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La commedia della legalità
Antonio Ingroia scende in campo come “collega di Borsellino”. Quello del cacciatore di mafiosi è un ormai topos riciclato
19 SET 26

Antonio Ingroia ha annunciato la sua candidatura alle regionali al fianco di Ismaele La Vardera, leader del movimento Controcorrente (foto via Facebook)
Collega di Paolo Borsellino. Hanno selezionato questo riferimento, dal lungo curriculum di Antonio Ingroia, per annunciare la (nuova) discesa in campo dell’ex pm, stavolta al fianco di Ismaele La Vardera, leader del movimento Controcorrente. Un annuncio festoso, con tanto di foto sorridente su cui è appiccicato il nome del magistrato fatto saltare in aria in via D’Amelio dal tritolo di Cosa nostra. Candidato alle regionali nella provincia di Trapani, Ingroia “ha deciso di misurarsi con le preferenze”, spiega il post. Come se ci fosse un modo diverso, in Sicilia, per farsi eleggere all’Assemblea regionale.
Collega di Paolo Borsellino, ricordano però. Un orgoglioso, simbolico richiamo. Ma anche la spia di un ritorno, nell’eterna commedia della legalità. È quello del “collega di”, “del figlio di”, “del parente di”. Nel caso di Ingroia, basta quello. Non c’è bisogno, nell’emozionato annuncio, di ricordare le fallimentari avventure politiche, da Rivoluzione Civile ad Azione Civile fino alla Lista del popolo. O ancora, l’infruttuoso tentativo di elezione a sindaco di Campobello di Mazara. O, magari, le esperienze amministrative e di sottogoverno.
Che poi, volendo, il modo per parlare di mafia si sarebbe trovato anche lì. E’ previsto nel canovaccio logoro della commedia. Quando Rosario Crocetta decise di indicarlo come guida della società regionale di riscossione dei tributi, Ingroia accettò convinto di potere mettere finalmente le mani su un settore che ha rappresentato “uno snodo del sistema economico o politico-mafioso della Sicilia”. Trent’anni prima, ma poco conta. Anche perché su quella poltrona Ingroia non siederà. Colpa della legalità che a volte va in corto circuito: le aspirazioni dell’ex pm si scontrarono infatti con le idee del Csm che non diede l’autorizzazione all’incarico. Poco male. Basta cercarla, la mafia. E in Sicilia e-servizi, società del digitale che Ingroia guidò tra qualche grana, c’era niente poco di meno che la parente del mafioso Francesco Bontate: licenziata, insieme ad altre quindici persone, ma poi reintegrata da un giudice del lavoro. E la mafia era certamente nella terra del latitante, dove Ingroia avrebbe vigilato se solo gli avessero dato il tempo. Se non fossero intervenuti, insomma, quei cattivoni dell’Autorità anticorruzione guidata da pochi mesi dal magistrato Raffaele Cantone, dichiarando incompatibile un secondo incarico di Ingroia, quello di commissario della già sciolta provincia di Trapani. No, non commissario di polizia, ma burocrate preposto all’ordinaria amministrazione di un ente da liquidare. Precisazione d’obbligo visto che in quei giorni Crocetta aveva annunciato, senza rossore: “Mandiamo Ingroia nella provincia del latitante Matteo Messina Denaro”. Facendo virare la commedia verso il comico. E a guardar bene, quello del cacciatore di mafiosi che avrebbe ripulito anche i sottoscala delle pubbliche amministrazioni, in Sicilia è un vero e proprio topos letterario. Le trame si ripresentano con personaggi ricorrenti. E negli ultimi tempi, il genere sembra torni ad affascinare il pubblico.
