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L’esotico che non ti aspetti. Undici volte in Islanda dove i silenzi diventano una meraviglia
Qui la natura intatta sta insieme alla civiltà e restare brutti e ignoranti è impossibile. Miracoli di un’Isola rimasta selvatica (o selvaggia?) e divagazioni di un fanatico islandofilo. Europa o non Europa, l’importante è che l’Islanda resti immota nei suoi ingredienti elementari e che gli umani restino concentrati tutti a Reykjavík
14 SET 26

Al referendum per la riapertura dei negoziati con l’Ue ha vinto il no (di poco). L’adesione è rimandata per almeno un paio di generazioni (Getty)
Andare undici volte in Islanda nel giro di poco più di vent’anni può essere il sintomo di una psiche disturbata o, al contrario, il sintomo di una psiche pacificata, in equilibrio, anche grazie ai frequenti viaggi in Islanda. Non lo sapremo mai, ma io penso che questo secondo sia il mio caso, o così mi racconto mentre per l’undicesima volta in vita mia, appunto, m’imbarco sul volo Icelandair da Malpensa. Dice: costa tanto, bisogna essere dei privilegiati; e sì, in effetti costa abbastanza (vedi oltre), ma sempre meno di un anno di sedute dall’analista, di farmaci dai dubbi effetti. E quindi.
Tra l’altro, il privilegio seleziona, e la selezione è il confessato o non confessato segreto di ogni viaggiatore, di più, di ogni essere senziente. Per questo nessuno, ripeto nessuno torna deluso dall’Islanda, a meno che non diluvi tutto il tempo (può succedere) o a meno che il vento artico non renda impossibile uscire di casa o dalla macchina (succede spesso): perché ciò che veramente desideriamo è non vedere gli altri esseri umani per un breve-medio periodo di tempo, e l’Islanda offre al suo visitatore questo servizio impagabile. Anche la Mongolia, si obietterà. Vero, ma a differenza della Mongolia (e della Kamchatka, della Mauritania eccetera) l’Islanda è un paese di grande ricchezza, di grande organizzazione, di grande e diffusa cultura, di eccellenza nei servizi. Si possono non vedere gli esseri umani ma si godono, si sfruttano (pagandole salate, si capisce) la dedizione e la fatica degli esseri umani che nei decenni hanno costruito le strade, gli aeroporti, la rete elettrica, le fognature, gli acquedotti, gli alberghi, e insomma hanno civilizzato quest’isola ostile, seminuda di alberi, gelida, ventosa, buia per sei mesi all’anno, e per lo più deserta (la superficie dell’Italia del nord, la popolazione di Firenze città).
“Costa tanto, bisogna essere dei privilegiati”. E sì, in effetti costa abbastanza, ma sempre meno di un anno di sedute dall’analista
L’Islanda sarebbe piaciuta a Larkin (“the continual brush with people exhausts me”); sarebbe piaciuta a Virginia Woolf, che nella corrispondenza con Vita Sackville-West si lamenta di continuo di quanto tempo le tocchi sprecare in occupazioni e chiacchiere mondane; a Kafka non parliamone proprio (“La mia cella nel carcere: la mia fortezza”). E insomma sarebbe piaciuta, piace a tutte le persone provviste di un’intensa vita spirituale ma sprovviste di vocazione per l’avventura. Avete l’esotismo, ma senza lo scomodo di dovervi adattare a costumi e maniere e cibi e ambienti mediorientali od orientali o maghrebini, con tutti quegli insetti poi. Già al gate di Malpensa sono tutti civili, parlano tutti tre lingue, persino i lattanti piangono sommessamente, per non disturbare (le uniche voci acute, nella sala colazioni dell’albergo di Reykjavík, saranno quelle di una comitiva di catanesi compitissimi ma apparentemente incapaci di pronunciare su un registro vocale normale anche frasi semplici come “Questa è sicuramente marmellata di gelso”). E Icelandair si adegua alla buona educazione dei suoi passeggeri: un benvenuto di dieci parole, pochissimi annunci durante il volo, mentre la scorsa settimana su un low cost italiano ho dovuto subire al decollo la quinta di Beethoven suonata al Bontempi, poi una cascata di jingle e offerte di cibo e bevande, orologi, gratta e vinci, e raccolta-fondi per i dannati della terra, e all’arrivo l’applauso e il solito accenno di rissa nella gara a chi scende prima. A Nord, bisogna andare a Nord.
