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L’entusiasmo di un popolo vivo
Parlare di Dio tra amici mangiando piadine e kebab, ammirando l’“Ecce homo”, guardando mostre e ascoltando il Papa. Il senso profondo del Meeting di Rimini, che non è una kermesse politica né una seduta di esercizi spirituali

Erano in sessantamila coloro che sabato scorso hanno assistito al discorso di Papa Leone XIV al Meeting per l’amicizia fra i popoli, a Rimini. In totale, le presenze sono state novecentomila (foto Lapresse)
Uno dei crucci maggiori per gli organizzatori del Meeting per l’amicizia fra i popoli (leggasi: Meeting di Rimini) è sempre stato quello della sua riduzione mediatica a mera kermesse politica di fine agosto. Di centocinquanta incontri, spettacoli e più di dieci mostre, quel che approdava sulle pagine dei giornali erano i panel con il tal ministro, il punto stampa con il sottosegretario di passaggio, una dichiarazione di qualche leader di partito in crisi alla ricerca di visibilità e voti. E tutto il resto? Un boxino a piè di pagina, forse un trafiletto nascosto tra gli aggiornamenti sulle ondate di caldo impossibile e il traffico sostenuto in autostrada o gli ennesimi ragguagli sulle trattative relative alla nuova legge elettorale (quasi ogni anno, e sempre a ridosso delle politiche, si parla di nuova legge elettorale). Quest’anno è accaduto qualcosa di diverso, forse di epocale. Il Papa, giunto in Fiera il secondo giorno del Meeting, ha cambiato le carte in tavola. Leone XIV ha determinato un’onda lunga che si è protratta fino al termine dell’evento, condizionandolo in positivo. A Rimini passavano come sempre ministri, sottosegretari e segretari di partito, seguiti da telecamere e microfoni, ma stavolta erano loro il contorno, il di più a un evento che si era aperto con l’incontro tra la sorella di padre Jacques Hamel e la madre di uno degli attentatori radicalizzati che dieci anni fa uccisero il sacerdote ottantacinquenne al termine di una messa a Saint-Étienne-du-Rouvray. Ed era questo che finiva sui giornali e in tv, più che le consuete articolesse in cui si parte spiegando cos’è il Meeting e si finisce con il parlare di politica, salvo poi dire che però a Rimini c’è anche altro.
Quel che è sempre uscito dai radar mediatici, vuoi per una generale pigrizia o per un colpevole disinteresse, è il popolo che affolla i padiglioni, salvo per i consueti e sempre uguali pastoni sui “cattolici di destra” (che poi, sul punto, andrebbero aperte lunghe discussioni), che “fanno tanti figli”, che sono un po’ fanatici e sicuramente strani. Una settimana fa, per il Papa, c’erano sessantamila persone, che hanno scelto di lasciare le spiagge della Riviera per chiudersi in una fiera a due passi dall’autostrada. In totale, le presenze quest’anno sono state novecentomila. Ancor più straordinario, l’apporto dei volontari: tremilatrecento persone, tantissimi i ragazzi, che hanno scelto liberamente di rinunciare o ridurre le vacanze per armarsi di sacchi della spazzatura e di scopa per rassettare gli ambienti del Meeting o per spiegare a ciclo continuo le varie mostre organizzate. Studentesse al primo anno di Filosofia che si impegnano a spiegare in mezz’ora, fin dal primo mattino, Kierkegaard prima in italiano e poi a un gruppo che parla solo inglese. E avanti così fino a sera. Nelle analisi sui giovani disorientati queste evidenze non trovano mai spazio, eppure sono lì, basterebbe guardarle. A unire tutti è la persona di Gesù Cristo.
