Bob Dylan

Bob Dylan uno e due

Maurizio Stefanini
Scordatevi Marcuse, che lo definì il Brecht americano. Una biografia oggi lo presenta come il più grande cantore della Guerra fredda.

Bob Dylan, di sinistra? Ma va là! Dopo l’album di traduzione che lo scorso ottobre gli ha dedicato Francesco De Gregori e le cui canzoni sta ora portando in tour, dopo i pur non troppo esaltanti concerti che lo stesso Dylan ha fatto in Italia a novembre, dopo lo spazio che il 24 maggio i giornali gli hanno dedicato per il suo 75esimo compleanno, il momento di interesse del nostro paese per il “menestrello di Duluth” è confermato dal libro che Marco Zoppas gli ha appena dedicato per BookTime: “Ballando con Mr. D. Nessuno canta il blues come Bob Dylan” (149 pp., 14 euro). Un testo complesso, a volte anche difficile, ma la promessa di far uscire fuori dai testi “temi insospettati, a prima vista insospettabili”, è mantenuta in pieno. E tra le molte sorprese, forse la maggiore è appunto quella di un poeta che, Nobel per la Letteratura sempre in attesa a parte, viene presentato come “il vero e in assoluto più grande cantore della Guerra fredda”.

 

Ma come, si dirà: e il fustigatore dell’imperialismo Usa? “Il mio nome non conta, la mia età significa ancora meno / il paese da cui provengo fa parte dell’occidente libero / Sono stato cresciuto ed educato a obbedire le sue leggi / E la terra in cui vivo ha Dio dalla sua parte” (“With God on Our Side”). E il pacifista? “Quante volte le palle di cannone dovranno volare / prima che siano per sempre bandite? / La risposta, amico mio, sta soffiando nel vento” (“Blowin’ In The Wind”). E il denunciatore dell’apparato militare-industriale? “Venite padroni della guerra / voi che costruite i grossi cannoni / voi che costruite gli aeroplani di morte / voi che costruite tutte le bombe / voi che vi nascondete dietro i muri / voi che vi nascondete dietro le scrivanie / voglio solo che sappiate / che posso vedere attraverso le vostre maschere” (“Masters of War”). E l’avversario della guerra in Vietnam? “Le mitragliatrici ruggiscono / i burattini tirano pietre / i demoni collegano bombe a orologeria / alle lancette degli orologi / Chiamami con qualsiasi nome tu voglia / non lo rinnegherò mai. / Addio Angelina / il cielo sta eruttando / e devo andare dove c’è quiete” (“Farewell Angelina”). E l’antinucleare? “E dove sei stato, figlio mio dagli occhi azzurri? / Dove sei stato, mio caro ragazzo? / Ho inciampato sul fianco di dodici montagne brumose, / ho camminato e strisciato su sei strade tortuose / sono andato dentro a sette cupe foreste, / sono stato davanti a una dozzina di oceani morti, / mi sono addentrato per diecimila miglia in una tomba, / e una dura, una dura, una dura, una dura, / una dura pioggia cadrà” (“A Hard Rain’s A-Gonna Fall”).

 

