Sembravano bestemmie. Gli azzardi a sinistra anche detti “iniziative politiche”

L’appello “ai compagni in camicia nera”, la svolta di Salerno e altre idee nuove che hanno provato ad andare oltre i momenti di paralisi
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Palmiro Togliatti, segretario del Pci, con Enrico Berlinguer, allora segretario della Federazione giovanile comunista italiana, nel 1947 (Getty)

Togliatti ne era il primo firmatario. Ma poi l’avrebbe definita “una coglioneria”, smentendo di averci avuto mai a che fare. L’appello del Partito comunista dell’agosto 1936 “Ai fratelli in camicia nera” era un’iniziativa. Non funzionò. Suscitò sospetti e malanimo in seno alla coalizione antifascista in esilio. Fu rinnegato da quasi tutti. Ma Giorgio Amendola avrebbe poi scritto anni dopo, che, a suo avviso, in quel modo “fu gettato un seme che fiorì dopo”. Era un’iniziativa politica. Un tentativo di rimettere in moto le cose, sparigliare le carte, superare una situazione bloccata. Lo scopo era agganciare il dissenso interno al sistema fascista, dividerli nel momento in cui parevano aver stravinto. Otto anni dopo, nel 1944, un’altra sorprendente iniziativa politica di Togliatti appena tornato a Napoli dall’esilio, avrebbe avuto conseguenze epocali, avrebbe nientemeno che gettato le basi della democrazia in Italia.
La cosiddetta “svolta di Salerno”, la decisione di appoggiare il governo del maresciallo d’Italia Badoglio, non era scontata. Anzi, suonava come una bestemmia rispetto a tutto quello che era successo nel ventennio precedente. Il re era ancora Vittorio Emanuele III, bollato come “il re fascista”, quello che dopo la marcia su Roma aveva dato l’incarico a Mussolini. Nel “campo largo” di allora, gli altri protagonisti non presero bene l’iniziativa politica di Togliatti. Avrebbero preferito mantenere la pregiudiziale antimonarchica, per cui si sarebbe dovuto prima proclamare la repubblica, togliere di mezzo la monarchia dei Savoia complici di Mussolini e responsabili del disastro della guerra. Anche nel Pci c’era chi storceva il naso. Chi voleva invece cacciare il Re, fare i conti con i residui del Regime e fare la rivoluzione non capiva la decisione “rinunciataria”, un governo che avesse come priorità assoluta l’unità antifascista e la guerra per cacciare i tedeschi dal territorio nazionale. Tutt’al più la accettava come espediente provvisorio. Inutile spiegargli che la “rivoluzione” che sognavano non stava né in cielo né in terra, che faceva a pugni con la situazione, con i rapporti di forza. Peraltro il tutto dipendeva da decisioni internazionali in progress (Yalta è dell’anno successivo). E a decidere su quale governo in Italia erano comunque i comandanti alleati che risalivano la penisola combattendo i tedeschi. L’iniziativa di Salerno passò solo perché il Capo allora non si metteva in discussione. E forse, per quanto riguarda il Pci, anche perché si dava per scontato che Stalin da Mosca fosse d’accordo con Togliatti.
L’appello goffo del Pci ai dissidenti fascisti suscitò sospetti. Ma Giorgio Amendola avrebbe poi scritto che “fu gettato un seme che fiorì dopo”
Emilio Sereni, ministro comunista dell’assistenza post bellica nel successivo governo De Gasperi, avrebbe definito in un saggio pubblicato nel 1972 su “Critica marxista”, di cui allora era direttore, la svolta di Salerno come uno degli esempi “che meglio si prestano alla illustrazione delle fondamentali caratteristiche e dell’efficacia di una iniziativa politica”. Sollecitava da parte del Pci un’analoga iniziativa in un altro momento in cui la politica italiana appariva bloccata. Iniziativa politica vera e propria fu certamente, giusto l’anno successivo, nel 1973, l’idea del “compromesso storico” di Berlinguer. Era un momento in cui “tintinnavano le sciabole” golpiste e imperversavano trame nere e rosse. Ed era un modo per dire che per non fare la fine del Cile non bastava il 51 per cento. E anche però un modo per dire che nessuna forza politica da sola, in una situazione di frammentazione, può pretendere di rappresentare tutti. Deve tenere conto di altri. Apriti il cielo. Specie a sinistra, fu presa come una bestemmia. Contraddiceva un senso comune accumulato nei decenni, che la Dc aveva rovinato l’Italia e la miglior gioventù. Sappiamo come andò a finire: l’assassinio di Moro, il quale convergeva nella stessa direzione, bloccò la cosa sul nascere, per molti anni ancora.