La dedizione degli esseri umani che nei decenni hanno civilizzato quest’isola ostile, seminuda di alberi, gelida, ventosa, e per lo più deserta
Atterrati a Keflavík, avrete la fondata impressione che il compito di mandare avanti la macchina-Islanda, adesso che la modernità e la suddetta dedizione degli islandesi l’hanno dotata di tutti i comfort, sia stato affidato a non-islandesi che o vivono qui in pianta stabile o, più spesso, vengono in Islanda per tre mesi d’estate e, in cambio di un’esperienza pur sempre rara (l’Islanda!) e di buoni soldi, fanno i lavori che gli islandesi non hanno voglia o tempo di fare: al desk della Hertz c’è l’indiano Abdullah, il guardiano della piscina a Holmavík è uno svizzero di mezza età dall’aria stranita, il personale dell’albergo a Drangsnes è formato da tre francesi che sembrano essere venuti qui insieme, da un colombiano che parla bene italiano perché ha vissuto per anni a Monza e da un altro paio di inservienti di fenotipo decisamente non islandese. Dall’albergo che ho prenotato vicino a Reykholt mi scrive un ragazzo dal nome polacco, e una volta lì mi accoglie una pattuglia di ragazzi est-europei quasi fastidiosamente cool, oltre che perfettamente anglofoni. Gli islandesi staranno negli uffici, o nelle campagne, oppure alle Maldive, mentre i loro alberghi e ristoranti fatturano. Li si vede semmai, immancabilmente, nelle pozze-piscine d’acqua calda che si trovano in ogni villaggio del paese, bianchi e grossi e un po’ molli, e sempre cortesi anche se non veramente curiosi di voi, dei vostri tratti mediterranei. Ma va bene così, anche questa discrezione ci piace.
Atterrati a Keflavík, avrete la fondata impressione che il compito di mandare avanti la macchina-Islanda sia stato affidato a non-islandesi
Da Keflavík una volta si prendeva l’autobus per Reykjavík e lì si scendeva e si andava a piedi all’albergo, o in taxi, ma negli anni gli alberghi di Reykjavík sono diventati cari in un modo spropositato, e senza che la qualità dell’hôtellerie sia migliorata in proporzione (camera doppia all’Hotel Borg, che è un bel quattro stelle in centro, senza colazione = 390 euro, e siamo già a inizio settembre, il grosso dei turisti se n’è andato). Quindi la scelta più saggia – ho questo ruolo, tra gli amici, di consulente per l’Islanda, e ve ne faccio dono – è dormire fuori città. Si noleggia un’automobile in aeroporto (non serve il fuoristrada, non siamo nella foresta amazzonica, è quasi tutto asfaltato, basta una macchina robusta, un 4x4, anche una Toyota normale se non pensate di andare sullo sterrato), ci si avvicina a Reykjavík ma ci si ferma prima, o intorno, oppure (mio consiglio) la si supera e si punta a nord, dove certe fattorie sono state convertite in bar-ristorante-albergo, di solito con pozza d’acqua calda e sauna compresa nel prezzo. A chi non ha paura dei cento chilometri in più consiglio senz’altro il Varmaland Hotel, a nord-est di Borgarnes: essenziale ma moderno, lindo, curato, con colazioni eccellenti servite in una sala al quarto piano con vetrate aperte sulla valle, e due grosse vasche d’acqua calda nel cortile quasi sempre deserte perché nessuno vi dice che ci sono. Ancora un po’ più a nord, ma sulla Route 1 che fa il giro dell’isola, allo Hraunsnef Country Hotel hanno anche le pecore e i cavalli, e i sentori di zolfo si mescolano a quelli del letame in una fragranza particolarissima.