E, ancora, l’artefice della campagna antirazzista contro la condanna del pugile nero Rubin Carter? “Ecco la storia di Hurricane / l’uomo che le autorità incolparono / per qualcosa che non aveva mai fatto / lo misero in prigione ma un tempo egli sarebbe potuto diventare / il campione del mondo” (“Hurricane”). E lo sfottitore della paranoia anticomunista? “Be’, mi sentivo abbattuto e triste, / Non sapevo che cazzo fare al mondo. / Quei comunisti stavano per arrivare / Eran nell’aria, in terra, / Erano da tutte le parti / Non mi davan pace un secondo” (“Talkin’ John Birch Paranoid Blues”). E l’annunciatore del ’68? “E se il tempo per voi/ rappresenta qualcosa / fareste meglio ad incominciare a nuotare / o affonderete come pietre / perché i tempi stanno cambiando” (“The Times They Are A-Changin”). Proprio un profeta del ’68 come Herbert Marcuse lo definì il Brecht americano. “Entrambi hanno un messaggio: mettere fine alle cose come sono. Perfino in assenza di un qualsiasi contesto politico, le loro opere evocano, per un fuggevole momento, l’immagine di un mondo liberato e il dolore di un mondo alienato”. Più modestamente, Fernanda Pivano lo ha accostato a Fabrizio De André. “Si dice che Fabrizio sia il Dylan italiano, perché non dire che Dylan è il Fabrizio americano?”. “Avventura a Durango”, traduzione del 1978 in cui l’anglo-ispanico dell’originale “Romance in Durango” è reso in italo-abruzzese, non è che la più nota di varie cover che De Andrè ha dedicato a Dylan, secondo una tradizione tipica del cantautorato italiano di sinistra, e che va dal “Blowin’ In The Wind” rifatto da Luigi Tenco appunto fino al già citato “De Gregori canta Bob Dylan - Amore e furto”.

 

Ma va pure ricordato che De Gregori arriva a questo album e a questo tour al termine di un decennio in cui ha dedicato canzoni a Cuochi di Salò ispirati da Renzo De Felice e allo zio partigiano della Osoppo ammazzato dai comunisti, dichiarato un voto per Monti, criticato la sinistra e i radical-chic, espresso solidarietà a Berlusconi per le risatine di Angela Merkel e Sarkozy. “Blowin’ In The Wind” oltre a Tenco l’hanno cantata in italiano anche Mino Reitano e vari cori di chiesa. Nel 1997 lo stesso Bob Dylan la eseguì in lingua originale di fronte alla gioventù cattolica riunita per il raduno eucaristico di Bologna alla presenza di Papa Giovanni Paolo II, che chiosò: “E’ Gesù Cristo la risposta che soffia nel vento”. E nel 2009 Dylan fece addirittura un album di canzoni natalizie tradizionali. “Elvis ci ha liberato il corpo, Bob Dylan ci ha liberato la mente”, è stato un famoso aforisma di Bruce Springsteen (anche lui, tra l’altro, in questo luglio di passaggio in Italia). Assieme alla “Seeger Sessions” in cui nel 2006 lo stesso Springsteen rifece alcune delle canzoni più famose di Pete Seeger, agli “Ultimi pensieri” che Bob Dylan dedicò a Woody Guthrie e alla stretta collaborazione tra gli stessi Guthrie e Seeger, il tutto aiuta appunto a ricostruire quella sorta di filiazione nel folk impegnato statunitense, che inizia appunto negli anni Trenta con Guthrie, continua negli anni Quaranta e Cinquanta con Seeger, approda negli anni Sessanta a Dylan e dagli anni Settanta in poi è fatta propria da Springsteen. Springsteen viene anche dalla famosa cesura stilistica per cui il 5 luglio 1965 al Newport Folk Festival, Bob Dylan si presentò a sorpresa in pubblico con una chitarra elettrica invece che acustica. Una leggenda assicurava che Seeger aveva impugnato un’ascia con l’intento di tranciare i cavi, ma nel 2013 lo stesso Seeger ha poi smentito.

 

