Al via i lavori per il nuovo Museo del Novecento. Un punto al futuro per Milano

Il cantiere del raddoppio del Museo del Novecento è partito con due anni di ritardo e non finirà prima del 2028. In attesa di capire chi guiderà il museo, il direttore Maraniello rilancia con la mostra su Tommaso Trini e nuovi focus sugli artisti milanesi degli anni Settanta e Ottanta 
15 OTT 26
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(Foto Getty)

In ritardo di due anni, il Secondo Arengario è stato finalmente impacchettato per far partire il “cantiere del raddoppio” del Museo del Novecento affacciato su piazza Duomo. Per la fine dei lavori se ne riparla (almeno) tra altri due anni. Nessuno si sbilancia (in primis l’architetto Sonia Calzoni che ha firmato il progetto di riqualificazione, con tanto di passerella sospesa tra i due arengari) e Gianfranco Maraniello, che del museo è il direttore, si trova lui stesso in “standby”, giacché il suo incarico è una sorta di “contratto fiduciario” con la giunta che, si sa, in primavera cambierà. Che cosa succederà dopo (anche su questo fronte, s’intende) non è dato saperlo: “A chi mi chiede con che mostra aprirò il Secondo Arengario non so che cosa rispondere”, dice al Foglio.
L’incertezza sulla direzione futura non fa bene a un museo che ha già nel suo Dna criticità varie (il percorso interno, firmato da Italo Rota, costringe i visitatori a tortuosi cammini): servirebbe una governance diversa, con maggiore autonomia (sulla gestione dei ricavi della bigliettazione, sulla produzione di un proprio merchandising, ad esempio). Poli civici che funzionano esistono: la Fondazione Musei Civici di Venezia, ad esempio, è un buon modello cui guardare.
Detto questo, e in attesa del futuro raddoppio, il Museo del Novecento regala meritevoli gocce di memoria. Al quarto piano ha aperto una mostra (inclusa nel costo del biglietto) dedicata a Tommaso Trini, 89 anni e studio a Porta Venezia, uno tra i critici d’arte più arguti della scena italiana: ha capito prima di altri l’Arte Povera, la Land Art, l’Arte Concettuale e non si è fatto spaventare dalle nuove tecnologie. Questa mostra basata sul suo archivio privato è un bell’antidoto alle amnesie contemporanee, e lo sono anche i nuovi “focus” (tre stanze) appena allestiti da Maraniello sempre al quarto piano del museo.
Si tratta di affondi dedicati a protagonisti milanesi tra gli anni Settanta e Ottanta: “Vincenzo Agnetti e la poesia”, realizzato con l’Archivio Agnetti, indaga il ruolo generativo della parola e del gesto negli ultimi anni della sua attività; “Enrico Castellani e le superfici a rilievo” presenta finalmente una corposa serie di opere del maestro delle superfici flesse e una sala collettiva ospita i lavori di “milanesi illustri” come Valerio Adami, Lucio Del Pezzo, Bobo Piccoli, Emilio Tadini e Alik Cavaliere. A proposito: il Centro Artistico Alik Cavaliere, per il centenario della nascita dell’artista, ha una giornata di studi, il 15 ottobre, all’Accademia di Brera: la Milano del Dopoguerra, quando fu uno dei più sorprendenti laboratori dell’arte in Europa.