Gran Milano
Passato e presente. La Malfa: “La casa di Mediobanca è Milano”
Cuccia, la finanza laica e quella cattolica. Il mondo economico cambiato, il significato della mossa di Messina
18 GIU 26

Foto LaPresse
Con Intesa Sanpaolo, Mediobanca torna a casa, a Milano, nell’ecosistema culturale e finanziario in cui è nata e che l’ha forgiata. A mio parere, è il miglior finale della storia”. Giorgio La Malfa, economista, saggista, ex ministro e parlamentare, una vita tra studio e impegno politico, tira un sospiro di sollievo dopo avere vissuto con disagio, da profondo conoscitore di Mediobanca, di cui per anni ha anche curato l’archivio storico, la scalata da parte di Banca Montepaschi di Siena. “Mediobanca è nata nel 1946 per iniziativa della Banca commerciale italiana guidata da Raffaele Mattioli, poi divenuta, con tutte le varie aggregazioni, l’Intesa Sanpaolo di oggi. Per questo dico che tornerebbe a casa se l’offerta di Carlo Messina avesse successo. Oddio, anche l’integrazione con Banca Imi potrebbe presentare qualche criticità considerato, che rappresentano due modelli diversi di banca di investimento, ma è un’evoluzione più sensata per Mediobanca che con Mps non ha nulla in comune dal punto di vista del business, del management e del contesto di riferimento”. E’ certo, però, che ci sarebbero sinergie di centinaia di milioni, non trova? “Sì, ma sono sinergie di carattere contabile, di bilancio: le vere sinergie si generano quando ci sono affinità di mestiere e di cultura aziendale. Insomma, non ho dubbi: con Mps, risanata o no che sia, Mediobanca è destinata a non avere un futuro”.
Giorgio La Malfa può permettersi anche qualche giudizio tranchant perché all’età di 86 anni, e avendo al suo attivo una lunga esperienza che l’ha visto formarsi accanto a personaggi come Mattioli ed Enrico Cuccia, sul quale ha scritto di recente anche un libro (“Cuccia e il segreto di Mediobanca”), è rimasto uno dei pochi testimoni di un’epoca in cui l’Italia risorgeva dalle ceneri della guerra anche grazie alla creazione di un sistema bancario disposto a finanziare e accompagnare lo sviluppo economico del paese. “La distinzione tra banca commerciale e banca d’investimento è fondamentale per capire idee e princìpi su cui Cuccia ha costruito Mediobanca e perché teneva tanto alla sua indipendenza. E’ una lezione che veniva dal passato, quando proprio questa commistione aveva generato, negli anni Trenta, una grande crisi del sistema e le banche americane erano state le prime a separare i due tipi di attività. Cuccia era profondamente convinto di questa necessità tant’è che a volte aveva duri confronti con Mattioli, il quale, essendo la Comit azionista di Mediobanca, si aspettava di essere preventivamente informato sulle operazioni. Ma Cuccia rispondeva sempre che l’unico suo dovere era portargli dei risultati. Così si è consolidata la cultura dell’autonomia decisionale e dell’indipendenza di Mediobanca, con Cuccia che tentava in tutti i modi di tenerla al riparo anche dall’influenza della politica”.
Cuccia, però, aveva anche un notevole sensibilità sociale: per questo si definiva un “centauro” per metà privato, nel modus operandi, per metà pubblico nel senso di essere guidato nelle sue scelte dall’interesse collettivo. Dopo la sua morte, però, Mediobanca non è stata più la stessa. “Quello che è successo è che si è adattata a un contesto di mercato che stava cambiando, anche perché, ricordiamolo, negli anni Ottanta era stata privatizzata e già nell’era di Cuccia aveva cominciato a cercare la redditività per soddisfare i suoi azionisti. Su questa strada hanno continuato prima Maranghi e poi Nagel, sebbene con approcci diversi. Mediobanca ha conservato l’identità di una banca di investimento che accompagna le imprese nello sviluppo di medio periodo ma non le finanzia nelle loro esigenze di credito di breve termine, come invece fa Montepaschi. Anche Intesa concede prestiti alle imprese. “Intesa Sanpaolo ha costruito al suo interno una banca di investimento con l’Imi, che ha sempre avuto un fine di sostegno pubblico all’economia italiana che Mediobanca non ha mai posseduto nel suo dna. Forse Messina dovrebbe, a mio parere, valutare anche la possibilità di tenere separate le due realtà. In ogni caso, sono fiducioso che Mediobanca troverà nel gruppo Intesa un habitat favorevole”.
Mediobanca nasce nel mondo Comit, che voleva dire partecipazioni statali, ma poi prende una sua strada, prima come “salotto buono” del capitalismo italiano e successivamente come una investment bank stile anglosassone e per questo è stata sempre considerata un riferimento della finanza laica in contrapposizione a Intesa Sanpaolo, più legata al mondo cattolico soprattutto nella fase in cui è stata guidata da Giovanni Bazoli. Con l’integrazione di Piazzetta Cuccia in Banca Imi, come anticipato dal ceo Messina, questa dicotomia finisce. Che ne pensa? “Per la verità, una contrapposizione così netta fra finanza laica e cattolica non è mai esistita se non nelle interpretazioni giornalistiche – riflette l’economista – Cuccia è sempre stato un cattolico fervente e la sua storia dice che si è comportato come un civil servant. La narrazione di una diatriba tra le due anime della finanza milanese è stata molto alimentata dai media. Ricordo che a Eugenio Scalfari questa chiave di lettura piaceva molto”. Le cronache, però, ricordano grandi battaglie finanziarie che hanno visto Intesa Sanpaolo e Mediobanca incrociare le sciabole, com’è successo con Rcs quando Intesa Sanpaolo sostenne Urbano Cairo e Mediobanca appoggiò la contro Opa di Carlo Bonomi. Bazoli, inoltre, prese pubblicamente le distanze dalla decisione, assunta dal cda della Rizzoli in tempi di crisi, di vendere Rcs Libri alla Mondadori targata Fininvest. Decisione che, invece, fu appoggiata da Alberto Nagel, già ad di Piazzetta Cuccia. Indietro negli anni, il gruppo Gemina dei Romiti e Generali furono spinte da Cuccia a entrare nel capitale del Banco Ambroveneto per facilitare una aggregazione con la Comit, ma furono respinte sempre da Bazoli che trovò un alleato nei francesi di Crédit Agricole. “Non dico che non ci siano state divergenze in alcune operazioni, ma non ho mai visto, avendo vissuto da vicino quel mondo, una contrapposizione tra visioni etiche e morali. Ricordo che Mattioli diceva che la distinzione non è fra banchieri cattolici e banchieri laici, ma tra banchieri bravi e meno brevi”.