C’è però anche un’evidente cesura ideologica tra il filocomunismo aperto di Guthrie e Seeger e il più tranquillo appoggio di Springsteen alle campagna democratiche di Kerry e Obama. E in questa cesura si inserisce appunto Dylan. Allarmante per coloro che coltivano la sua immagine stereotipata è sempre stata in particolare “Neighborhood Bully”, veemente presa di posizione pro Israele scritta per la guerra del Libano del 1983. “Be’, il bullo del quartiere è solo uno / I suoi nemici dicono che è sul loro territorio / Loro sono più numerosi circa un milione contro uno / Lui non ha nessun posto dove scappare, nessun posto dove correre / E’ il bullo del quartiere”. ? “E’ circondato da pacifisti che vogliono la pace / Loro pregano ogni notte perché lo spargimento di sangue finisca / E non farebbero male a una mosca, a far male a qualcuno piangerebbero / Ma si nascondono e attendono solo che questo bullo cada addormentato / E’ il bullo del quartiere”. Possibile che un tale sarcasmo venga proprio dall’autore di “Masters of War” e di “Blowin’ In The Wind”? Possibile, perché lo stesso Bob Dylan in un’intervista ha spiegato che lo hanno capito male. “Tutte le volte che canto ‘Masters of War’ c’è qualcuno che scrive che si tratta di una canzone contro la guerra. Ma non c’è nessun sentimento contro la guerra in quella canzone. Io non sono un pacifista. Credo di non esserlo mai stato. Se presti attenzione alla canzone scopri che si tratta di quello che Eisenhower andava dicendo in merito ai rischi del complesso bellico-industriale nel nostro paese. Credo profondamente che sia diritto di tutti difendersi in tutti i modi necessari”. E quanto a “Blowin’ In The Wind”, Zoppas racconta appunto di un blog in cui nel 1999 un commentatore lo definì “un’ingenua supplica politica da parte di un giovinastro immaturo”. “Come fai a dire una cosa del genere?”, gli fu chiesto. “Perché io sono Bob Dylan!”. “Dimostralo”. “Al mio prossimo concerto suonerò ‘Highlands’”. E davvero nel suo concerto successivo Dylan eseguì quel pezzo che non fa quasi mai!

 

“Quando ho un’opinione non mi chiedo se è di destra o di sinistra. Posso restare della stessa idea su uno stesso argomento ma con angolature diverse”, ha pure detto Dylan in un’intervista. Ed ecco qua, dunque, che diventano plausibili alcune delle più clamorose reintepretazioni che Zoppas propone nel suo libro. “It Ain’t Me Babe”, ad esempio. “Vattene dalla mia finestra, / vattene alla velocità che preferisci. / Non sono quello che vuoi, baby, / non sono quello di cui hai bisogno”. Sembra una invettiva d’amore, qualcuno l’ha riferita ai rapporti a volte difficile tra il cantante e i suoi fan, qualcun altro ci ha letto un rifiuto della bandiera a stelle e strisce nell’era del Vietnam, ma secondo Zoppas si tratta invece di un colossale vaffa a comunisti, radical-chic e affini. Oppure “Maggie’s Farm”. “Non lavorerò più alla fattoria di Maggie / No, non lavorerò più alla fattoria di Maggie / Be’, mi sveglio la mattina, / incrocio le braccia e prego che piova”. Nel 1980 il gruppo inglese “The Blues Band” ne ha registrata una nuova versione in chiave anti-Thatcher, ma secondo Zoppas “strofe che sono sempre state viste come un’invettiva anticapitalista” in realtà “potevano benissimo puntare il dito contro la collettivizzazione di stampo marxista”. “Gates of Eden”? “Il triste passero canta / E non ci sono re all’interno dei Cancelli dell’Eden”. “E non ci sono processi all’interno dei Cancelli dell’Eden”. Anche questa l’hanno presa per una satira anti-Usa: ma non sarebbe più corretto ritenere invece che proprio gli Stati Uniti e l’occidente liberal-democratico siano l’“Eden” immune da dittatori e processi staliniani? “It’s Alright, ma”? E effettivamente la canzone attacca con un “Darkness at the break of noon” che è una citazione quasi letterale dal titolo di un classico dell’anticomunismo come “Buio a mezzogiorno” di Arthur Koestler.

