Bienno, un sorprendente Borgo degli Artisti in Val Camonica

Da ricca cittadella di artigiani del ferro al “modello Saint-Paul-de-Vence”. Con passione e buona amministrazione

30 MAG 26
Immagine di Bienno, un sorprendente Borgo degli Artisti in Val Camonica

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Visitare Bienno, Borgo degli Artisti 2.0 e centro medievale di sorprendente bellezza della Val Camonica, è come arrivare sul set di un film d’azione e venire travolti da continui colpi di scena. Non solo perché appena arrivi tutti – la direttrice artistica del progetto Cinzia Bontempi, la barista, il sindaco, il professore, l’artigiano o un viandante – ti dicono che quassù “è meglio di Saint-Paul-de-Vence”, luogo mitico d’arte cui il Comune si è ispirato per rilanciare l’antico crocevia della via del ferro lombarda e farlo diventare un centro in cui – nelle residenze, nelle botteghe e nelle fucine trasformate in atelier – si ospitano artisti che qui vengono, ritornano, si trasferiscono. In questo borgo storico selezionato fra i più belli d’Italia, la potenza del passato con i suoi gioielli architettonici e la forza della galleria artistica a cielo aperto si intrecciano continuamente, creando ai forestieri una sorta di “sindrome di Bienno”.
Già meta di artisti e artigiani per via della Mostra mercato che ogni estate attira visitatori da tutto il mondo, a Bienno si respira l’aria sferzante che arriva dalla “Valle dei Segni” camuna patrimonio Unesco per le migliaia di incisioni rupestri. Fra vicoli, chiese, corti e antichi magli ad acqua colpisce l’intreccio fra l’ingegno degli artigiani del ferro e le visioni degli artisti arrivati dai cinque continenti grazie a un bando annuale. A ogni angolo, in ogni palazzo storico, si possono vedere installazioni, dipinti e opere donate al Comune dagli artisti residenti. Davanti al municipio si trova “Ol Frear” – il fabbro – la scultura in filo di bronzo di Mattia Trotta diventata il primo simbolo della rinascita artistica di un borgo poi scelto dalla Fondazione Italia Patria della Bellezza e affidato alla società di comunicazione Encanto per diffonderne il patrimonio culturale. Tutto nasce nel 2013, dopo che l’allora sindaco Massimo Maugeri e il suo vice Ottavio Bettoni, leghista oggi alla guida del Comune con una lista civica di centrodestra, vanno a Saint-Paul-de-Vence e creano uno scambio culturale con il celebre comune della Provenza. “Borgo Artisti nasce perché le botteghe del centro erano in declino e abbiamo pensato di rilanciare la tradizione dei fabbri aprendoci agli artisti, prima italiani e poi di tutto il mondo”, raccontano gli amministratori. E oggi, grazie alla direzione di Cinzia Bontempi – biennese che ha vissuto fra Londra e Milano prima di tornare qui – Bienno Borgo Artisti 2.0 ha assunto un respiro internazionale grazie alla presenza di nomi emergenti e quotati. Nel palazzo rinascimentale Simoni Fè e negli spazi comunali si trovano opere donate da quelli selezionati dai bandi o rimasti a vivere, qui perché difficilmente altrove si riesce a trovare una simile atmosfera glocal.
Quassù, dove i monaci benedettini intorno all’anno Mille costruirono il Vaso Re per alimentare fucine e magli ad acqua, il ferro rese Bienno uno dei centri manifatturieri più ricchi delle Alpi. Ed è questa ricchezza a spiegare perché oggi in un borgo di poco più di tremila abitanti si trovino palazzi storici, corti rinascimentali e chiese che diventano continuamente palcoscenici naturali. E perché il ferro sia diventato il filo su cui annodare arte contemporanea e memoria artigiana.