L’appello del Pci del 1936 era certamente goffo. Elaborato a Bruxelles da un gruppetto di fuoriusciti del Centro estero del Pci a Parigi, veniva in un momento in cui l’opposizione al fascismo non sapeva che pesci prendere. Era appena finita la guerra italiana in Africa. Hitler aveva preso il potere in Germania. Stalin comandava con pugno di ferro in Russia e nell’Internazionale. Le sarebbe rimasto irrimediabilmente appiccicato il nome di “appello ai compagni in camicia nera”. In realtà si intitolava appello “per la salvezza dell’Italia, riconciliazione del popolo italiano”. Si rivolgeva ai dissidenti fascisti, ai delusi dalle promesse del fascismo anti-capitalista della primissima ora, del programma fascista del 1919. Fu sconfessato da Mosca e da Togliatti, che negò di averne avuto sentore fino a pubblicazione avvenuta. Restò lettera morta. La crisi del regime era un’illusione. Non stava affatto ancora maturando un’opposizione “fascista” a Mussolini. L’economia non era a pezzi come la sinistra denunciava dall’esilio. Ruggiero Grieco, allora segretario del Pci a Parigi, riparato poi a Mosca allo scoppio della guerra, si sarebbe assunto la responsabilità dell’Appello, pagando con l’estromissione da tutti gli incarichi di responsabilità (lo misero a fare le trasmissioni in italiano da Mosca). Divenne uno dei motivi addotti dall’Internazionale per la liquidazione dell’intero Comitato centrale nella crisi tra il 1937 e il 1939. Nel frattempo c’era stata la guerra civile in Spagna, con i volontari di Mussolini a fianco del golpista Francisco Franco.
Nel 1972 Emilio Sereni sollecitò, per il Pci, un’iniziativa analoga alla svolta di Salerno. L’anno successivo l’idea del “compromesso storico” di Berlinguer
C’è chi sostiene che fu quella sconfitta tremenda a suggerire a Togliatti di “non fare in alcun modo come in Spagna”, a dargli l’idea della Svolta di Salerno. Era una scelta precisa. Non tutti erano d’accordo. Si giunse sull’orlo della rottura con Giustizia e Libertà e il Partito d’azione. Ci furono mugugni dal suo stesso partito. Lui li tenne a bada con la sua autorità. Che gli derivava anche dall’essere stato il preferito di Stalin. La faccenda della “doppiezza di Togliatti” è una fesseria. La doppiezza certamente c’era ed era nel partito. La scelta della via democratica era invece per Togliatti dirimente e irreversibile. Nel 1953, all’epoca della legge elettorale “truffa”, Secchia voleva fare le barricate. Togliatti, con la consueta ironia gli rispose: “Bravo, e poi che facciamo? La guerra civile?”. Dell’appello del 1936 ai “camerati fascisti” si è scritto l’ira di dio. Nella sterminata produzione di libri, articoli, studi, documentazione sull’argomento, mi hanno colpito in particolare il libro che Bruno Grieco, figlio di Ruggero, gli ha dedicato nel 2004 per Marsilio, Un partito non stalinista. Pci 1936: “Appello ai fratelli in camicia nera”. All’epoca dei fatti Bruno era un ragazzino. E’ denso di ricordi familiari commoventi, che danno un’idea della vita in clandestinità nell’epoca. E’ ben fornito di documentazione reperita negli archivi di Mosca e del Pci, comprese le diverse stesure dello sfortunato “appello” e delle discussioni che l’avevano preceduto. Il difetto semmai è in una eccessiva animosità nei confronti di Togliatti, nell’evidente intento di difendere la figura del padre. Il gruppo dirigente del Pci di quei tempi era un covo di vipere, di fronte al quale impallidisce il Pd dei nostri tempi. Così come lo era l’intero movimento comunista. Stalin non perdonava chi sgarrava. Fece fuori più gruppi dirigenti comunisti lui che Hitler.