Non serve ricordare le sue fallimentari avventure politiche, da Rivoluzione Civile alla Lista del popolo, o le esperienze amministrative e di sottogoverno
Per fortuna, nel frattempo, gli investigatori di passi avanti ne hanno fatti e a Palermo, la Procura guidata con efficacia da Maurizio De Lucia all’arresto del latitante è giunta davvero. A distanza di una dozzina d’anni dalla nomina di Ingroia alla provincia, così, il fresco annuncio del ritorno nel Trapanese dell’ex pm è più vago: “Quello che per qualcuno è stato purtroppo il territorio di Matteo Messina Denaro, domani concorrerà ad eleggere una persona con la schiena dritta che ha combattuto contro sistemi”, annuncia La Vardera nel festante post che chiama in causa Borsellino.
Insomma, il latitante, grazie a Dio, è stato preso. Restano “i sistemi”. Cioè l’ombra che si allunga di volta in volta, in Sicilia, sul palcoscenico delle buone intenzioni. Lì dove si recita eternamente il copione della legalità palingenetica.
E il Caso diventa banale e pedante quando, parlando di commedia e di ironie, ti fa scivolare ad Agrigento, dove il movimento di La Vardera (e di Ingroia) ha ottenuto un risultato elettorale di grande rilievo, persino “storico” direbbe chi non si schioda da quelle latitudini. Ma tant’è, nelle iperboli della politica, scardinare il “sistema” (ma sì, usiamolo anche noi) che ha sorretto per decenni il dominio del centrodestra, era sfida tutt’altro che semplice. Ce l’ha fatta un ex grillino, Michele Sodano, passato alla corte di La Vardera. Una campagna elettorale entusiasmante, fianco a fianco, piena di rose e di fiori. Fino al giorno in cui il capo del movimento ha ospitato ad Agrigento una convention politicamente di rilievo. “Il vicesindaco faccia un passo indietro”, ha tuonato La Vardera, da quel palco. L’oggetto degli strali è tale Giovanni Crosta, colpevole due volte: di avere ereditato il cognome di un anziano e discusso burocrate cuffariano e anche una casa abusiva. “Fuori dalla giunta, fuori dal partito” ha deciso La Vardera, mentre il suo sindaco faceva il garantista e affermava di avere “saputo solo dalla stampa” delle decisioni dell’ex Iena che nel frattempo gli rifilava un invito “a tornare in sé stesso”. L’abusivo di seconda generazione, questa l’accusa, su quella casa irregolare avrebbe mentito ai vertici del partito: “Fuori!”.
E a molti, in Sicilia, questa piccola storia ne ha riportata alla mente un’altra. Erano proprio gli anni più caldi del governo “della rivoluzione” di Crocetta, le cui scoperte e le cui denunce erano urlate quotidianamente nell’Arena Rai di Massimo Giletti, dove il governatore gelese e qualche suo intransigente accolito indicavano col ditino ovunque mafiosi e “manciugghia” (che sta per spreco, mala gestio). Mafiosi e manciugghia tra i forestali, nei consorzi di bonifica, nella politica, nelle società regionali, persino nella gestione dei volatili di Palazzo d’Orleans. Un’attività meritoria, se solo qualche anno dopo, la storia (anche quella giudiziaria) non avesse raccontato che quell’afflato legalitario era sostenuto da una buona dose di ipocrisia strumentale: a sorreggere il governo Crocetta c’era, infatti, anche quello che qualcuno definì il “sistema Montante”. Eccolo, il vero sistema. Un reticolo di affari, dossier e politica che usava come mannaia e passepartout il giustizialismo e la lotta alla criminalità. Alcuni di quei dossier, come impongono le commedie sul tema, erano conservati in quella che gli stessi protagonisti del sistema definirono “la camera della legalità”. In quegli anni di veleni e pennacchi, però, a proposito di dossier, ad andarci sotto fu anche una giovane amministratrice, poi scomparsa prematuramente: Mariarita Sgarlata, assessore di Crocetta ben presto invisa al governatore e al “sistema”, fu cacciata dalla giunta. Il motivo? Una piscina abusiva. La legalità, innanzitutto. Che non assolveva nessuno. Peccato che poco tempo dopo si sarebbe venuti a conoscenza del fatto che la piscina non era affatto abusiva. E che non era nemmeno una piscina. “Fuori!”, intanto.
