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Peter Handke e un invito a danzare e giocare con la morte
L’ultimo testo dello scrittore e drammaturgo si offre “a colui al quale importa”. Non un monologo, né un diario, né una preghiera. Requiem in vita
22 AGO 26

Peter Handke cortese e cerimonioso non è mai stato, ma ha preso, con l’età, il tono di una serietà sorridente, di una severità temperata dall’indulgenza (Getty)
Un canto del cigno. Un passo d’addio. Una breve lettera – missiva dall’aldiquà – per un lungo addio. Un requiem in vita. Moriturus te salutat. Gesto scaramantico, apotropaico, propiziatorio. Una partita a scacchi con la morte. Per metterla in scacco? “O anche no”. Comunque un gioco, con le sue regole bislacche. Niente passi di corsa, solo passi di lato, camminare all’indietro per guardare in avanti. Un balletto sfrenato e pieno di grazia eseguito e da eseguire sotto una nevicata. L’ultimo testo di Peter Handke, bifronte fin dal titolo – „Schnee von gestern, Schnee von morgen”, “Neve di ieri, neve di domani” – si offre al lettore, all’ascoltatore, allo spettatore – “a colui al quale importa”, diceva una dedica ritornante in tanti suoi libri – come un invito: a partecipare, a ballare, a giocare la partita. Sfida? Provocazione? Ma no. I tempi degli “Insulti al pubblico”, quelli degli esordi, sono andati da un pezzo. E il vegliardo, 84 anni il prossimo dicembre, che cortese, sussiegoso, accomodante, cerimonioso non è mai stato, se non per scherzo, o per un gusto sincero e solenne della festa, ha preso, con l’età, il tono di una serietà sorridente, benevolente, di una severità temperata dall’indulgenza, di una gravità assorta (sempre), inerme (spesso), condita di dolcezza e disposta a trasformarsi in leggerezza. Per ballare, appunto.
“Neve di ieri, neve di domani” è una sfida? Una provocazione? Ma no. I tempi degli “Insulti al pubblico” sono andati da un pezzo
Ma che cos’è questo libro? Un racconto? Una pièce? Un monologo? Un diario? Una confessione? Una preghiera? E’ tutte queste cose e nessuna di esse. Che altro poteva fare, al culmine della sua esistenza e della sua carriera, quel grande distruttore delle partizioni tra i generi se non una – polifonica, lungamente risuonante – partitura? E’, recita – spiegando tutto e niente – il sottotitolo: “Il farsi sonoro, il farsi voce di uno che cammina in lungo e in largo udito nei suoi momenti di sosta”. E che dice quel tale che procede vagando e divagando (mai lungo un percorso lineare) quando arresta il suo moto?
Torniamo alle ipotesi sopra elencate. Prega? Sì, con lo spirito “del profano”, “dell’idiota”, di un orante che “continua a balbettare” e, invocando il “santissimo abbandono”, la “santissima amarezza”, il “beato tuttavia”, o tutta volta, o tutta l’ora, cioè il frattanto, il frattempo, il divino durante, nel mentre, intanto che…, chiede “risparmiami la speranza”. Si confessa, si pente, va incontro a un redde rationem? Già, ma al momento di tirare le fila, alla resa dei conti, ammutolisce, spezza il filo, fallisce l’equazione: “Il mio errore più grande, fin dall’inizio… non lo ricordo più”, “il mio più grande difetto è… già, quale?” Di un diario, poi, come per convenzione e tradizione ci si aspetta che debba essere – resoconto personale registrato dì per dì da un soggetto che riporta i fatti suoi, gli eventi, le emozioni, attingendo alla propria quotidianità e interiorità – non ha né il piglio né l’intenzione. Non ce li ha mai avuti. “Dall’interiorità, per non dire dall’intimo, non c’è più nulla da attingere”, nulla da estrarre o tirar fuori, sentenzia in questo testo singolare l’autore di trentamila pagine di taccuini, i Notizbücher, inventario sterminato di istantanee che non recano una data (a parte le date di pubblicazione) e scandiscono semmai lo scorrere dell’altro tempo, “die andere Zeit”. Di quei taccuini – parzialmente riversati online e consultabili da chiunque: titanica impresa degli archivi letterari di Marbach e di Vienna –, dei quaderni di appunti, la “Neve” riprende certi efficaci, originalissimi sintagmi.
