La musica “Dal Vivo”, chi la fa e chi la ascolta. Fotografie di una storia

Dai Righeira nel gennaio del 1981 a Chet Baker che suona al Santa Tecla con il gruppo di Basso e Valdambrini. Settanta anni di musica vissuta, compulsata e ballata sotto ai palchi di Milano. Una mostra a Palazzo Morando fino al 31 gennaio 2027, a cura di Matteo Bordone e Roberto Mutti

  


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(Foto Getty)

Le indicazioni per i fotografi sono chiare e precise, come riporta nel catalogo il curatore Roberto Mutti: “Indicazioni fornite ai suoi operatori da Vincenzo Carrese, leggendario fondatore nel 1936 della Publifoto che raccomandava di non inventare nulla, di scegliere la luce giusta, di portarne a casa il più possibile compresa l’alternanza fra inquadrature orizzontali e verticali e di non fare di testa propria”. L’esito è stato ed è ancora oggi il più bello spettacolo del mondo, ovvero quello messo in atto dal pubblico che diviene tutt’uno con la musica e con gli artisti sul palco.
La mostra “Dal Vivo”, aperta a Milano a Palazzo Morando fino a fine gennaio, presenta settanta anni di musica vissuta, compulsata e ballata sotto ai palchi di Milano. Curata da Roberto Mutti, tra i più influenti storici della fotografia italiani, e con il contributo sentimentale di Matteo Bordone, “Dal vivo” è un ritratto di Milano e della sua energia che ha attraversato i decenni al di là di ogni condizionamento politico e sociale. Quello che viene rappresentato nelle foto esposte è un miscuglio di desideri sparati a tutta forza verso il palco. Una forma di liberazione collettiva che ha attraversato negli anni più spazi e molteplici artisti: dal Piper al Cox 18, dal Teatro Lirico fino al Magnolia.
Teatri, club, locali e pure bar e tabaccherie, Milano è compressa da una richiesta sempre continua di spazi; che tutto poi non duri per sempre in realtà fa parte della bellezza di una città che non sta mai troppo ferma a guardarsi addosso, ma che sceglie sempre dove andare, dove essere e come esistere di volta in volta, senza badare alle nostalgie. Questi scatti raccontano l’insieme più o meno uniforme di vite private e diversissime immerse in quel movimento un po’ ossessivo e un po’ necessario di provare a vivere e a godersi, alle volte con fatica e frustrazione, una città che insiste da sempre – unica in Italia – a concedersi il lusso di una visione più ampia di quella destinata al resto d’Italia, uno sguardo capace spesso anche di andare ben oltre la triste Chiasso arbasiniana.
Si va dagli scatti dei grandi fotografi musicali come Roberto Masotti, Silvia Lelli, Pino Ninfa, Renzo Chiesa e Luciano Rossetti, a quelli del bluesman Fabio Treves, il puma di Lambrate, qui nella doppia veste di fotografo e anche di fotografato. Quella di “Dal Vivo” è una Milano attraversata da una festa mobile continua là dove soprattutto i provinciali hanno trovato il riparo e l’occasione nei concerti, come ricorda anche Matteo Bordone nel suo testo in catalogo, di decidersi finalmente a venire a vivere nel capoluogo, abbandonando sì i vecchi riti di avvicinamento, ma divenendo così parte della pulsazione milanese.
Foto dentro cui riconoscersi e riconoscere vicini di ballo, di posto o di spalto con cui si è condiviso il tempo di un concerto o di una canzone. Dai Righeira nel gennaio del 1981 a Chet Baker che suona al Santa Tecla con il gruppo di Basso e Valdambrini. Siamo nel 1959 e quella sarà anche l’occasione colta da Nanni Loy per ingaggiare il jazzista americano per la colonna sonora de L’audace colpo dei soliti ignoti.
Si tratta dunque di uno stare insieme potentissimo, totalmente fuori misura, liberatorio e anche capace di ricordare come una città come Milano quando è messa sotto pressione offre il meglio di sé, liberando spazi che parevano inavvicinabili e aprendo a nuove opportunità che sembravano invece esclusiva di pochi. “Dal Vivo” è il racconto per nulla malinconico di una città che appartiene a tutti, su e giù dal palco.