La biografia di Cormac McCarthy, che non usciva mai senza una pistola e scrisse all’ombra delle due torri

Nel 1980, McCarthy disse che non gli interessava scrivere romanzi di denuncia sociale, sulla scia di John Steinbeck o Upton Sinclair, troppo ansiosi di mettere a nudo il razzismo. A suo avviso, per un romanziere serio esistevano tre livelli di indagine, in ordine crescente di importanza: etico, politico e filosofico. Il suo interesse era rivolto al “destino e all’esistenza del male. O al senso della vita, o della morte” 
24 OTT 26
Immagine di La biografia di Cormac McCarthy, che non usciva mai senza una pistola e scrisse all’ombra delle due torri

(foto Getty)

Non usciva mai di casa senza una pistola, rimase affascinato dalla storia della gnosi di Hans Jonas e dalla “Tentazione di sant’Antonio” di Flaubert e sulla bozza di una sceneggiatura incompiuta negli anni Ottanta scarabocchiò: “L’arte è una religione fallita”. La prima biografia di Cormac McCarthy scritta da Tracy Daugherty è una miniera di informazioni sul grande romanziere americano scomparso tre anni fa.
Come il fatto che McCarthy divenne amico di David Kaczynski, il fratello di Unabomber, dopo che lo denunciò all’Fbi portando alla sua cattura. La moglie di David, Linda, cercava un modo per consolare il marito, tormentato dal rimorso per ciò che aveva fatto. Aveva fermato il terrore di Unabomber e la più lunga caccia all’uomo nella storia americana, ma aveva tradito il fratello. Linda sapeva che Cormac McCarthy era lo scrittore preferito di David.
All’insaputa di quest’ultimo, scrisse alla Ecco Press, che all’epoca distribuiva le opere del romanziere. Chiese se McCarthy potesse scrivere due righe a David per tirarlo su di morale. Nella lettera, Linda incluse il loro numero di telefono. Qualche settimana dopo, David la sentì rispondere al telefono. Era McCarthy, che disse a David che avevano compiuto “un gesto di grande coraggio, ricordatelo”. Continuarono a sentirsi nei due anni successivi mentre si svolgeva il processo a Unabomber. McCarthy fu di grande conforto per David. “Dopo il processo, mi concentrai sul tentativo di evitare la pena di morte per mio fratello; fu allora che mi resi conto che io e Cormac avevamo idee politiche leggermente diverse”, disse David. “McCarthy chiese: ‘Perché non dovrebbe subire la pena di morte?’”. C’è un obbligo morale, diceva, di “tagliare la mano che va alla gola di tuo fratello”.
Racconta Daugherty che McCarthy si preoccupava della questione se “esista qualcosa come una moralità innata”. Temeva che “la domanda debba apparire strana” alla maggior parte delle persone. Se così fosse, “come faranno i bambini a continuare a sopravvivere?”. Nel 1980, McCarthy disse a Robert Coles che non gli interessava scrivere romanzi di denuncia sociale, sulla scia di John Steinbeck o Upton Sinclair, troppo ansiosi di mettere a nudo il razzismo. A suo avviso, per un romanziere serio esistevano tre livelli di indagine, in ordine crescente di importanza: quello etico, quello politico e quello filosofico. Il suo interesse era rivolto al “destino e all’esistenza del male. O al senso della vita, o della morte”.
McCarthy legge “L’arte del romanzo” di Milan Kundera e ne apprezza la visione del mondo: “E’ rinfrescante trovare qualcuno quasi pessimista quanto me”. E riflette sulla complicità del linguaggio nell’origine del male: “La fonte del male deve essere in noi stessi. Non c’era male nel giardino finché non siamo arrivati”. Melinda Meador racconta di un processo a cui assiste con McCarthy. Un giovane vagabondo uccide un ministro del culto che lo aveva accolto. “La vita che l’imputato aveva condotto fino a quel punto era piuttosto orribile, ma non ottenne alcun credito da Cormac a causa della sua terribile educazione. A Cormac non importava. Vedeva solo il male”.
Una giovane dattilografa, convertita al cattolicesimo, batte a macchina “Meridiano di sangue”, che Harold Bloom considerava il più grande romanzo della seconda metà del Novecento. Lei gli dice: “Cormac, la gente non può leggere tutto questo male. Deve esserci più speranza”. Lui risponde: “Baby, è un mondo molto spaventoso. E faresti meglio ad affrontarlo adesso”. “Sono piuttosto conservatore” disse McCarthy. “E’ solo la mia prospettiva storica… Non è tornato niente dopo la Seconda guerra mondiale. Tutta la ricchezza culturale dell’America è svanita con la guerra e non è tornata. Non serve essere un critico letterario per vedere che c’è una sorta di frattura. Qualcosa è andato terribilmente storto. E non sono solo i romanzi. E’ l’architettura, la musica, l’arte. Qualunque cosa tu voglia nominare. Non siamo in un periodo di declino culturale. Siamo in un periodo di non esistenza culturale”. I rari romanzi di McCarthy che si svolgono nel nostro tempo sembrano a disagio con il momento storico. In “Non è un paese per vecchi”, ambientato nel 1980, lo sceriffo che narra gran parte del libro si lamenta di giovani con “capelli verdi e ossa nel naso”. Dalla biografia di Dougherty scopriamo che l’allora editor di McCarthy, Gary Fisketjon, riferì che le opinioni dello sceriffo corrispondevano a quelle di McCarthy stesso.