Altro documento che colpisce è lo scambio di lettere tra Giorgio Amendola, ormai malato e prossimo a morire, e Alfonso Leonetti, tra i fondatori del Pcd’I che poi fu espulso come “trotskista” e “bordighiano”. E’ stato pubblicato nel numero di gennaio del 1977 di Belfagor, col titolo La svolta del 1930 e il problema dello stalinismo. La “svolta” in questione riguarda l’adeguamento alla sciagurata posizione di denuncia del “socialfascismo”, la sciagurata equiparazione di socialdemocrazia e fascismo imposta da Mosca. Ci sarebbe voluta la presa del potere da parte dei nazisti in Germania perché si cambiasse spartito, si perseguisse una politica di fronte unico popolare e antifascista. Nuovamente interrotta poi dall’ancora più sciagurato Patto tra Stalin e Hitler. Lo scambio epistolare tra Amendola, il dirigente comunista tutto d’un pezzo, che nella clandestinità a Parigi era stato segretario di Grieco, e Leonetti, l’espulso con infamia, è affettuoso e rispettoso. Non era certo così negli anni Trenta, quando tra “fratelli coltelli” lo scontro era sanguinoso (anche in senso letterale), con predilezione per i colpi bassi. Le ferite lasciavano odi cicatrizzati. Ciascuno dei due resta sulle sue posizioni. Amendola non perdona ai “trotskisti” la “diserzione” nella guerra contro il nazismo in nome della denuncia delle malefatte di Stalin. Leonetti ribatte caparbio, colpo su colpo. Rettifica ostinatamente, punto per punto. L’uno e l’altro ad un certo punto soprassiedono (sarebbe sbagliato dire cedono), confessando “stanchezza”. Certe discussioni stancano anche i più coriacei.
En passant, veniamo a sapere che, nelle feroci discussioni degli anni Trenta, Togliatti era stato accusato ad un certo punto dai contrari alla “svolta” addirittura di essersi appropriato di fondi del partito. L’argomento sono due “buste di denaro” smarrite da Rita Montagnana, La moglie del partito, stando all’intrigante titolo dello studio di Aldo Agosti e Marina Cassi su La vita di Rita Montagnana Togliatti, appena pubblicato da Laterza. Da Leonetti veniamo a sapere che non fu lui ad attaccare Togliatti, anzi fu lui a proporre di chiudere con una sanatoria “il caso dei dollari [pare 500, una somma ingente all’epoca] finiti nella stufa di Basilea [nell’appartamento clandestino in cui vivevano i coniugi Togliatti] per mano del piccolo Aldo [il figlioletto handicappato della coppia]”. Un’altra busta, con dei franchi, sarebbe stata persa da Togliatti in metrò a Parigi. Storie che fanno tenerezza, da ridere. E allo stesso tempo tristissime per quanto dicono della “lotta politica” in quei tempi terribili. C’era poco da scherzare, per molto meno si finiva in galera in occidente, o al gulag o con un colpo alla nuca in Russia. Quelli erano tempi di passioni infuocate, incompatibilità caratteriali, risentimenti incancellabili, sgambetti, denunce, tradimenti. Volavano accuse infamanti. Dice Amendola che, decenni dopo, Togliatti considerava quelle lotte senza quartiere nel gruppo dirigente del partito come “esclusivamente politiche”. Non perché fosse uno che non se la legava al dito. Perché rivangare sempre le stesse cose era politicamente dannoso. “Ciò rientra nell’indirizzo seguito costantemente da lui, dopo la liberazione, di non riaprire le ferite del passato e di passare la spugna su tutto”, scrive a Leonetti. “Egli non voleva mai guardare indietro e riaprire ferite pericolose. Egli non volle mai neppure riaprire la pagina dolorosa scritta dalla direzione quando prese la decisione, nel dicembre-gennaio 1930-’31, di votare per accogliere la richiesta di Stalin che egli rimanesse a Mosca. Sapevamo di votare contro di lui. Ma tornato in Italia [nel 1944, sul finire della guerra] Togliatti non volle più riprendere quella discussione”.
Tempi di passioni infuocate, risentimenti, sgambetti, denunce, tradimenti. Ma per Togliatti quelle lotte erano “esclusivamente politiche”
Forse Amendola qui esagera un tantino. Togliatti non era né “buono” né “buonista”. Fu sempre durissimo, addirittura sprezzante verso i dissidenti. Aveva, come tutti, le sue simpatie e le sue antipatie. Non dimenticava sgarbi e sgambetti. Né da parte degli avversari, né tantomeno da parte dei compagni. Ma evitava che dispute, screzi, odi si si trascinassero, si perpetuassero. Su ogni altra considerazione prevalevano quelle politiche. Si sa che non discusse nemmeno lo sgarbo dei compagni, tutti quanti, non solo Secchia, quando, senza chiederglielo, nel 1950, nel momento più cupo della guerra fredda, votarono di accogliere la richiesta di Stalin, che il leader del Pci andasse a Praga a dirigere il Cominform. Era furibondo, avrebbe poi rivelato Nilde Jotti. Si guardò bene dall’obbedire e il discorso si chiuse lì. Con Stalin addusse una ridda di giustificazioni. Ma non ruppe. Se no avrebbe perso il partito. Sta di fatto che a Mosca sotto Stalin non voleva proprio tornarci. Aveva scelto l’Italia, la democrazia per cui si era dato tanto da fare, piuttosto che l’Unione sovietica, il paese che per lui, e tanti altri, era la guida del comunismo. Per convinzione? Per necessità? Sereni, molto più dottrinario di Togliatti, parlava non di “socialismo reale”, ma addirittura “socialismo realizzato”. Una bestemmia davvero, alla luce del poi. Ricordo una conversazione sulle scale del palazzo di Botteghe oscure con Gerardo Chiaromonte, molto critico di un articolo di Sereni su “La rivoluzione d’Ottobre e l’Italia”. “Fa a pugni con tutto quello che andiamo dicendo”, obiettava. E cioè che la Rivoluzione d’Ottobre aveva “esaurito la spinta propulsiva”. Con Chiaromonte, divenuto molti anni dopo mio direttore all’Unità, discutevamo ogni volta che tornavo dalla Cina. Gli dicevo che quel comunismo lì era una schifezza. “Figlio mio, così però resterai solo”, mi rispondeva. Anche Berlinguer non ruppe mai del tutto con Mosca, anche dopo che quelli avevano tentato di accopparlo. Lui però non poteva permettersi di “restare solo”.
