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Astensione, alè. Uno studio Ipsos-Doxa per la regione su un fenomeno bifronte e al 60 per cento
Secondo la ricerca, i motivi per cui i cittadini non vanno a votare sono due: l'insoddisfazione e la disaffezione. E questa è una campana a morto per l’intera classe politica
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Foto Ansa
Regione Lombardia s’interroga sul fenomeno dell’astensione, che nel 2023 ha sfiorato quota 60%. E senza ballottaggio, dunque con l’universo degli elettori potenzialmente interessato. “Una vera e propria emergenza democratica”, afferma l’ufficio di presidenza del Consiglio regionale lombardo, che ha commissionato a Ipsos-Doxa uno studio per comprenderne i motivi. “Emergono due principali forme di astensione”. La prima legata all’insoddisfazione, e alle valutazioni negative delle istituzioni e dei servizi. Molti, delusi dalla percepita incompetenza della classe politica, chiedono un ricambio generazionale e ideologico: per costoro, l’astensione è sostanzialmente una scelta per mandare un messaggio. Altri sono invece orientati a valutazioni non ideologiche, “giudicano programmi, politiche e candidati in base all’efficacia”. E questo è un bel campanello d’allarme per una maggioranza che governa il Pirellone da decenni.
“La seconda macrocategoria di astenuti, più problematica, è quella dell’astensione disaffettiva”, dice lo studio. Un distacco profondo e strutturato dalla politica. Sono generalmente critici nei confronti di tutte le parti politiche e manifestano una visione pessimista delle potenzialità del cambiamento sociale: si tratta principalmente di persone in difficoltà economica o ad alto livello di marginalità sociale, appartenenti per lo più alle classi centrali di età”. E questa è una campana a morto per l’intera classe politica. La ricetta impossibile proposta dai ricercatori Ipsos-Doxa parla della necessità di “intervenire sull’insoddisfazione, attraverso politiche pubbliche efficaci, servizi di qualità e una comunicazione istituzionale più chiara, in particolare verso i giovani. Agire sulla disaffezione, invece, è più complesso: richiederebbe strategie di lungo periodo”. Per dirla con Churchill “il successo non è mai definitivo, il fallimento non è mai fatale”.