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Smanie Veneziane. L’ultimo carnevale di Goldoni prima di lasciare la Serenissima
Non c’è forse commedia goldoniana in cui il Mondo irrompa sulla scena con tanta irruenza e tanta armonica coralità, tutto insieme. Tanti personaggi, una quindicina, tante scene in compresenza, una commedia di chiacchiere con tante voci che s’inseguono, si sovrappongono, un caos. Una delle ultime sere di Carnovale in scena al Carignano

“Una delle ultime sere di carnovale” di Carlo Goldoni è in scena al Teatro Carignano di Torino fino al 25 ottobre, per la regia di Valerio Binasco (foto di Virginia Brown)
Chi si lamenta perché vorrebbe ma non può vivere di letteratura, perché gli anticipi sui romanzi sono miseri e poi ad avere successo sono sempre gli scrittori-cani con la loro paccottiglia, dovrebbe riflettere bene sul fatto che nell’anno in cui viene rappresentata per la prima volta Una delle ultime sere di carnovale (1762), Carlo Goldoni ha 55 anni (che oggi vogliono dire 65-70) e solo pochi mesi prima stava considerando l’ipotesi di lasciare il teatro e tornare a fare l’avvocato, attività che aveva abbandonato senza rimpianti quasi vent’anni prima. Aveva scritto e messo in scena, per dire, La locandiera, La bottega del caffè, Il campiello, quel capolavoro comico che è La trilogia della villeggiatura, e altre decine di commedie memorabili – ma tutto questo non era bastato a farlo prevalere sui suoi avversari nell’arte (su tutti il più giovane Carlo Gozzi, che gli contendeva il favore del pubblico veneziano con le sue brillanti fiabe teatrali) né, soprattutto, a renderlo se non ricco perlomeno benestante.
Lasciare il teatro? Cambiare carriera, tornare davvero ai piati e alla carta bollata? Per fortuna a Parigi c’era un buon numero di estimatori della commedia italiana, e le opere di Goldoni erano note e apprezzate. Nel 1761 gli offrono di dirigere il Théâtre Italien e lui accetta. Lascerà Venezia per qualche tempo, pensa, e poi si vedrà; ma benché l’esperienza francese si riveli per più ragioni deludente, Goldoni continuerà a vivere tra Parigi e Versailles, non più drammaturgo ma precettore delle figlie del re di Francia, e a Parigi morirà trent’anni dopo aver lasciato la città natale. Che c’entra tutto questo con Una delle ultime sere di carnovale? C’entra, perché sul punto di congedarsi dalla sua città e dal suo pubblico, Goldoni decide di trasformare quella sua scelta di vita in una trama teatrale.
A casa del fabbricante di stoffe Zamaria si radunano amici e collaboratori per festeggiare il carnevale. Si conversa, si gioca a carte (il gioco della Meneghella di cui Goldoni impiega tre pagine piene per spiegare la dinamica, che resta almeno per me incomprensibile), si balla, qualcuno dichiara il suo amore a qualcun’altra, all’orizzonte si vedono dei matrimoni. Tra gli invitati c’è Anzoletto, giovane disegnatore di stoffe che ha appena ricevuto un’offerta di lavoro nella lontana Moscovia. Partirà, portando con sé la sua innamorata Domenica, figlia di Zamaria.
Sul punto di congedarsi dalla sua città, Goldoni decide di trasformare la sua scelta in una trama teatrale. Così nasce “Una delle ultime sere di carnovale
Facile allegoria: il personaggio di Anzoletto – età a parte – allude a Goldoni, che si prepara a portare la sua arte lontano da Venezia, e un po’ recrimina un po’ ringrazia (“m’ho recordà delle grazie, dei benefizi, che ho recevesto”), e giura che porterà sempre “el nome de Venezia scolpìo nel cuor”. Allegoria anche troppo facile, in verità, dato che verso la fine la tela si fa sottilissima, e Anzoletto smette di essere Anzoletto e diventa proprio Goldoni, e moraleggia un po’ incogruamente: “Credème, compare, che ‘l più bel studio xè quelo de conoscer i caratteri de le persone, e prevalerse del bon esempio, e correger se stessi, vedendo in altri quelle cosse che no par bon…”. Davvero? In bocca a un giovane tessitore sicuramente semialfabeta?
La trama non è memorabile, i personaggi non sono memorabili. Anzi, non mancano i salti e le lacune e gli aggiustamenti da vaudeville. Davvero è accettabile che Madame Gatteau, per quanto fatua, passi così disinvoltamente da amare il giovane Anzoletto ad amare il vecchio Zamaria? E Anzoletto, a proposito: ma perché è così determinato ad andare in Moscovia? Gli affari non gli vanno male, ha i suoi clienti, gli amici, la gente gli vuole bene. Adora Venezia, e – dice – tutte le volte che l’ha lasciata non vedeva l’ora di ritornarci. E adesso? Lasciarla per sempre per cercare fortuna tra i barbari? No, non si spiega. E si spiega ancora di meno quando viene fuori che Domenica lo ama e lui ama lei. Zamaria gliela dà volentieri in sposa, ma a patto che restino a Venezia, perché lui non vuole morire solo (non “è per il tuo bene!” ma “è per il mio!”: era un’epoca sincera).