Leone XIV è riuscito nel miracolo: finalmente a dominare la gerarchia delle notizie sono stati gli incontri e non la consueta sfilata dei politici
Fa strano dirlo oggi, in un’epoca in cui si sente solo parlare di chiese vuote, crollo di valori, secolarizzazione e appannamento del senso religioso. Eppure, proprio come quarantaquattro anni fa, quando a Rimini giunse Giovanni Paolo II, anche stavolta il focus è quello. “Grazie per essere qui; grazie per questa accoglienza e per questo entusiasmo che è segno dello Spirito!”, ha quasi urlato Leone XIV – apparso assai in palla – al Villaggio ragazzi, poco prima di pronunciare il suo atteso discorso. “Non sapete quanto è bello vedere tutti voi qui insieme. E siete solo una piccola parte, perché dall’altra parte ce ne sono di più. Bravissimi! Grazie, grazie! Gli applausi più forti devono essere per Gesù Cristo: siamo tutti discepoli di Gesù!”. In poche battute, Robert Prevost ha sintetizzato la natura di questo appuntamento: “Ci sono tante opportunità qui per riflettere sulla nostra vita, sulla società, sulla fede. Continuate con questo bellissimo cammino. Vivete sempre con questo entusiasmo e vedrete che possiamo davvero costruire un mondo di pace e di amore”. Ecco, l’entusiasmo.
Il popolo che era lì, gente d’ogni età e condizione sociale, famiglie (tante), preti e suore e gente che magari era interessata solo a sentire la storia di Franz e Franziska Jägerstätter dopo aver visto “A Hidden Life”, il film di Terrence Malick (era presente a Rimini Joe Gleason, il film editor), era entusiasta. Entusiasta nel ritrovare vecchi amici, nel guardare una mostra (c’era sì quella su sant’Agostino, ma c’era pure “Wonder Bound”, con tanto di planetario e foto stupende delle galassie lontane e pure quella su Léon Harmel, l’ispiratore della Rerum novarum di un altro Leone, il tredicesimo), nel mangiarsi un kebab avviando lo streaming di un incontro ospitato in qualche sala.
Il Meeting non è una kermesse politica né un ritiro spirituale: è un incontro. “Ognuno di voi, in questi giorni, ha potuto fare questa esperienza. Ha avuto incontri non solo con le centinaia e le migliaia di altre persone che hanno affollato le sale di ascolto, ma anche con varie personalità, che qui hanno portato il contributo della loro riflessione e della loro creatività”, disse il 29 agosto del 1982 Giovanni Paolo II. “Ma questo incontro è stato reso possibile e quasi necessario da un altro incontro. Il Meeting è nato infatti dall’amicizia di un gruppo di cristiani di questa città. Come ho saputo, esso è nato dalla passione di comunicazione, di creatività, di dialogo che la fede cristiana, vissuta integralmente, sempre porta con sé. Sì, la fede vissuta come riverbero e in continuità con quei primi incontri che il Vangelo documenta, la fede vissuta come certezza e domanda della presenza di Cristo dentro ogni situazione e occasione della vita, rende capaci di creare nuove forme di vita per l’uomo, rende desiderosi di comunicare e di conoscere, di incontrare e di valorizzare”. Poco meno di mezzo secolo dopo, siamo sempre lì: quanto disse Karol Wojtyla, che si trovò così bene che si mise a cantare in polacco (Leone XIV si è limitato a salutare il coro), l’ha ripetuto in altre forme l’agostiniano di Chicago eletto Papa un anno e qualche mese fa. E’ l’unico posto al mondo dove a pochi metri di distanza si può trovare un’arena sportiva, un ristorante pugliese e l’Ecce Homo di Antonello da Messina, qui ben sorvegliato e disposto in una sala refrigerata.
Migliaia in coda per l’opera di Antonello da Messina. Quelli che leggono solo Hegel e Proust si sono indignati, per i soliti banali pregiudizi
Ci sono state polemiche, e neppure poche, sulla scelta del ministero di inviare l’opera dell’artista rinascimentale a Rimini. Le consuete e più che note e scontate alzate di sopracciglio dei tribuni depositari di Verbo e cultura, quelli che lamentano come prefiche agée il fatto che siamo un paese di ignoranti che preferisce una birrozza e la partita di calcio alla contemplazione delle banane di Cattelan e poi s’indigna perché un’opera d’arte viene resa accessibile a tutti. Avrebbero dovuto vedere con i loro occhi, i soloni che leggono solo Hegel e Proust, con quale attenzione e in diversi casi commozione, la gente si metteva in coda e guardava quel piccolo quadro, rapita forse più dal volto assente di san Gerolamo – assente perché rovinato dai troppi baci che gli dava il proprietario dell’opera – che da quello del Cristo. Ma sono quelli che criticano il Meeting senza averci mai messo piede, quelli che sui social parlano di “clericalismo” (ohibò) e nulla sanno di quei ragazzi che da mattina a sera si fanno le vasche in Fiera pulendo e svuotando i cestini.
