San Carlo, uno dei cicli pittorici più identitari del Seicento lombardo, dedicato alla vita e ai miracoli del “padre dei poveri”, verrà completamente restaurato. Le prime operazioni sono iniziate in sordina la scorsa estate, ma lo studio e l’analisi sullo stato di salute dei teleri, come racconta al Foglio Elisa Mantia, coordinatrice dell’area cultura della Veneranda Fabbrica del Duomo, sono iniziati già dal 2019.
Anche se li abbiamo visti mille volte esposti lungo la navata centrale, è solo osservandoli da vicino, adagiati su un pavimento, che appaiono in tutta la loro imponenza. Sono monumentali tele a tempera di caseina (un dettaglio non da poco, ci spiega Roberta Grazioli, restauratrice e coordinatrice di tutto il progetto di restauro, ché i teleri erano fatti di una pittura rapida, buona per essere asciugata in fretta): i primi venti furono eseguiti tra il 1602 e il 1604, gli altri nel corso del secolo. Fu la Veneranda Fabbrica a selezionare gli artisti per l’impresa, cui forniva le misure standard dell’opera (cm per ogni telero): i maggiori talenti della pittura lombarda del tempo, dal Cerano al Procaccini, obbedivano ai dettami del “De Pictura” del cardinal Federico Borromeo (cugino di Carlo), secondo cui l’arte doveva essere didascalica e realistica, capace di catturare l’occhio e il cuore. I teleri di San Carlo formavano così un vero e proprio teatro liturgico (oggi diremmo una scenografia immersiva) lungo le navate del Duomo. E pensate, dicono Mantia e Grazioli, che un tempo erano fissati con semplici chiodi, quasi dei poster a uso e consumo dei devoti.
Il progetto di restauro richiede tempo e denari (l’investimento è di circa tre milioni di euro, fondamentale il sostegno di Intesa Sanpaolo), e dice molto del miglior “metodo Veneranda Fabbrica”. Tutto è partito, si diceva, dalle analisi diagnostiche preliminari che hanno evidenziato problematiche varie. Del resto, le opere da secoli subiscono movimentazioni e sollecitazioni, senza contare le variazioni di umidità e temperatura registrate in una cattedrale come la nostra che accoglie in media diecimila turisti al giorno. Come, anzi dove, fare un restauro così monumentale? Con pragmatismo, la Veneranda Fabbrica indice una gara su invito tra otto aziende specializzate e ne sceglie due (nota a margine, ma serve a capire che le cose si possono fare per bene: per l’occasione vengono create due ATI, che sta per Associazioni Temporanee di Impresa, la prima formata da Chiappa e Didonè Restauri e l’altra guidata da Anna Lucchini con Lorenzo Conti). A questo punto, con le due squadre pronte, la Veneranda “si guarda dentro” e decide di allestire due grandi laboratori negli spazi del Cantiere Marmisti di via Brunetti, in zona Certosa. Lì artigiani, scultori, scalpellini e operai qualificati ogni giorno riparano e rimodellano il nostro Duomo con i blocchi di marmo che arrivano dalle cave di Candoglia.
Tra rumori di frese e il viavai dei muletti, abbiamo visto le mani degli esperti restauratori all’opera sui primi due teleri: un gruppo “medica” il retro del Solenne ingresso di San Carlo a Milano di Filippo Abbiati (datato circa 1680), un altro il fronte della tela del Cerano (rappresenta San Carlo che vende il principato d’Oria, ed è del 1602). Con tutta probabilità saranno pronti per gennaio e il progetto, anticipa al Foglio Elisa Mantia, è di esporli in Duomo, anche se “fuori tempo”, proprio per testimoniare il work in progress. I teleri saranno dotati di un telaio progettato per l’occasione: in alluminio, con un sistema a doppia molla concepito per ammortizzare le tensioni della tela durante le future discese a ogni Avvento e il successivo arrotolamento, ridurrà al minimo lo stress sulla tempera, grazie anche all’impiego sperimentale di tessuti tecnici ad alte prestazioni. Abbiamo toccato questi nuovi tessuti e visto in anteprima il disegno del telaio (che sarà nero, ma dalle navate non si noterà): il restauro è disciplina affascinante, fatta di studio e pazienza, ricerca e scoperte di nuove tecniche.
Ancora una volta, la Veneranda Fabbrica fa scuola: come ci ha detto una volta l’ingegner Francesco Canali, in gergo “l’architetto del Duomo” ovvero il direttore dei cantieri della Veneranda Fabbrica, “qui si pensa come una Cattedrale”. Non si guarda al domani, ma ai secoli a venire.