Il “sistema” Crocetta era sorretto da un reticolo di affari, dossier e politica che usava come mannaia e passepartout il giustizialismo e la lotta alla criminalità
Erano gli anni in cui Ingroia, ma non solo lui, era la chiave che apriva ogni porta del sottogoverno. A distanza di una dozzina di anni, nella kermesse di Controcorrente, sembra non essere cambiato nulla. Ingroia siederà in un panel per parlare di legalità insieme a Nicolò Marino, altro valoroso pm antimafia che visse l’èra di Crocetta in prima linea. Il governatore gelese attese parecchi giorni, prima di potere ufficializzare la sua nomina alla guida dell’assessorato all’Energia (dove, in Sicilia, pareva che potessero andare solo ex magistrati o, mal che vada, ex prefetti). Il pm ci metterà pochi mesi, invece, a scoperchiare il vaso, puntando il dito, appunto, contro la grande impostura dell’antimafia. Insieme, pochi giorni fa, uno accanto all’altro, l’ex fedelissimo di Crocetta e l’ex assessore che denunciò per primo, e dall’interno, vizi capitali e inquinamenti del crocettismo. Poche ore dopo, in un altro panel agrigentino, sarebbe stata la volta di Sonia Alfano. C’era anche lei, nel sottogoverno della legalità, alla guida di enti che si occupavano di rifiuti. Figlia di Beppe, grande giornalista ucciso dalla mafia, negli ultimi anni ha girovagato finendo persino in “Azione” di Carlo Calenda. Adesso, lo sbarco in Controcorrente può restituire ad Alfano, prima presidente della commissione antimafia europea, il ruolo a lei più congeniale.
Rispuntano, insomma, personaggi, ruoli, battute e compagnie di giro di quello che fu un periodo di fumi, recite e anche, in termini amministrativi, di flop, inchieste e confusione. Pezzi del pianeta Crocetta nel frattempo, sono finiti praticamente in ogni partito e in ogni area politica. Eppure, l’impressione è che, nell’isola, qualcosa nel frattempo sia cambiato. Proprio quell’esperienza ha finito per mettere a nudo i limiti del populismo legalitario più becero cavalcato anche da un Movimento cinque stelle aggressivo e assai lontano per pose e stili da quello di Giuseppe Conte che ama rivendicare la nuova cifra “garantista” del partito. Ma è lì il punto: l’esperienza di quegli anni ha finito per far saltare in aria le unità di misura della legalità. E così, se fino a qualche anno fa, nell’eterna commedia, era semplice individuare il personaggio dell’accusatore e del reprobo, dell’inquisitore e del peccatore, oggi gli esponenti politici, in qualche caso, galleggiano in un incerto buon senso, provando a essere legalitari senza sembrare forcaioli o garantisti senza apparire complici. L’una e l’altra posizione rinvigorita di volta in volta dalla cronaca e dagli esempi. Se il ricordo degli eccessi a volte spaventosi dell’era Crocetta smussa le armi dei nuovi moralizzatori, la sfilza lunga e variegata di inchieste che hanno riguardato il centrodestra di Sicilia continua a nutrire la sacrosanta richiesta di mani pulite.
Rispuntano personaggi, ruoli, battute e compagnie di giro di quello che fu un periodo di fumi, recite e anche di flop, inchieste e confusione
E così, ti capita di finire in mezzo al guado. Né carne, né pesce. Succede a un altro incisivo battitore libero come Cateno De Luca, impegnato anche lui a presentare i prossimi candidati per le regionali: anche in quel caso, trovi di tutto: combattivi ex crocettiani della prima ora o della sesta giornata, al fianco di ex amministratori cuffariani su cui si sono accesi i fari della commissione regionale Antimafia.