Fra i vicoli dove si trovano le botteghe si passeggia con Alexander Diego Gil, poeta e performer cubano arrestato durante le proteste dell’11 luglio 2021. A Bienno ha trovato ospitalità e sul cranio ha tatuato i versi del poeta Ángel Escobar. Nella sua recente performance Epistolario ha usato alcune frasi arrivate da Cuba e tradotte nella lingua camuna grazie a Lucio Avanzini, artigiano che impaglia sedie ma passa le giornate negli archivi storici per aiutare gli scrittori a raccontare un territorio che offre tante, persino troppe suggestioni storiche ed artistiche. Oppure si incontra Renato Calaj, pittore italo-albanese nato a Fier nel 1992, che dopo una residenza si è fermato a vivere qui ed è rappresentato dalla galleria svizzera B&B Fineart con i suoi grandi dipinti astratti – colate di verde e blu ispirate alla street culture e al post-graffiti – e una passione smodata per i tappeti persiani. La cosa forse più bizzarra è che non si trova un biennese che non sia contento di fare parte di questo vortice artigianale e artistico sempre in movimento, come l’onda di un mare che si riesce perfino a immaginare in una valle incastonata fra le montagne.
E poi ci sono i ragazzini – così qui vengono chiamati gli adolescenti che girano a piedi o in bicicletta mescolandosi al turbinio del borgo – e ogni volta che infrangono una vetrata con una pallonata, Cinzia Bontempi li obbliga a frequentare le mostre. Lei racconta anche che l’anno scorso, quando il bando era dedicato all’“Empty Space”, tutti erano impazziti a cercare l’artista messicano Haniel Fonseca, sparito per dare un senso concreto al vuoto e ricordare i desaparecidos. Molti artisti ormai vogliono restare. Come Augusto Daniel Gallo, scultore argentino le cui maschere e installazioni in ferro sono disseminate ovunque a Bienno e che ha perfino venduto una scultura al sultano del Bahrein. Vive qui sei mesi ’anno e lavora in una delle fucine rimaste. Prima di partire per la Biennale di Venezia ci mostra le maschere commissionate di Jean-Paul Belmondo e Alain Delon e dice: “Lavoro con il ferro perché sono un disegnatore. E l’unica cosa che mi permette di disegnare nell’aria è il ferro”.
E allora forse è vero che qui spira davvero il vento del borgo provenzale. Anche perché il sindaco giura che molti artisti preferiscono Bienno alla Costa Azzurra, dove atelier e affitti sono ormai proibitivi, mentre il Comune offre residenze e botteghe a chi i stabilisce. Mentre camminiamo fra artisti residenti e i nuovi arrivati del bando del 2026 dedicato al “Dualism” – opposti che si incontrano, si scontrano e trasformano in bellezza – una coppia di artisti cinesi, Wang Mengyn e Tao Han, ci mostra i ritratti dei biennesi realizzati grazie agli incontri con i residenti. Come si vede nella chiesa quattrocentesca di Santa Maria Annunciata, uno dei veri tesori architettonici della Val Camonica, dove mentre una scuola di danza prova uno spettacolo sulle Sibille sulle note dei Carmina Burana, le pareti custodiscono le scene della vita di San Francesco attribuite a Giovanni Pietro da Cemmo e le immagini del Simonino di Trento, memoria di una delle più oscure leggende antiebraiche medievali. Nel presbiterio, separato da un arco affrescato con dieci Sibille, il Romanino racconta invece le storie della Vergine.
Emma Prandelli, 84 anni, nata sarta e diventata costumista grazie anche al Borgo degli Artisti, vive da sola sul colle della Maddalena sotto la statua del Cristo Re rivestita di oro zecchino, inaugurata nel 1933 come celebrazione dei Patti Lateranensi e monumento ai caduti della Grande Guerra. I residenti dicono che sia meglio di quella di Rio de Janeiro, nonostante sia alta meno di nove metri e non abbracci l’umanità dolente. Ormai prigionieri della sindrome Bienno, sembra davvero possibile trovare qualsiasi cosa in questi vicoli, dove quest’anno stanno per arrivare i nuovi artisti anche da Cina, Giappone e Taiwan: perché oltre alla brezza della Val Camonica è arrivata pure l’onda asiatica.