Tipo l’autorevole pronuncia degli undicesimi comandamenti da scolpire, numerandoli tutti con l’identica cifra dispari eccedente il decalogo, su un’inedita tavola della legge: “Ecco un altro undicesimo comandamento: non batter ciglio, mai più”, “E ancora un undicesimo comandamento: sii involontariamente partecipe”, e poi ancora un altro: “trascìnati in muto divertimento per gli spazi del mondo”. O tipo la bella ridondanza con cui si invoca un ideale, trascurato, negletto solo perché nessuno ci aveva mai pensato: “mormorio di popolo nella voce di un singolo: l’ideale” o, sublime aspirazione comunitaria e sociale, “l’ospitalità, la cordialità nell’ospitare: il mio primo ideale di comunità, e l’ultimo che mi sia rimasto”, o le risatine celesti dei bambini, il loro modo di camminare saltellando: “ideale”… E tipo quei due-tre flash in cui si coglie al volo il momento esatto in cui il giorno si fa giorno: “quando l’altro diventa il mio altro”, “quando entra in gioco la benevolenza”, “quando la luce diurna si fa materia, si fa matura per il racconto…” Il giorno: una unità di misura incomputabile, non cronologica, ma densa, concreta, decisiva, vitale per l’autore del “Saggio sulla giornata riuscita”, dell’esiodeo “I giorni e le opere”, o del motto che, ribaltando Plinio il vecchio e Apelle così come si è ribaltato Esiodo, per Handke diventa “nulla linea sine die”. E poi il gioco sorprendente – perché ogni volta riserva una sorpresa – con i comparativi, gli accrescitivi, i climax, con la struttura logica della frase (i casi, i complementi), con le variazioni minime (una virgola, una maiuscola, un avverbio) che ribaltano il senso dell’enunciato: eco trasformata del giovane Handke “formalista” che, per esempio in “Il mondo interno dell’esterno dell’interno” giocava con la grammatica e ne rivelava la segreta poesia. E, ancora, le citazioni: fioccano che è un piacere, da Goethe, Hölderlin, Ingeborg Bachmann, da Anton Cechov e Dimitri Analis, dal “Parzival” di von Eschenbach e da Kaspar Hauser, da Omero e da Rousseau, dalla Bibbia e dal Vangelo, da canzoncine e filastrocche per l’infanzia, dalle hit popolari anni Cinquanta… “Per amor del tempo, per amor del tempo, nessuno ha più per l’amore il tempo”. Citazioni nascoste, come sempre, criptate, da riconoscere, da stanare o, pazienza, che importa scoprirle, chi ha orecchi intenda, e per gli altri valga il ritmo, il séguito, il flusso, la trovata; che ci sia un ammiccare è evidente, quel che importa è raccogliere l’occhiata. Citare è già riscrivere dicevano i maestri, da Wittgenstein a Barthes, ed è appunto quel che il Nobel fa. Perfino con gli oroscopi, inventati di sana pianta o tradotti dalle pagine del “Parisien” – che l’austriaco, l’eremita di Chaville, nei sobborghi di Parigi legge nell’edizione dipartimentale Hauts-de-Seine – : predizioni da due soldi che citate e ricomposte nel tessuto delle proprie trame diventano consigli piovuti dal cielo, messaggi giunti in diretta dalle stelle: “Oggi vi siete persi sulla luna, ma cercate di tenere a mente ciò che conta davvero”, “Distillate una goccia di fantasia dalle vostre azioni”, “I vostri demoni stanno tornando…”, “Non cedete alla tentazione di far vacillare tutto”…
Questo eterno refrain di comandamenti, ideali, astrologiche profezie, sentenze autorevoli ad usum delphini, queste espressioni, locuzioni, stilosissimi stilemi, titoletti e sottotitoletti che ritmano la presa di parola e sono un po’ l’impronta digitale, il battito cardiaco della scrittura dell’ultimo Handke, non valgono a definire una struttura nella turbinante nevicata dell’ultimo scritto. Casomai ne segnano il passo, segnalando i momenti, tanti e incalzanti, in cui il viandante in questione, quello che procede zigzagando, come avvisava l’intestazione si ferma e si fa voce sonora.