Amendola era un totus politicus. Esattamente come lo era stato Togliatti. Come a Togliatti, non sfuggiva nessuna sfumatura, sulla sua, ma specie sulle altre forze politiche. Formidabile, a proposito, il ciclo di lezioni che Togliatti aveva tenuto presso la Scuola leninista internazionale di Mosca, tra il gennaio e l’aprile 1935 (guarda caso l’anno prima del famigerato appello alle camicie nere). Avevano per oggetto la nascita e lo sviluppo del regime fascista, ma anche le forze politiche antifasciste non comuniste. Corso sugli avversari. Il titolo con cui è stato pubblicato dopo la laboriosa riscoperta. Anche Amendola era un carro armato nel fare battaglia politica. Aiutato anche dal vocione roco e dal physique du role. Rendeva meglio di chiunque altro in televisione. Le cose non le mandava a dire nemmeno quando si trovò in dissenso con Togliatti o, più tardi, con Berlinguer. Non era “tenero” con i compagni settari. Sapeva rispettare, dialogare. Innanzitutto con i leader degli altri partiti. E farsi rispettare da loro. Era un politico di razza. Uno statista per vocazione, prima ancora che uomo di parte. Non fosse scomparso prematuramente, avrebbe potuto essere lui, anziché Giorgio Napolitano, il primo comunista al Quirinale. Non riuscì invece, probabilmente non poteva mai riuscire, a diventare segretario del Pci.
Nel dialogo epistolare con Leonetti, Amendola nega persino di essere stato capocorrente. “Per me personalmente la vostra esperienza [negli anni Trenta] è stata salutare. Ho capito veramente, allora, anche dalle vostre tristi vicende, che il frazionismo era il ‘parlamentarismo nero’, la ‘borsa nera’ che tutto corrompe. Ho fatto molti errori nella mia vita di militante comunista, ma me la sono cavata perché i compagni hanno sempre apprezzato il fatto che io non solo non ho mai cercato di organizzare una frazione, ma ho sempre scoraggiato, ed infine spezzato, i tentativi di fare di me il portavoce di una corrente. Ho compreso che nel partito (ed anche fuori dal partito) le battaglie bisogna saperle condurre da soli, senza essere attardati da complicità compromettenti”. Aggiungeva anche che “bisogna sapere in tempo farsi in disparte”. Prediche nel deserto: l’usanza prevalente è fare esattamente il contrario. Altra lezione inascoltata: l’idea che Politica non è il modo in cui si appare. Non è neppure quel che si dice. E’ quel che si fa, insiste Amendola. “Un uomo politico […] vale non per quello che ha scritto ma per quello che ha fatto, e spesso tra il dire e il fare c’è poca corrispondenza, se addirittura non c’è contrapposizione”. Bisogna guardare, insiste, non al cozzare delle ideologie, ma ai termini veri della lotta politica, non a come sono esposti.
Da tempo non si vedono da sinistra “iniziative politiche” degne di questo nome. Il timido passo di Schlein verso Meloni è stato accolto da pernacchie
E’ da molto tempo che nella stanca politica italiana non si vedono da sinistra (e invero nemmeno dalla parte opposta) “iniziative politiche” degne di questo nome. Idee nuove, sassi nello stagno, che facciano andare oltre la paralisi. Poteva esserlo il campo largo. Non ha funzionato. Un timido passo che somiglia a un’iniziativa politica mi era parsa la proposta di Schlein alla Meloni di lasciar da parte un attimo la propaganda elettorale e discutere insieme di energia. E’ stata accolta da pernacchie. Come a suo tempo lo fu l’appello ai “fratelli fascisti”. Ma se sono fiori, prima o poi fioriranno…