A Pavia un “Cern” che usa fasci di particelle per curare i tumori

Ecco il Cnao, gioiello della Sanità pubblica lombarda. “Un posto dove si fanno miracoli”, ha detto Papa Leone
26 SET 26
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Foto Ansa

"Il paziente numero uno? Me lo ricordo benissimo. Aveva 25 anni e un condrosarcoma in posizione critica, vicino all’occhio e al tronco encefalico; reduce da un primo intervento, non poteva essere rioperato. Lo abbiamo trattato qui. Adesso è in ottima salute, ha due figlie, mi scrive ancora e ogni tanto ci vediamo". Era il 2011, quando la dottoressa Maria Rosaria Fiore, radioterapista, accoglieva la prima persona che poteva essere curata al Cnao, il Centro Nazionale di Adroterapia Oncologica. Oggi ne arrivano 600 all’anno, da tutta Italia e anche dall’estero. Molti sono bambini o giovani adulti. E sbarcano in uno degli otto centri al mondo in grado di impiegare fasci di particelle – sia protoni, sia ioni carbonio – per intervenire su tumori in sedi difficili o resistenti alla radioterapia.
Siamo a Pavia. Attaccati al San Matteo, ma comunque fuori dai radar di chi dice “salute” e pensa solo agli ospedali delle grandi città. Eppure è un’eccellenza assoluta, della Sanità pubblica e in particolare lombarda. E lo è grazie all’adroterapia, appunto.
“E’ una tecnica che al posto di usare fotoni, ovvero i raggi X, utilizza fasci di protoni e di ioni carbonio”, spiega la Fiore, che al Cnao c’è dall’inizio e oggi dirige l’Unità di Radioterapia Oncologica: “Sono particelle che riescono a portare il massimo della dose esattamente nel punto desiderato, mentre nel percorso d’ingresso e di uscita ne rilasciano pochissima”. Risultato: si colpisce il tumore con la massima precisione, senza intaccare i tessuti sani intorno. “In più gli ioni carbonio provocano danni multipli e complessi al Dna della cellula tumorale, impedendole di autoripararsi”. Tradotto, vuol dire curare sia dei tumori inoperabili, perché troppo vicini a organi vitali, sia quelli che resistono alla radioterapia classica. Non tutti, chiaro. Ma molti. “Tanti appartengono alla grande famiglia dei sarcomi dell’osso e tessuti molli. Ma ci sono anche quelli delle ghiandole salivari, dell’encefalo, del basicranio… Sono tumori piuttosto rari che noi oncologi chiamiamo ‘orfani’, perché sono pochi sia i centri di riferimento che le terapie a disposizione”.
Il merito è del sincrotrone, l’acceleratore capace di scomporre gli atomi e produrre i fasci di protoni e ioni carbonio. E’ un anello ipertecnologico di 25 metri di diametro e 80 di circonferenza, piazzato in un bunker sotterraneo di 1.600 metri quadri e isolato da mura spesse sei metri. Una copia in miniatura di quello usato al Cern di Ginevra per studiare la materia: stesso principio, stessa tipologia di macchinari. Ma qui serve a generare particelle che viaggiano fino a 213 mila chilometri al secondo, per bombardare le cellule malate con precisione decimillimetrica.
L’intuizione è nata nel 2001, grazie alle idee dei fisici Ugo Amaldi e Giampiero Tosi, alla spinta di Fondazione Tera, all’input del ministero della Salute e di Regione Lombardia. Ha coinvolto enti come il Cern, l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, il GSI di Darmstadt e il LPSC di Grenoble, si è appoggiata a idee e lavoro di 600 aziende (in gran parte italiane), ha raccolto la partnership sanitaria dei sei soci fondatori (con Tera, l’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, il Policlinico milanese, lo Ieo, il Besta e il San Matteo di Pavia). E ha aperto a fine 2010, coinvolgendo man mano altri pezzi di un puzzle che comprende tre università (Pavia, Milano, Politecnico), il Comune di Pavia e Fondazione Cariplo. Abbastanza per scardinare tanti luoghi comuni sul pubblico che gira a vuoto e l’impossibilità di fare sistema. Qui, succede. E funziona: in quindici anni ha curato 6.300 pazienti, quasi tutti via Servizio sanitario nazionale.
“Per chi fa il mio mestiere, è il massimo”, dice la Fiore: “C’è una multidisciplinarità che coinvolge chirurghi, oncologi, radioterapisti di tutti i centri di riferimento. Ma c’è anche una multidisciplinarità interna, perché per fare una terapia così di frontiera devi unire fisici medici, bioingegneri, tecnici di radioterapia, ingegneri specializzati… Il paziente arriva in un’organizzazione rodata, che lo prende in carico a 360 gradi. Qui trova la cura, ma prima ancora la speranza”.
Ecco, speranza. E’ una parola che si è sentita spesso anche il 20 giugno, quando al Cnao, un po’ a sorpresa, ha fatto tappa Leone XIV, nella sua visita a Pavia dedicata a Sant’Agostino. Lo ha chiamato “un posto dove si fanno miracoli”. Per Fiore e colleghi è stato “un bagno di emozione. Ha amplificato il senso del nostro lavoro. Noi parliamo di tecnologia e ricerca, ma alla fine tutto è finalizzato a curare le persone. Che non sono ‘una malattia’ o ‘un caso clinico’, ma uomini, donne e bambini con una storia e gente che li ama. Il Papa ci ha ricordato il senso ultimo di tutta questa scienza”.
Scienza che qui è pronta a fare altri passi avanti. Al Cnao stanno ultimando un nuovo edificio, un altro bunker, nuovi laboratori di ricerca, un secondo acceleratore di protoni e uno per la Boron Neutron Capture Therapy, che usa fasci di neutroni per colpire tumori e metastasi particolarmente aggressivi.
“Le prospettive sono ottime”, dice la Fiore: “Avendo un’arma così potente, vogliamo usarla al meglio”. Si sta lavorando su protocolli ad hoc, che puntano a integrare l'adroterapia con le terapie sistemiche. “Tra qualche settimana inauguriamo il nuovo acceleratore di protoni, dotato di un “gantry” (una testata rotante che permette di colpire la massa tumorale da più direzioni, ndr), e, più avanti, potremo fare i trattamenti anche in posizione seduta”. Vuol dire aggiungere alla lista delle patologie trattabili molti tumori del distretto torace e addome.
Soprattutto, vuol dire moltiplicare storie come quella che la dottoressa definisce “una delle esperienze più belle che mi siano capitate in questi anni”. Era un paziente croato, 42 anni. “Aveva un cordoma con una massa enorme: partiva dall’osso sacro e invadeva parte del bacino. Non poteva essere operato, ma non riusciva neanche a stare su una barella, per il dolore”. Quella volta, dice, ha pensato che non ce l’avrebbero fatta. “E invece siamo riusciti a portare a termine il trattamento. Al secondo controllo, dopo sei mesi, è entrato in ambulatorio con una stampella sola. Camminava. Ecco, un posto così esiste per questo”.