Finisci per non capirci più molto. Come nel caso di Caterina Chinnici, figlia di Rocco, magistrato eccellente ucciso anche lui dalla mafia. Chiamata una quindicina di anni fa nella giunta guidata da un presidente della Regione, Raffaele Lombardo, che sarebbe finito in un’inchiesta per mafia terminata con la piena assoluzione, ha provato a vestire lei i panni di governatrice, candidandosi nel 2022 alle primarie del centrosinistra. Al suo fianco, compagni di strada, Claudio Fava e Barbara Floridia. In giro per la Sicilia, hanno illustrato il loro programma per battere il centrodestra degli scandali e delle inefficienze. Quelle primarie finiranno malissimo: Chinnici le vincerà, ma alla fine i partiti andranno ognuno per conto loro. La figlia di Rocco sfiderà Renato Schifani, arrivando solo terza, dietro Cateno De Luca. Ma il futuro riserverà delle sorprese: i simboli delle legalità, infatti, tornano utili a tutti e in ogni momento. Anche per “stemperare” narrazioni e cattivi sapori. Così, pochi mesi dopo, Chinnici te la ritrovi niente di meno che candidata alle Europee per Forza Italia. Sì, il partito del governatore avversario. Il partito di Marcello Dell’Utri. Il partito che in quella competizione per il parlamento europeo non disdegnerà l’apporto di voti non residuale di tale Salvatore Cuffaro che, a proposito di antimafia, una condanna per favoreggiamento l’aveva già scontata.
A proposito di Cuffaro, Schifani ha un dilemma: faccio il garantista (amico degli “intrallazzisti”) o il forcaiolo che tradisce una lunga tradizione politica?
Insomma, a seguire le vicende dei personaggi di questa commedia della legalità, si rischia di provare capogiri e di perdere il filo. A proposito di Cuffaro, ad esempio, l’ultima inchiesta della Procura di Palermo che ha travolto l’ex governatore costringendolo, di fatto, a un nuovo allontanamento coatto dalla politica, ha messo il presidente della Regione in carica Schifani di fronte a quel dilemma posturale: faccio il garantista col rischio di venire additato come amico degli “intrallazzisti” o faccio il forcaiolo tradendo una lunga tradizione politica? Il corto circuito è presto descritto: Schifani finirà per fare il legalitario nelle prime ore dell’inchiesta, sotto la pressione mediatica, quando ancora poco, delle intercettazioni e delle accuse, era passato al vaglio di un giudice. Così, è arrivata la cacciata con ignominia dei due assessori democristiani, mai coinvolti, né indagati. Poi, un lento riavvicinamento. “A patto che la Dc cambi”, era il mantra di quei giorni, propositi simili al fidanzato fedifrago che chiede perdono: “Cambierò, ma fammi tornare con te”. Cioè in giunta. Dove rientrerà, però, proprio la più cuffariana, cioè Nuccia Albano. Che tornerà a sedersi, così, al fianco della meloniana Elvira Amata che da quella giunta non è mai uscita. Nonostante, lei sì, fosse finita prima indagata e poi imputata in un processo per corruzione. Alla prima udienza, qualcuno ha fatto notare un’assenza di peso: il governo regionale non si è costituito parte civile. Un difetto di notifica, fanno sapere subito da Palazzo d’Orleans che fa anche scoccare, lo scorso 7 settembre, un curioso comunicato stampa con un’intestazione chiarissima: “Inchiesta Amata”, si legge. “A tutela dell’interesse dell’amministrazione regionale, come da intendimento già manifestato e in analogia con quanto avvenuto per altri coindagati – prosegue il dispaccio - già nella seduta di giunta prevista per domani il governo proporrà la costituzione della Regione Siciliana quale parte civile nel procedimento”. Il governo Schifani proporrà la costituzione di parte civile contro Elvira Amata, quindi. Il via libera arriverà dalla giunta di cui fa parte Elvira Amata.