(Ma dato che è caduta nel discorso, meglio evadere subito la pratica del caro-Islanda, sulla quale bisogna intendersi avendo ben chiare le proprie priorità. L’aereo costa il giusto, circa 500 euro A/R; il cibo costa tanto come in qualsiasi paese scandinavo, e come in qualsiasi paese scandinavo non è un trionfo di varietà, ma non siete andati in Islanda per mangiare, non siete così ordinari, gettatevi sul salmone e sul merluzzo celestiali – “Fish of the day today is cod”: ma è SEMPRE cod! – e siate indulgenti con le salse iperlipidiche. I mega-costi e i mega-lamenti indignati sono sempre legati all’alloggio, un po’ perché gli alberghi e le case da affittare sono poche, e di qualità medio-bassa rispetto all’Europa, un po’ perché se ne approfittano. Personalmente, preferirei stare a casa piuttosto che viaggiare in camper, col tavolino a scomparsa e il cesso vicino alla testa del letto, ma è uno di quei casi in cui lo si potrebbe prendere seriamente in considerazione, avendo tempo: partenza dall’Italia, autostrada fino a Hirtshals, Danimarca, sbarco dopo due-tre giorni a Seyðisfjörður, sulla costa orientale dell’Islanda, e da lì godersi il calcolo degli euro risparmiati. Ma appunto ci vuole tempo, e la vocazione a vivere insieme ad altri dentro uno scatolone puzzolente, dormendo nei parcheggi).
In Islanda non ci sono ferrovie più che altro perché la gente una volta non si muoveva, si nasceva a Skagaströnd e si moriva a Skagaströnd, costruirci una stazione non avrebbe avuto senso. E oggi ovviamente le ferrovie non servono perché ci sono le macchine e i voli interni. I voli interni li consiglio, fanno risparmiare tempo e costano cifre ragionevoli, nell’irragionevolezza delle cifre islandesi. Si arriva anche a piedi all’aeroporto di Reykjavík, ci si imbarca e tre quarti d’ora più tardi si atterra in qualche minuscolo aeroporto dall’altra parte del paese (Aldo Busi, Altri abusi, Milano, Mondadori 1989, p. 24: “Reykjavík è una di quelle cittadine (ridenti) in cui appena messo piede ti chiedi: ‘E adesso?’”; Reykjavík, dice: figuriamoci Egilsstaðir). Dopodiché, esplorata la zona – e tutte le zone dell’Islanda sono memorabili, non c’è sasso in Islanda che non lo sia, almeno per questo fanatico – a Reykjavík si può anche tornare in auto, o in autobus. Gli autobus ci sono, sono lenti ma affidabili, hanno solo il difetto di togliere la libertà di uscire dalla strada principale. Tolgono anche il piacere della guida, che in Islanda è grande, forse più grande rispetto a quello che si può provare in ogni altro punto del mondo in cui vi possa capitare di guidare. Ma la benedizione, dicevo, sta nell’assenza di una rete ferroviaria. Perché soprattutto questo – questa mancanza di rotaie, traversine e, soprattutto, stazioni con bar, edicole, e tutta l’immondizia, cioè la calda vita che un treno si porta dietro – ha fatto sì che il territorio islandese rimanesse non selvaggio, che sarebbe troppo, ma selvatico sì, o meglio, per usare un aggettivo che viene in mente spesso se si viaggia in Islanda, prìstino nel senso di intonso, non guastato da mano umana: la pianura digradante verso l’oceano, le colline pietrose, senza alberi, la muffa sulle pietre, i ghiacciai in lontananza, e sopra ogni cosa un cielo enorme.