E allora Anzoletto se ne viene fuori con questo flusso di coscienza sconcertante: “Nassa quel che sa nasser, ho risolto, ho promesso, e bisogna andar. Se no andasse, no se dirave miga: nol va perché el s’a pentio; se dirave piutosto: nol va perché no i lo vol”. Cioè: è pronto a lasciare Venezia, la famiglia, gli amici, il lavoro, la ragazza che ama, a far squadra con una carampana e a partire per la Russia (chissà, magari neppure per Mosca, per qualche villaggetto deprimente dell’oblast’, qualche palude tra steppa e tundra), a partire per sempre, perché sa benissimo che non tornerà, e lo sanno anche gli altri (Bastiano: “Oh! Mi mo credo che nol torna altro”) – è pronto a questa catena di sacrifici solo perché non vuole che la gente gli parli alle spalle e dica che i moscoviti non l’hanno voluto, che era tutta una balla, una vanteria. Un demente.
Alla fine, il personaggio più simpatico è Alba, che è una giovane donna dolcemente complicata, per citare i classici, o detto altrimenti una deliziosa, deliziosa, deliziosa rompiballe: infantile, lagnosa, ipocondriaca, umorale, passivo-aggressiva, una che dice di voler andare a casa a dormire e un minuto dopo trascina il marito sulla pista per ballare. Adorabile, sembra presa di peso dalle Smanie per la villeggiatura, che per me è – ripeto – un grande complimento.
Non per la trama, non per i personaggi. Perché allora? Per l’ensemble, si potrebbe dire se si trattasse di musica e non di teatro. Il plot è esilissimo, in pratica non succede niente fino a tre minuti dalla fine e poi in quei tre minuti succede tutto velocissimamente perché è ora di calare il sipario. I personaggi sono ombre sul muro, a parte Alba e forse Madame Gatteau, che è tanto tenera. Ma non c’è forse commedia goldoniana in cui il Mondo – quel Libro del Mondo nel quale Goldoni ritiene di aver letto di più e meglio dei suoi predecessori – irrompa sulla scena con tanta irruenza e tanta armonica coralità, tutto insieme. Tanti personaggi, una quindicina, tante scene in compresenza, una commedia di chiacchiere con tante voci che s’inseguono, si sovrappongono, un caos: il lettore-spettatore si domanda come sia possibile non tanto ricordarsi le battute quanto ricordare ogni volta il proprio turno nella conversazione (dovendo parlare in veneziano, poi!). Di fatto, leggendola anni fa, mi ero detto che era proprio una commedia impossibile da rappresentare, e, se non impossibile, complicata a tal punto da costringere a chiedersi perché mai fare lo sforzo, con tanto bel teatro goldoniano a tre-quattro personaggi, e dialoghi chiari e netti, da riportare in scena.
Ma un conto è Una delle ultime sere di carnovale letta nel libro, che non mi pare dia gran gusto, e un conto è vederla sulla scena, quando tutte le voci che nel libro si fa fatica a distinguere (è uno di quei testi antipatici che costringono all’andirivieni tra le battute e la lista dei personaggi stampata in apertura) acquisiscono un corpo, una fisionomia. E la difficoltà – il numero, l’assortimento, la concitazione – aguzza l’ingegno di chi a mettere in scena è capace.
In un celebre allestimento del 1968 Luigi Squarzina aveva insistito sul parallelo Anzoletto-Goldoni ma proponendo di vedere nel destino del personaggio il destino dell’artista incompreso, del cervello in fuga da un ambiente conformista: tanto che aveva deciso di intercalare alle battute della commedia due lunghi brani dei Mémoires nei quali Anzoletto-Goldoni si rivolgeva frontalmente al pubblico per spiegare la sua scelta di andarsene da Venezia. Non ho visto a teatro il lavoro di Squarzina (mentre su YouTube si trova la versione televisiva del 1970: ipnotica nei primi minuti, come tutta la vecchia Rai in bianco e nero, ma mortale dopo un quarto d’ora), ma non credo che avrei apprezzato. Col senno di poi, eh: magari invece, nel vortice del moralismo sessantottesco...