Ma allora è un monologo? Macché. Come in altri recenti titoli di Handke scritti a cuore aperto, il „Zwiegespräch” (“Dialogo”) gli „Innere Dialoge an den Rändern” (“Dialoghi interiori in periferia”), c’è qualcuno che ribatte e gli risponde. Un sosia, un contraltare, una spalla, un alter ego: grillo parlante e avvocato del diavolo, qualcuno che ne sa una più del diavolo e, complice e molesto, lo interrompe, lo contraddice, lo inchioda alle sue manie. “Ci manca solo che tu dica…” “Non sei mica l’unico!” “E non è quello che fai tu da sempre…” “Aspetta e vedrai!”… Allora è chiaro, c’è una scena, le battute di due personaggi, è un atto unico, il copione per un dramma teatrale. Sbagliato, ancora. Non c’è canovaccio né copione, nessuna assegnazione di battute, i personaggi non si sa chi siano e, per favore, “non è il momento di farne un dramma qui”, ammonisce l’autore, “il dramma, quello è presente, è in corso da un pezzo, passo dopo passo, fin dall’inizio”.
Alla prima mondiale, a Salisburgo, il pubblico lo ha accolto con oltre un quarto d’ora di ovazioni. Lui, confuso e commosso, salutava alzando il bastone
Qualcuno tuttavia ci ha provato, e divinamente ci è anche riuscito. A dispetto delle raccomandazioni dell’autore – niente drammi, non c’è che l’“infinito polpettone sentimentale della vita”, sdrammatizziamo il canto della fine – ha portato la “Neve di ieri, neve di domani” a teatro. Alla prima mondiale, a fine luglio, nello scenario dei Salzburger Festspiele, il festival teatrale di Salisburgo, il pubblico a fine spettacolo ha accolto Handke, presente in sala, con oltre un quarto d’ora di ovazioni e applausi mentre lui, confuso, commosso, si toglieva di capo il borsalino e salutava gli spettatori alzando il bastone. Una minaccia? ha insinuato qualcuno. Ma va, aveva tutte e due le mani impegnate, ed è il suo modo burbero e bonario di manifestare l’affetto. Tutto esaurito, poi, per le repliche successive, come pure c’è il tutto esaurito già da un po’ per la première berlinese in programma al Berliner Ensemble per fine agosto. Il regista, Jossi Wieler, se l’è cavata alla grande, anche rispondendo con suggestiva semplicità alla giornalistica curiosità di chi, plausibilmente, domandava “Di che si tratta?” “Della fugacità del tempo, del dire addio, di uno sguardo privato e straniato sul mondo, delle acrobazie ironiche, autoironiche, di un giocoliere coi pensieri”.