La benedizione sta nell’assenza di una rete ferroviaria, e quindi stazioni con bar, edicole e tutta l’immondizia, cioè la calda vita che un treno si porta dietro
Forse parte del fascino dell’Islanda, e della vera commozione che produce in chi attraversa questo paesaggio tanto, come dire altrimenti? serio, nel senso che induce a pensieri seri e profondi sulle persone e sulle cose importanti dell’esistenza, un paesaggio che abolisce l’effimero, che richiama all’essenziale – forse tutto dipende dalla percezione che qui l’ambiente è così ostile, e si è così lontani da tutto, che basterebbe un niente per far sì che la vita civile si annullasse di colpo, o se non di colpo in capo a pochi anni, e si tornasse a quella vita naturale al quadrato, al cubo, che è stata poi semplicemente la vita per decine di generazioni di islandesi fino a… Fino a quando? All’automazione? Alla Seconda guerra mondiale? A internet? Chi prepara un viaggio in Islanda deve assolutamente leggere Gente indipendente di Laxness, che racconta in maniera memorabile la vita tremenda degli allevatori islandesi di cento-centocinquant’anni fa, e se avanza tempo anche dare un’occhiata ai reportage degli scrittori europei in visita nell’Ottocento e nel primo Novecento (si trova quasi tutto su archive.org), che trasecolano davanti alla povertà, all’ignoranza, alla promiscuità col bestiame, alla puzza di corpi mai lavati (anche perché fare il bagno nel torrente non era un’opzione). Questo è il delicato pastore anglicano Sabine Baring-Gould: “Pesce in decomposizione, frattaglie e ogni sorta di lordura vengono gettati dappertutto, perché la pioggia li porti via o i passanti li calpestino nel terreno […]. Gli islandesi sembrano privi di olfatto, e forse è un bene, dal momento che qui non c’è alcuna possibilità di appagare tale senso, mentre abbondano le occasioni per mortificarlo” (Iceland: its Scenes and Sagas, London, Smith Elder and Co. 1863). Questo invece è il sommo, onnisciente Richard Burton: “L’arte in Islanda semplicemente non esiste e, a giudicare dal piccolo museo di Reykjavík, è sempre stata rozza quanto quella dell’Africa centrale. A Reykjavík c’è un solo pittore, la cui carriera è stata limitata dall’impossibilità di formarsi in terre baciate dal sole. Scultori e architetti qui non hanno ragione d’essere. Persino la musica e la danza […] hanno a stento superato, fatta eccezione per Reykjavík, lo stadio che va dal selvaggio al barbaro”(Ultima Thule or A Summer in Iceland, Edimburgh, Nimmo 1875).
Ora, le cose cambiano. Anche la relazione Franchetti-Sonnino, letta oggi, non sembra dire la verità sulla Sicilia. Ma un pezzo di verità, ammettiamolo, sì. Invece l’Islanda di oggi non c’entra niente con l’Islanda vista da Burton, e forse neanche con quella vista dai nostri nonni, quei pochi che avevano i soldi e il tempo per andarci. In mezzo, tra allora e adesso, c’è stata la Téchne. Gli aerei, l’ingegneria civile, la scienza dei materiali, la plastica, le strade asfaltate, l’elettronica, la geotermia che produce energia verde praticamente gratis. Con tutto questo, essendo meno di quattrocentomila abitanti su un territorio di poco più di centomila chilometri quadrati, e un territorio bellissimo, una calamita per turisti altospendenti, era difficile restare poveri, brutti (sempre Burton: “As a rule, then, the Icelandic face can by no means be called handsome”), ignoranti e puzzolenti. Così oggi in Islanda c’è una densità di aziende di informatica da far impallidire la Silicon Valley, si esporta alluminio, si esporta pesce per quasi tre miliardi di dollari, i turisti arrivano a frotte, a battaglioni (2.3 milioni nel 2025, sei volte la popolazione locale), e soprattutto per questa ragione cresce di anno in anno la richiesta di lavoratori stranieri qualificati (cioè per cominciare anglofoni). E poi – come succedeva nelle buone società affluenti di una volta, dove i borghesi studiavano – tutti leggono libri, molti li scrivono, tutti suonano uno strumento, qualcuno canta e suona e finisce non nelle classifiche italiane, che ci beviamo tutto, ma in quelle anglo-americane, difficilissime: Björk, i Sigur Rós, gli Of Monsters and Men, Emiliana Torrini. E anche qualche buon film da festival.