Un conto è leggerla, un conto è vederla. La difficoltà (il numero, l’assortimento, la concitazione) aguzza l’ingegno di chi a mettere in scena è capace
Valerio Binasco – che ora mette in scena questa commedia al Carignano, dopo aver diretto Il bugiardo (2013) e Arlecchino servitore di due padroni (2018) – ha scelto una prospettiva diversa. Abbiamo chiacchierato in una pausa delle prove.
“C’è in quegli anni, fuori dal teatro, un vento di libertà – le idee dei philosophes, le grandi rivoluzioni alle porte – che merita di essere registrato, portato in scena. Libertà vuol dire che i costumi e le opinioni dei giovani mostrano quanto siano obsoleti i costumi e le opinioni dei vecchi; che le donne smettono di obbedire agli uomini; che persino l’arcigno Zamaria sembra appropriarsi del diritto alla felicità, persino alla frivolezza, e si fidanza con Madame Gatteau – non per amore, ché l’amore è dei giovani, ma per desiderio di libertà”.
Dunque, una commedia sull’irrompere della libertà nella vita degli esseri umani. “Non genericamente gli esseri umani – precisa Binasco – ma la gente del popolo”. E più precisamente, non il popolino dei servitori (che pure mi pare abbia, nell’allestimento, uno spazio, una visibilità maggiore che nel libro) ma quella piccola o media borghesia cittadina che viveva del suo mestiere. “C’è un Goldoni comico che porta direttamente alla commedia all’italiana, alla declinazione leggera, scanzonata del neorealismo (penso allo Sceicco bianco, ai Vitelloni, a Germi); e c’è invece un Goldoni quasi cechoviano, o dickensiano, che racconta le vicende di persone normali alle prese con i semplici, e per lo più amari, fatti della vita. Niente quarti di nobiltà: Anzoletto non è Romeo Montecchi, Momolo non è Amleto. Il palcoscenico è un piedistallo, e Goldoni, almeno questo Goldoni, che è quello che veramente m’interessa, vuole rendere visibile, cospicua come su un piedistallo, appunto, la vita quotidiana”. All’inizio della sua carriera, Binasco ha recitato nell’Antigone di Branciaroli. “Branciaroli amava l’enfasi, la magniloquenza degli eroi e delle eroine. Diceva che a nessuno frega niente di vedere Antigone che si cucina un uovo fritto. A me invece interessa proprio l’uovo fritto”.
Il regista Valerio Binasco: “Branciaroli diceva che a nessuno frega di vedere Antigone che si cucina un uovo fritto. A me interessa proprio l’uovo fritto
La scenografia è intonata al rango dei personaggi e alla ferialità delle loro esistenze: un grande tavolo senza orpelli, semplici suppellettili, semplicissimi festoni colorati, e sullo sfondo gli strumenti di lavoro che si potevano trovare in un fondaco – il tutto abbastanza delabré. Coerentemente, durante le prove Binasco dava tutta una serie di note di regia intonate all’understatement, mettendo la sordina a ogni eccesso di entusiasmo, di concitazione, di sguaiatezza (“Non è un fumetto Disney!”, “Ecco, una bella festa, ma triste”; e i brindisi sì, ma senza gridare): l’unica un po’ sguaiata è Madame Gatteau, che è ricca e per di più francese, tutti gli altri sono brava gente che osserva scrupolosamente le buone maniere, pure troppo (troppo, perché così si ha l’impressione che non si diverta tanto).
Ma al lettore-spettatore dilettante resta sempre la domanda su come sia possibile sistemare sulla stessa scena quindici attori che parlano tutti assieme senza che l’effetto sia la caciara. Non è solo un problema dei teatranti. Nelle Lezioni di letteratura, Nabokov scrive che Flaubert ha “una tecnica particolare che si potrebbe definire il metodo del contrappunto, o metodo delle interruzioni parallele fra due o più conversazioni o sequenze di pensieri”. Voleva dire che Flaubert è particolarmente abile nel rendere con naturalezza quelle scene in cui a parlare sono più persone insieme, e gli interventi si susseguono senza un ordine. “Devo far sentire nella medesima conversazione – scrive a Louise Colet – cinque o sei persone (che parlano), molte altre (di cui si parla), il luogo dove sono, l’intero paese, descrivendo fisicamente persone e cose […]. Almeno avessi un po’ di spazio! Invece tutto deve essere rapido senza secchezza e sviluppato senza prolissità”.
Non è solo un problema dei teatranti, ma al regista e agli attori di Una delle ultime sere di carnovale questo problema si presenta in formato XL, e non per una pagina ma per due ore. Quando alla fine delle prove, dopo un pomeriggio di minute messe a punto sulle minuzie, il cast ha recitato di fila la lunghissima, intricatissima scena della cena che Zamaria offre ai suoi ospiti, mi sarei aspettato una serie infinita di interruzioni e ripartenze, e infiniti interventi da parte del regista non ancora contento. E invece no, è gente che sa il fatto suo: un orologio.