“Di che si tratta?”. Il regista Jossi Wieler risponde: “Della fugacità del tempo, del dire addio, delle acrobazie ironiche di un giocoliere coi pensieri”
E i due acrobati, delicati saltimbanchi e giocolieri, gli attori, Jens Harzer e Marina Galic, hanno dato a quella voce da leggere, voce endofasica, introspettiva, la precisa sonorità che il testo, con l’indicazione messa in chiave – “farsi voce”, “farsi sonoro”, “Lautwerden” – chiamava. Lui, una versione giovanile di Bruno Ganz o postuma di Massimo Troisi, che del primo rievoca la potenza di plasmare, di dare spessore plastico alle parole, del secondo ricorda la dolcezza e la comicità malinconica. Lei, un elfo, un folletto, spiritello androgino o controparte femminile dell’animo di Handke, ineffabile Pierrette con al posto della cuffietta una zazzera bionda acconciata con un taglio corto alla garçonne e, sul volto, disegnata in vece della lacrima, una riga di baffetti maliziosi. Affiatatissimi tra loro (i due sono marito e moglie), profondamente in sintonia con il testo di Handke, dacché, si diceva, non c’è una divisione delle battute, lo hanno imparato a memoria entrambi: nell’edizione Suhrkamp uscita a gennaio 2025 sono solo 74 pagine, è vero, ma amplificate all’inverosimile dai rimbalzi di mille echi e evocazioni. Hanno poi entrambi l’atleticità sufficiente per interpretare il testo a passo di danza. “Un pas de deux”: un duetto, un balletto da eseguire in coppia, sottolinea Handke stesso, auspicandolo di nuovo come un ideale, come l’ideale ticchettare del tempo, il suo, il tempo che ancora ha, che ancora è. Distingui tra “ho tempo”, “c’è tempo” e “mi resta tempo”, scrive formulando tre diverse variazioni, o variando in tre diverse tonalità, l’idea che vibra come un basso continuo da un capo all’altro del testo. E’ la nota grave che – udibile e inaudita – accompagna il ballerino nel suo ultimo numero da virtuoso. Lui volteggia, ci gira attorno, la nomina appena. Chiamarla col suo nome porta male. Così indugia, rinvia, temporeggia: “come vado errando però in questo ruolo – per amor del cielo, non già nel finale, bensì in un intermezzo, quello di adesso”. Coi debiti scongiuri la lascia avvertire, come un sentore, un presagio, un timore mai, semmai un dubbio, una domanda, perciò – forse – si è preso un compagno (una compagna) di ballo, per questo parla ad alta voce rivolto alla propria immagine riflessa perfino quando alla parete non c’è appeso alcuno specchio. “E’ ora. Oppure no? Non ancora! Non più? Mai più? O invece sì? Meglio non saperlo” canta l’ostinato. “Sta forse in agguato là dietro la mia cara assassina?”. Ma un agguato, un prendere alle spalle diventa, per il giocoliere, un abbraccio, uno stare alle spalle per coprire le spalle. E se rimani indietro, è per darmi una spinta.
I due attori, marito e moglie, affiatatissimi, interpretano il testo a passo di danza. “Un pas de deux”, sottolinea Handke stesso
Si respira un’aria frizzante, serena, allegra (in tedesco la stessa parola: “heiter”) su questa scena di commiato che il lettore, con l’agio di tenere il libro in mano, attraversa d’un fiato per poi ripercorrerla rallentando, rileggendo più di una volta: è un libro che non si riporrà sullo scaffale tanto presto. C’è un clima mite, un cielo terso sul paesaggio innevato dipinto da uno Handke riconoscibilissimo eppure tutto nuovo. “La scommessa della vita riuscita puoi solo perderla, uomo. Già, perderla con letizia”. C’è una temperatura corroborante, stimolante, vivificante. “E a che pro il tuo eterno allenamento fisico? Per sopportare gli strapazzi del paradiso”. “Gioia, dov’è il tuo pungiglione? Vorrai dire il tuo pungolo… Morte, dov’è il tuo pungiglione?”
Si è mai vista una cosa del genere? Uno scrittore che danzando con la penna conduce sé stesso all’uscita di scena. Poi guarda scomparire – “scomparire in bellezza” – il suo personaggio e si trasforma nel suo cronista e narratore. E’ una prima volta. “Mai più una prima volta!”, tuona Handke. Ma subito si ricrede, “o invece sì, ancora una prima volta…”. Da quel bastian contrario, che ritma i suoi pensieri a suon di “o anche no”, “all’inverso e ancora all’inverso”, non resta che aspettarsi, o augurarsi, ripetendo uno dei suoi mantra, di nuovo un’ultima volta, un’altra ultima volta, ancora un’ultima volta.