Da Kyiv alla Biennale e poi? Un invito per l’arte di Makov a Milano

2 APR 22
Ultimo aggiornamento: 04:00
Immagine di Da Kyiv alla Biennale e poi? Un invito per l’arte di Makov a Milano

Rendering dell&rsquo;istallazione The Fountain of Exhaustion nel Padiglione Ucraina&nbsp;<br />

"Non so se dopo il 23 aprile potrò ancora fare l’artista”. Il 23 aprile è la data dell’inaugurazione della Biennale di Venezia e quel giorno Pavlo Makov passerà la mano, affidando al pubblico l’allestimento del padiglione dell’Ucraina al quale sta lavorando pur tra grandi difficoltà. Ha dovuto lasciare in Ucraina una parte dei materiali per l’installazione e ora ha dovuto affidarsi a un’azienda milanese per ricostruire la struttura in ferro che dovrà reggere i 70 imbuti che compongono l’opera. L’altra sera Makov era in diretta alla puntata dei “Lunedì di Casa Testori” ed è in quella circostanza che ha confessato tutto il suo sconforto: la Biennale da attesa e meritata vetrina rischia di trasformarsi per lui in un capolinea. Ma non può essere così.
Karkhiv è anche la città dove Makov, che è nato nel 1958 a San Pietroburgo, viveva e lavorava fino al 9 marzo scorso, giorno in cui ha deciso di lasciare l’Ucraina, portando con sé la moglie e la vecchia mamma di 92 anni. Nell’ultimo periodo, per ripararsi dalle bombe, si era rifugiato proprio allo Yermilov Centre, l’edificio dove tre anni fa si era tenuta quella mostra che aveva visto le sue opere affiancate a quelle arrivate dall’Italia di Emilio Isgrò, di Adrian Paci, di Julia Krahn e di altri artisti invitati al progetto. Makov per l’occasione aveva presentato un lavoro emblematico: un libro d’artista, che si apriva a leporello, con rendering e mappe di città, dove passato e futuro s’intessevano tra di loro. Era una riflessione, visionaria e insieme razionale, sulle città dell’est dell’Ucraina, già allora investite da inquietanti presagi. Ora, non solo Pavlo Makov ha dovuto abbandonare quel suo luogo di vita e di lavoro, senza poter immaginare quando riuscirà a ritrovarlo, ma gli è stata sottratta anche la “materia prima” della sua riflessione artistica, la “sua” Karkhiv. Le mappe della città oggi sono punteggiate di troppe ferite e di rovine.
Ma in situazioni come queste il cuore e l’energia degli artisti sono fattori troppo preziosi perché siano costretti a farsi da parte. Per questo, caro Pavlo, ti vogliamo offrire un luogo, che ci auguriamo sia il più possibile provvisorio, dove poter continuare a lavorare e ad essere “artista”, anche dopo il prossimo 23 aprile. Ti apriamo le porte di Casa Testori, che come dice il nome è luogo dove l’arte per destino è di “casa”. Ne potremo fare un laboratorio per questi tempi drammatici e potremo anche tener vive le aspettative maturate in occasione dell’esperienza della mostra di Karkhiv. Pensaci. Noi ti aspettiamo a braccia aperte.
Giuseppe Frangi è vicepresidente di Casa Testori