L’11 settembre compare come sfondo della sua vita familiare e come ispirazione per “La strada”. Nello stesso periodo in cui McCarthy prendeva appunti sulla storia di Abramo e Isacco dal filosofo danese Kierkegaard, la moglie Jennifer si ispirò all’attentato alle Twin Towers per creare un’opera in giardino. Le persone che cadono dalle Torri le ricordano gli “uccellini che cadono dal nido”. Costruisce così un nido di rami al posto delle Twin Towers, fatto con i detriti di alberi, come le macerie del World Trade Center. Il nido resta un po’ nel cortile della casa di McCarthy. Un mese prima degli attentati di New York, McCarthy compie un viaggio con il figlio John di quattro anni. Si ferma in un hotel di El Paso: “Una notte John dormiva, saranno state le due o le tre del mattino e io sono andato alla finestra e ho guardato la città: non si muoveva niente, solo i treni che passavano, e quel suono molto solitario, e ho avuto questa immagine di come poteva essere la città fra cinquanta o cento anni. Ho visto fuochi sulle colline e tutto raso al suolo, e ho pensato molto al mio bambino”. “Forse nella distruzione del mondo sarebbe stato finalmente possibile vedere come era stato fatto”. L’origine del disastro della “Strada” avrebbe potuto essere nascosta in uno qualsiasi dei modelli apocalittici che circolavano al tempo al Santa Fe Institute o nelle conversazioni regolari di McCarthy con il fratello: “Spesso Dennis e io finiamo per parlare di qualche orribile scenario di fine del mondo e alla fine ci mettiamo a ridere”, ammise McCarthy. “Parlavamo di cosa avrebbero fatto se fosse rimasto un piccolo percentuale della popolazione umana. Probabilmente si sarebbero divisi in piccole tribù e, quando tutto fosse finito, l’unica cosa rimasta da mangiare sarebbero stati gli altri. Sappiamo che storicamente è vero”. Nel 2005, mentre lavorava al libro, McCarthy tornò con le sorelle alla vecchia casa di famiglia a Knoxville. La casa era abbandonata da tempo. Nel legno della mensola sopra il camino scheggiato poteva vedere i piccoli fori dove, da bambini, inchiodavano le calze natalizie. McCarthy inserì la scena nella “Strada”.
Mentre l’uomo e il bambino si fanno strada verso sud, verso il clima più caldo e l’acqua, attraversano una campagna non identificata che è chiaramente la terra dell’infanzia di McCarthy, gli scenari dei suoi romanzi precedenti. “Cos’è questo posto, papà?” chiede il bambino al padre mentre si fanno strada su un vialetto invaso da rovi verso un muro in rovina. “E’ la casa dove sono cresciuto”. Nel gennaio 2009, rivela Dougherty, la casa su Martin Mill Pike andò in fiamme. Nel romanzo, la casa era invece sopravvissuta. Fra Santa Fe e Los Alamos, a sud verso Alamogordo e il sito del test della bomba Trinity, McCarthy passava sempre accanto a strutture costruite molto tempo fa o in un passato recente, vuote e immobili, “forme estratte dall’architettura di un’epoca più antica”.
Queste rovine, baracche, capanne, missioni e tumuli, fienili, chiese, prigioni e tombe, ora memoriali o santuari, segnavano la distruzione di antichi modi di vita sotto nuove forme di esistenza. “Qui l’agricoltura era caduta davanti all’industria e le tribù indigene davanti agli immigrati europei, il nomadismo era svanito nei canyon dell’espansione urbana, le praterie aperte erano diventate lotti recintati e la fede aveva ceduto il posto ai teoremi matematici. La gloria di oggi è la rovina di domani”. Nella sua Ford, con alle spalle due matrimoni falliti e tre romanzi largamente ignorati dal pubblico, McCarthy era impegnato in una forma di viaggio nel tempo. Sapeva quanto sarebbe stato difficile il compito. L’ampiezza di ciò che immaginava nei suoi viaggi determinò le sue future ambizioni letterarie. Inoltre lo spinse a fare i conti con la sua eredità paterna e con il momento in cui il mondo si fermò nel sud del Nuovo Messico il 16 luglio 1945.
