La strana guerra tra industrie e artigiani, opinioni lombarde

La riforma allo studio del governo potrebbe rendere molto sottile il confine tra le piccole imprese (molte delle quali iscritte a Confindustria) e quelle artigiane oggi costrette dentro una soglia più bassa di dipendenti. Anche se non sarebbe previsto un cambio di contratto di lavoro per i dipendenti. E’ così che le associazioni d’impresa alzano la voce

10 OTT 26
Immagine di La strana guerra tra industrie e artigiani, opinioni lombarde

(Foto Getty)

Non manca qualche voce critica (anche nella maggioranza), che sussurra: “Per riformare il mondo dell’artigianato basta puntare sulla qualità e sulle caratteristiche del lavoro, piuttosto che sul numero degli addetti”. Ma si sa il legislatore non è sempre illuminato. E così la bozza della legge quadro che dovrebbe riformare il comparto degli artigiani può cambiare gli equilibri della rappresentanza. Ad oggi, in Lombardia, il 70 per cento delle imprese manifatturiere è sotto i 50 dipendenti. Guardando all’insieme del mondo produttivo si sale al 95 per cento. I contenuti più problematici della riforma (ancora in via di definizione) riguardano il numero dei dipendenti delle imprese artigiane che – con qualche distinguo – potrebbero arrivare a 50.
In Lombardia ci sono circa 815 mila imprese attive di cui 230 mila artigiane e 154.500 imprese nel settore del commercio. Le imprese con meno di 50 dipendenti (micro e piccole imprese) rappresentano circa il 95 per cento del totale, un perno fondamentale del tessuto produttivo regionale. Sempre in Lombardia le imprese con meno di 50 addetti sono stimate in oltre 770 mila unità. La riforma allo studio del governo potrebbe rendere molto sottile il confine tra le piccole imprese (molte delle quali iscritte a Confindustria) e quelle artigiane oggi costrette dentro una soglia più bassa di dipendenti. Anche se non sarebbe previsto un cambio di contratto di lavoro per i dipendenti. E’ così che le associazioni d’impresa alzano la voce.
Giuseppe Pasini, presidente di Confindustria Lombardia, va diritto al punto: “La riforma dell’artigianato proposta dal governo rischia di essere una vera e propria invasione di campo: confonde l’artigianato con la piccola impresa e introduce un regime più favorevole per una determinata categoria dimensionale, facendo così venire meno un principio fondamentale, quello dell’uguaglianza delle condizioni di mercato. Non possiamo accettare che, nel tentativo di sostenere la crescita delle imprese, si finisca per alterare la concorrenza. Gli effetti distorsivi rischiano di essere concreti: dal dumping salariale, con un differenziale del costo del lavoro che potrebbe arrivare fino al 18 per cento, alla possibilità che imprese artigiane con lo stesso numero di addetti possano beneficiare di condizioni più favorevoli rispetto alle imprese industriali nella partecipazione alle gare pubbliche”. Prosegue: “Chiediamo al governo di cambiare prospettiva: anziché introdurre nuove asimmetrie tra imprese, utilizzi la prossima legge di Bilancio per lanciare una vera politica industriale. Servono misure fiscali forti per favorire le aggregazioni, gli investimenti, la capitalizzazione e i processi di crescita dimensionale”.
Eugenio Massetti, presidente di Confartigianato Imprese Lombardia sembra invece convinto del percorso intrapreso dal governo. Che giudizio dà della legge quadro sugli artigiani? “L’Europa considera una piccola impresa da 10 a 49 dipendenti. Dopo di che ogni nazione ha i suoi regolamenti, ma se vogliamo uniformarci alla casa più grande della quale facciamo parte, questi sono i dati. I temi veri, oltre alla questione del numero degli addetti, sono due poco ricordati nel dibattito in corso. Ogni volta che c’è qualche problema sul versante economico del nostro paese si dà la colpa alle piccole imprese, al nanismo. Se piccolo non è più bello come una volta allora diamo gli strumenti giusti alle aziende per competere: il primo è la mancanza di credito. Le banche non ci danno più prestiti per investire, quando invece per le grandi imprese i soldi ci sono. L’altro grande problema è il costo dell’energia, che noi piccoli paghiamo di più rispetto alle imprese energivore che sono industriali. C’è qualcosa che non funziona, occorre andare in campo ad armi pari: se siamo piccoli dobbiamo avere lo spazio per crescere. Ci impediscono di crescere mentre occorre lasciare agli artigiani la legittima aspirazione di competere. Senza contare i mille balzelli. Artigiani e industriali sono entrambe fondamentali per la crescita del paese”.
Crisi energetica, crescita in affanno, inflazione pesante, è il momento giusto per questa riforma? “Ma non ci sarà mai il momento giusto. Credo che il momento propizio arrivi quando le cose si fanno. Forse potrebbe essere la soluzione ai problemi che sono sul tavolo, per consentire anche alle piccole imprese di essere competitive sui mercati. Un grande problema è rappresentato dal fatto che gli artigiani, arrivata l’età della pensione, chiudono l’azienda perché non conviene più andare avanti, non c’è più margine economico. Il problema nostro non è la competizione con gli industriali, ci mancano gli strumenti per essere competitivi. Ho parlato del credito e del gap energetico ma se avessimo anche la possibilità di essere più grandi, anche per la legge, avremmo risolto un grande problema, andrebbe a beneficio di tutti”, conclude Massetti.