Oggi in Islanda c’è una densità di aziende di informatica da far impallidire la Silicon Valley e i turisti arrivano a frotte, a battaglioni
E quindi, adesso? Consegnereste questo fascio di natura intatta e civiltà, di tradizione e modernità, di virtù paesana e slancio internazionale all’Unione Europea? Due domeniche fa c’è stato un referendum promosso dal governo, se n’è parlato parecchio: si chiedeva agli islandesi se volevano o non volevano che venissero riaperti i colloqui per un futuro, eventuale ingresso dell’Islanda nell’Unione Europea. Ripeto: un referendum non su “entrare o no nell’Unione Europea e trovarsi insieme – per dire – a Malta e alla Bulgaria” ma sull’opportunità di ricominciare a dialogare con Bruxelles, dopo che i colloqui si erano interrotti nel 2013. Solo parlare. Ha vinto il no, di poco: 52.8 contro 47.2, col che l’adesione alla Ue è rimandata per almeno un paio di generazioni. Colpa (o merito) di chi? Riferendo gli esiti del referendum, Politico titolava The Real Reason Iceland Rejected the EU: It’s the Fish, Stupid, nel senso che gli islandesi temevano che l’ingresso nella Ue avrebbe portato con sé svantaggi nelle quote-pesca, e magari nuove Cod Wars come quelle anche violente, non metaforiche che l’Islanda ha combattuto e vinto contro il Regno Unito tra gli anni Cinquanta e i Settanta. E sarà stato anche questo: le manovre della potente lobby dell’industria ittica (che però impiega un numero non enorme, e tra l’altro in calo, di addetti: fra i tre e i quattromila). Ma forse conviene allargare un po’ la visuale.
Consegnereste questo fascio di tradizione e modernità, di virtù paesana e slancio internazionale all’Unione Europea? Gli islandesi no
Giorni fa, dopo la morte di Dolly Parton, Caitlin Flanagan, che è la più intelligente di tutti, ha scritto un tweet sulla morte di Dolly Parton che ha ricevuto molte comprensibili critiche (il tweet era “poorly written”, si è poi semi-scusata lei): “Quando J.D. Vance ha scritto Elegia americana, tutto ormai era finito. Non riesco a capire perché abbia celebrato quella gente crudele, drogata e priva d’istruzione”. Tutto essendo appunto la sana, umile, generosa cultura popolare che Dolly Parton incarnava, e che secondo Flanagan era morta con la sua generazione o con quella subito successiva. “Priva d’istruzione” ricorda molto il “basket of deplorables” che ha contribuito a far perdere le elezioni a Hillary Clinton, e anche le ironie sulla constituency di Farage e consimili, e adesso anche la gaffe di Bonaccini.