Chi odia il Meeting di solito non ci ha mai messo piede, anche perché parla di “clericalismo” e non sa niente dei tremila volontari lì impegnati
Da anni, analisi più o meno dotte si interrogano circa l’esistenza di un popolo cristiano. C’è ancora dopo guerre e rivoluzioni e la fine della cosiddetta cristianità? Dopo l’avanzata della secolarizzazione, la laïcité eretta a dogma, il crollo delle evidenze? Diceva don Luigi Giussani parecchi decenni fa che “tradizione e teoria, tradizione e discorso, non possono più muovere l’uomo di oggi. Ho parlato del giovane, ma quel minimo di giovanilità cui ho accennato prima rimane nell’uomo per tutta la sua vita, per cui anche per noi è così, anche per l’uomo adulto e maturo è così; anzi, per l’uomo adulto e maturo questo problema non si pone, proprio perché per diventare adulti nella fede bisogna averlo superato, bisogna aver superato il richiamo affascinante del motivo storico e il richiamo mirabile di una estetica data da una perfezione teorica. Non può più essere né la storia, né la dottrina, né la tradizione, né il discorso a muovere l’uomo di oggi. Tradizione e filosofia cristiana, tradizione e discorso cristiano, hanno creato e creano ancora la cristianità, non il cristianesimo”.
La cristianità, aggiungeva Giussani, è “quel flusso, quella corrente, quell’alveo identificabile nel campo della storia e qualificato, appunto, da determinate formule di pensiero, da determinati modi di concepire, da determinate regole morali, da determinati valori che si sottolineano, da determinati atteggiamenti pratici, da determinate forme. Tradizione e discorso, tradizione e cultura cristiana, tradizione e teologia, se volete, tradizione e dottrina cristiana, creano delle forme”. E con le forme, è chiaro, si va poco avanti. Il popolo deve essere animato da qualcosa d’altro. Il Papa, ad esempio, è un’occasione. Lo si è visto a Rimini ma, per fare un esempio assai vicino nel tempo, lo si è visto a Madrid. Quanti discorsi sulla Spagna perduta, sulla fede ormai ridotta a pozze d’acqua sempre più rare nel deserto rovente, sui giovani – categoria che comprende un po’ tutto anche a prescindere dall’età anagrafica – che pensano a tutto meno che alla religione. Poi capita che in un torrido giugno arriva il Pontefice e a Madrid, in piazza, si presenta un milione e mezzo di persone. E così a Barcellona e in ogni altro luogo dove Leone abbia messo piede. E ogni volta che ciò accade – e verosimilmente accadrà anche tra un mese in Francia – ecco la sorpresa, lo stupore, quasi lo sconcerto: ma allora i cristiani, e i cattolici in particolare, ci sono ancora! Esistono, nonostante tutto.
Che fine ha fatto il popolo cristiano? In Fiera era facile trovare la risposta, come a Madrid all’inizio di giugno: una marea umana davanti al Papa
E’ forse questo il senso del Meeting riminese. Non sono importanti i programmi e le scalette, i panel e gli ospiti (che, va da sé, contano, ci mancherebbe: nessuno si muoverebbe per ascoltare lì un suonatore di flauto). Conta il fatto che una volta all’anno, per sei giorni, nel cuore delle vacanze estive, centinaia di migliaia di persone si ritrovano lì richiamate unicamente da quell’incontro di cui i Papi hanno parlato. Sono l’espressione di una fede che magari non sarà rispettosa di tutti i precetti del catechismo, che magari ignora le Letture del giorno, che forse vota quel che non piace a quelli che piacciono, ma che è una fede viva. Viva nel senso che è dinamica, si muove, che va incontro all’altro, chiunque sia. Gesù parlava di crocicchi, duemila anni dopo si può parlare di Lui anche addentando una piadina davanti a una sala dove si discute della rinascita della fede nella Francia. Siamo talmente tanti che ci vuole un nuovo battistero, ha detto il parroco di Saint-Joseph, a Grenoble. Parrocchia, la sua, fatta tutta di giovani. A Dio piacendo, alla prossima veglia pasquale battezzerà quaranta di loro. Alla fine, insomma, un popolo sembra esserci davvero.