A differenza di quanto credevano i cristiani, pensava McCarthy, il mondo finì davvero nel deserto negli anni Quaranta. Il passato preannuncia il futuro. “L’U-235 per la bomba Little Boy che rase al suolo Hiroshima fu trasportato a Santa Fe su un treno”, scrisse McCarthy. Scrive Daugherty: “Era intenzionato a porsi all’origine della caduta dal paradiso del mondo occidentale”. El Paso, dove McCarthy si stabilì, era il punto più a ovest in cui poteva arrivare restando ancora nel Sud. La strada I-40 era ombelicale, cancellava le distinzioni tra il suo passato e il suo futuro, collegava le sue radici meridionali e le sue ossessioni occidentali, il lavoro di suo padre nelle valli umide del Tennessee e la nascita della bomba in un’alba grigia del Nuovo Messico.
Dopo l’attacco alle Torri gemelle, McCarthy non fa che pensare al figlio e al mondo che lo aspetta: “Ci penso tutto il tempo, a John e a come sarà il mondo. Sarà un posto molto travagliato”. “Non esiste Dio e noi siamo i suoi profeti”, scriverà cinque anni dopo nella “Strada”. Con Tracy Daugherty parla il fratello Dennis: “Cormac credeva, alla fine, che la spiritualità fosse l’unica cosa che potesse salvarci”. Scopriamo ad esempio che il titolo di “Non è un paese per vecchi” deriva ad esempio dalla poesia di William Butler Yeats “Verso Bisanzio”. E che “La strada” si apre con l’immagine di una creatura “pallida, nuda e traslucida che avanza silenziosa nell’oscurità”, simile a quella in un’altra poesia di Yeats, “L’avvento”.
“Se la situazione familiare fosse diversa, potrei anche pensare di prendere John e trasferirmi in Nuova Zelanda”, disse McCarthy dopo l’11 settembre. “E’ un posto civile e lontano da tutta quella merda malvagia che sta succedendo”. Al Santa Fe Institute, poco dopo che McCarthy ne diventa una presenza fissa, si tiene un convegno di tre giorni sulle conseguenze dell’11 settembre. “L’apocalisse era nell’aria”. Nei corridoi dell’istituto, qualcuno mappa la formazione delle cellule terroristiche. “Se sapessi dove vive un cavaliere della fede, andrei a piedi da lui”. Non c’erano letterati tra i suoi amici, ma alcuni matematici e fisici.
In “Oltre la frontiera” McCarthy scrive: “I malvagi sanno che se il male che fanno è di tale orrore gli uomini non si opporranno”. La scena più inquietante della “Strada” raffigura un bambino arrostito allo spiedo. Nel libro di Tracy Daugherty c’è un riferimento a Elaine Scarry nella discussione della sceneggiatura mai uscita di “Whales and Men”. Daugherty spiega che, mentre scriveva “Whales and Men”, McCarthy stava leggendo “The Body in Pain: The Making and Unmaking of the World” di Elaine Scarry.
La tesi di Scarry è che il dolore restringe l’esperienza di chi soffre: il mondo, con le sue relazioni e i suoi significati, sembra scomparire e resta solo il corpo che soffre. La conclusione di McCarthy è che chi tortura cerca di costringere l’universo a reagire, a rompere il proprio silenzio. Come scrive McCarthy: “Ciò di cui abbiamo bisogno è un testimone”. E cosa succede se il mondo smette di credere ai testimoni?
Dopo l’11 settembre viene il 7 ottobre. McCarthy dedica i suoi ultimi due romanzi ai fratelli ebrei Bobby e Alicia Western. Western, come l’occidente. Se Dio non esiste, il terrorismo è il suo profeta e come disse McCarthy allo Spiegel, “siamo come tribù primitive che sono state scacciate dalla loro cultura e hanno perso il loro orientamento, la loro identità, la loro capacità di vivere”. Alla fine è il padre a sacrificarsi perché il figlio continui a vivere.
A Dachau è finita la civiltà occidentale e “i cani dell’inferno possono passare all’interno del vuoto di un cerchio”, scrisse McCarthy prima di morire, indicando la porosità dei confini tra il mondo ordinario e quello demoniaco. I cani non hanno bisogno di abbattere porte né di strappare recinti; trovano già aperto il varco che la banalità del bene ha scavato al centro di ogni cerchio morale. E anche attraverso un foro minuscolo possono passare le forze del male.
A Buchenwald c’era uno zoo, dove le SS portavano i figli a vedere gli animali. Il cerchio della vita restava intatto; i cani dell’inferno lo attraversavano senza lasciare impronte. Oggi in occidente in tanti farebbero campagna per la chiusura del lager per sfruttamento degli animali, non perché lì si uccidono gli ebrei.