 

Ma Dylan ha pure detto: “Verrò capito fra cent’anni”. E in effetti come a “It Ain’t Me Babe” anche ad altre sue canzoni sembra davvero di poter applicare i quattro possibili sensi interpretativi che Dante attribuiva alla sua Divina Commedia. “Mr. Tambourine Man”, ad esempio. “Hey! Signor uomo del tamburello, suonami una canzone / Nel mattino tintinnante ti seguirò / Allora fammi scomparire tra gli anelli di fumo della mia mente”. Anche un ex manager italiano ha attribuito a un racconto di Dylan un senso allegorico, secondo cui il “Tambourine Man” era lo spacciatore del Greenwich Village a New York “che si gira tutti i club del quartiere: entrato in uno di questi, si siede al bancone e inizia a battere le nocche ritmicamente sul bancone, e questo è il segnale per far capire che ha la roba. Il cliente gli si avvicina e gli fa ‘Hey, Mr Tambourine man, play a song for me’ per far capire che è interessato, e quindi risolvono l’affare”. Ma lo stesso Dylan ha altrimenti spiegato il senso letterale di una festicciola attorno al suo amico Bruce Langhorne con un enorme tamburello “grande come la ruota di un carro”. Il letterale si fa tropologico: il “tambourine man” è colui che aiuta chi desidera sfuggire da una dolorosa realtà. E “The Lives of Bob Dylan” di Ian Bell ci informa di un quarto senso anagogico: il piccolo tamburo è in realtà quello che è suonato da Giulietta Masina nella “Strada” di Federico Fellini. Omaggio a un regista che come Dylan a un certo punto ha subito l’ostracismo degli intellettuali di sinistra, e che come lui ha risposto con un ammonimento di tipo platonico sull’eccesso di licenza che conduce alla tirannide: il regista, col famoso “Prova d’orchestra”; il cantante, con l’album “John Wesley Hardin”, distribuito il 27 dicembre 1967, che “esprime un giudizio di condanna sulle illusioni dell’amore libero – spiega Zoppas – sugli eccessi, i valori travisati e la rottura dell’ordine”. “Dylan invita alla moderazione e il suo biasimo ha come obiettivo la fallacia dell’esperimento sociale sessantottino”.

 

Oppure “Jokerman”: canzone del 1983 che è anche il suo primo video, e in cui l’immagine del cattivo di Batman che si trasforma in Reagan sembra una mera contestazione del presidente che di lì a poco avrebbe vinto la Guerra fredda. Ma altre immagini identificano il Jokerman con Hitler, con lo stesso Bob Dylan, con Gesù, con varie divinità pagane. Alcuni esegeti pensano dunque al doppio mitico che mette in comunicazione il poeta con l’immenso repertorio di simboli e archetipi che l’umanità ha elaborato dall’inizio dei tempi, o anche al trickster: il briccone celeste, il dio burlone che gli egizi chiamavano Thot, i greci Hermes, i romani Mercurio, i germani Loki, il folklore ispanico identifica nel Duende ispiratore di poeti e artisti, per gli indiani del Nord America era il Coyote, e nel Vangelo è il Cristo che nel Vangelo sovverte la Legge a colpi di ironia. “Chi di voi è senza peccato, scagli la prima pietra”; “il sabato è stato fatto per gli uomini, non gli uomini per il sabato”; “date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”. Zoppas è più pessimista. “Il protagonista della canzone è avvolto in un alone messianico ma non sa reagire all’avvento dell’Anticristo. La libertà è a portata di mano – ‘dietro l’angolo’ – ma lui vi rinuncia”. Altri hanno invece osservato che il Joker delle carte da gioco vale sì zero, ma può anche assumere il significato di qualsiasi seme e qualsiasi valore a seconda degli abbinamenti, in base al tipo di gioco che si sta facendo.

 

Insomma, tutti questi differenti significati possono essere egualmente veri. Proprio De Gregori, il percorso artistico che ha infine condotto a “Amore e furto” lo iniziò con una “Alice” che nel 1973 arrivò ultima a “Un disco per l’estate”. Lo intervistarono, su quel testo che non sembrava significare nulla. Lui spiegò: “E’ un discorso espressionistico applicato alla musica. Ognuno ci può trovare il significato che preferisce”.