Ma il caso islandese è un po’ diverso. E’ gente altamente scolarizzata, anche nella provincia; hanno viaggiato, leggono, parlano l’inglese meglio di me. Chiacchierando con gli islandesi di campagna (l’undicesimo viaggio è stato speso – se la cosa interessa – soprattutto sull’asse sud-nord-sud, da Keflavík a Drangsnes e ritorno) a me è parso che alle quote-pesca non pensassero granché, e che invece temessero la perdita d’indipendenza (Gente indipendente di Laxness s’intitola così per una buona ragione: è gente abituata a pensarsi isolana, e a fare da sé) e soprattutto abbiano a cuore la natura, cioè la salvaguardia del paesaggio islandese (“Sa quella strada sterrata che fa il giro del fiordo, appena fuori dal villaggio? Ecco, noi vogliamo che rimanga sterrata”). Naturalmente non c’era niente, nella propaganda per il Sì al dialogo con l’Europa, che implicasse la fine dell’indipendenza o la distruzione del paesaggio, al contrario; e la propaganda per il No era finanziata anche dai gruppi d’interesse che lucrano, più che sulla pesca, sul turismo e sulla speculazione immobiliare che sta trasformando, anzi ha già trasformato il centro di Reykjavík nel duty-free di un aeroporto di medio livello (ancora dieci anni faceva venire in mente Via Medail a Bardonecchia, adesso fa venire in mente… Sì, un duty-free, è il paragone più calzante), e sta riempiendo la periferia di condomini non brutti ma nemmeno belli, e soprattutto costosi. Ma “cedere sovranità” non è un programma che possa piacere a un paese tutto sommato soddisfatto di sé, e l’Unione Europea ha finito per essere identificata da molti – da una risicata maggioranza, in questo caso – con una di quelle forze che stanno rompendo la continuità con un modo di vita al quale si è affezionati, e a cui non si rinuncia volentieri: l’Islanda di una volta. A ragione? A torto? “Il dibattito – ha scritto l’editore di Grapevine Reykjavík, il settimanale in inglese che tutti leggono – ha raramente riguardato la questione concreta in oggetto. E’ invece degenerato in un referendum su identità, paura, risentimenti irrilevanti ed emotività”. Solo che questa è la natura dei referendum, non la loro degenerazione.
Gente altamente scolarizzata, anche nella provincia. Mi è parso che non pensassero tanto alle quote-pesca quanto alla perdita d’indipendenza
Ma tutto questo in fondo che cosa importa al turista altospendente o al fanatico che già progetta il suo dodicesimo viaggio in Islanda? Niente. Il fanatico islandofilo non ragiona in termini di generazioni umane ma di ere geologiche, il fanatico islandofilo quando atterra all’Aeroporto Internazionale di Keflavík entra in modalità goethiana: für ewig. Europa o non Europa, conservazione o progresso, l’importante è che l’Isola resti immota nei suoi quattro ingredienti elementari: il mare, le montagne, le distese di lava, i ghiacciai; e che il grosso degli umani resti concentrato a Reykjavík, o nella dépendance di Akureyri, il capoluogo del nord-est (ventimila abitanti, mica Tokyo), in modo che negli altri centomila chilometri quadrati del paese gli uomini siano rari come quadrifogli. L’importante è avere ancora e sempre i fiordi occidentali deserti, la mattina di un qualsiasi giorno feriale, e le pecore e i cavalli, e qualche volta persino le renne, che ti guardano e ti ignorano da bordo strada. E soprattutto lei, la strada, poter andare da un punto all’altro dell’isola in macchina senza che all’orizzonte appaia, per chilometri, niente che non sia terra scura, erba e cielo, e qualche lontano minuscolo manufatto umano martoriato dalla pioggia e dal vento.
La propaganda per il No era finanziata anche da gruppi che lucrano sul turismo, che sta trasformando il centro di Reykjavík nel duty-free di un aeroporto
L’ultima poesia di The Spirit Level di Seamus Heaney s’intitola Postscriptum e parla dell’Irlanda, la regione sotto Galway, non dell’Islanda. Ma basta cambiare il nome dei posti al secondo verso, e più avanti anziché i cigni mettere le anatre (traduzione mia):
E poi trova il tempo di guidare verso ovest,
nella contea di Clare, lungo la Flaggy Shore,
a settembre o ad ottobre, quando il vento
e la luce si consumano a vicenda
così che l’oceano da una parte è un tumulto
di schiuma e bagliori, e dall’altra, tra le pietre,
un lago grigio ardesia è illuminato
dal fulmine terrestre di uno sciame di cigni,
le piume ispide scosse dal vento, bianco su bianco,
le teste adulte dall’aria ostinata
reclinate o ritte o immerse dentro l’acqua.
No, è inutile fermarsi per più a fondo
catturare tutto. Tu non sei né qui né là,
sei un transito da cui note e ignote cose passano
mentre morbide raffiche investono l’auto sul fianco,
e colgono il cuore alla sprovvista, e lo spalancano.