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Gulliver e i suoi uomini cavallo che raccontano così bene la guerra
Egoismi e bassezze, utopie e farse. Leggere della miserabile umanità ritratta da Jonathan Swift, politicamente scorrettissimo e indignato di professione, è ancora una goduria
17 AGO 26

Ogni riferimento alle guerre guerreggiate e alle guerre di politica del 700 non è per niente casuale, come lo è ogni associazione con fatti del nostro presente (Getty)
Gli si fosse chiesto un parere, Swift avrebbe sconsigliato fortemente una guerra contro l’Iran, e ancor più energicamente una guerra con la Cina. Per non dire di una guerra russa contro l’Ucraina. Nell’ultimissimo capitolo dei Viaggi, Gulliver si difende dalla possibile accusa di essere venuto meno ai suoi doveri di suddito, per non aver rivendicato alla Corona britannica le terre da lui scoperte. “Per quanto riguarda i lillipuziani non mi pare valga la pena di allestire una flotta e un esercito per sottometterli, né sarebbe prudente e privo di pericoli attaccare gli abitanti di Brobdingnag [i giganti]. E l’esercito inglese non si troverebbe certo a suo agio sotto l’isola volante […]”. Quest’ultimo riferimento è a una delle trovate più fantascientifiche, “l’isola volante o galleggiante” da cui l’imperatore di Laputa governa i suoi territori. Funziona a lievitazione magnetica. “Se una città si ribella, o si divide in fazioni inclini alla violenza, o si rifiuta di pagare i soliti tributi, il Re ha due mezzi per domarla. Il primo, e più mite, consiste nel portare l’isola sopra la città e le campagne circostanti, privandole del sole e della pioggia, e provocando, quindi, carestie ed epidemie. […] Se tengono duro e minacciano moti violenti, il Re fa capo ad un secondo ed estremo rimedio, che è quello di far cadere l’isola sulle loro teste, provocando la totale distruzione di uomini e case” (I viaggi di Gulliver, Parte terza, “Viaggio a Laputa, Balnibarbi, Luggnagg, Glubbdubdrib e nel Giappone”, cap. III). Ma non funziona quando si ribella Lindalino, la seconda città del regno. Una contromossa tecnologica mette addirittura a repentaglio la città volante. “Poiché i suoi provvedimenti punitivi erano stati resi vani, il sovrano, per non dilungarci sopra altri particolari, fu costretto ad accettare le condizioni poste dalla città”.
Invitato a descrivere meglio che può le condizioni dell’Europa, Gulliver parla di commerci e manifatture, di leggi e costituzioni. Ma soprattutto di guerre. Guerre che sembrano non finire mai. Come quella allora in corso, dichiarata dalla sua Inghilterra alla Francia, ma “estesa ormai a tutte le grandi potenze”. “Le armi non erano state ancora deposte”, malgrado risulti “da un calcolo approssimativo, che erano stati uccisi in questa guerra non meno di un milione di yahoo, erano state conquistate più di cento città, e più di trecento navi erano state incendiate o affondate”. L’interlocutore di Gulliver nel paese degli Houyhnhnm è il suo padrone, un essere superiore, un cavallo parlante. Yahoo sta per “umani”. Nel linguaggio locale è sinonimo anche di “selvaggi”, “bestie”, “servi”. Noi li chiameremmo stranieri, immigrati, diversi. Anche Gulliver è, agli occhi del suo padrone cavallo, uno yahoo. Solo un pochino più distinto.
“Mi domandò quali fossero le cause più comuni che spingevano le nazioni a farsi la guerra”, narra Gulliver. “Risposi che erano innumerevoli; mi sarei dunque limitato a elencare le principali. A volte è l’ambizione dei principi, i quali non credono di avere mai abbastanza territori o abbastanza sudditi da governare; a volte è la corruzione dei ministri, che spingono i re alla guerra allo scopo di soffocare o di distrarre il malcontento per la cattiva amministrazione. Semplici divergenze di opinione a volte sono costate milioni di vite […] Anzi, le differenze di opinione su cose di nessuna importanza sono quelle che danno origine alle guerre più accanite e sanguinose”. Ancora: “Talvolta tra due sovrani nasce una disputa su come spartirsi i territori di un terzo, a cui nessuno dei due può accampare diritti. C’è pure il caso in cui un principe fa la guerra a un altro solo perché teme che questi possa farla a lui. A volte si fa la guerra perché il nemico è troppo forte, a volte perché è troppo debole. A volte perché i vicini vogliono le cose che noi abbiamo, o perché loro hanno invece cose che vogliamo noi. Allora si combatte finché loro si prendono la roba nostra, o noi la loro […]. E’ giustificabile far guerra al nostro più stretto alleato se uno dei suoi territori ha valore strategico per noi […]. Se si invade un paese più povero e arretrato è lecito uccidere metà degli abitanti e rendere in schiavitù gli altri [..] Così fanno gli statisti, è cosa onorevole, e pratica frequente, che quando un principe chiede assistenza contro un’invasione, colui che gli presta assistenza, dopo aver respinto l’invasione, si impadronisca di quel territorio […]” (Jonathan Swift, I viaggi di Gulliver, parte IV, capitolo V).
L’umanità è brutta, sporca e cattiva. Gulliver si vergogna di far parte della razza degli Yahoo, vale a dire gli umani. Ammira la razza e la civiltà degli Houyhnhnm, dei nobili uomini cavallo, governata dalla ragione. Quelli non conoscono cosa sia la guerra. Non costringono mai nessuno a fare o non fare una cosa. Non hanno partiti o fazioni che si guardano in cagnesco. Nelle loro assemblee le deliberazioni sono quasi sempre unanimi. Non esiste dissenso tra di loro. A quanto pare, la sola questione che gli sia mai capitata di dibattere è stata se gli yahoo andassero “sterminati dalla faccia della terra”. Tutti d’accordo che si tratta degli “animali più sudici, fastidiosi e deformi che la natura abbia mai prodotto […] ma anche quelli più ottusi, ribelli dannosi e malvagi”. Viene anche riferita una leggenda sulla loro origine, secondo la quale “non erano sempre stati nel paese”. Si tratta di stranieri, insomma di immigrati. Molti secoli fa, due di quei bruti erano comparsi sulla cima di un monte. Venuti dal mare, abbandonati dai compagni, si erano inselvatichiti. Li avevano addomesticati e addetti ai lavori più umili. Quelli avevano però il difetto di moltiplicarsi. Che farne? La soluzione proposta, la più ovvia, è lo sterminio, la castrazione, il genocidio (Gulliver, parte IV, cap. IX) . Si direbbe che discutono sui fatti di Ceuta. Altro che civiltà più razionale al mondo. Non ci possono esser dubbi: la civiltà degli uomini cavallo è il Terzo Reich nazista.
Gulliver si vergogna di far parte della razza degli Yahoo, cioè gli umani. Ammira gli Houyhnhnm, governati dalla ragione e ignari della guerra
Ogni riferimento alle guerre guerreggiate e alle guerre di politica del 1700 non è per niente casuale. Così come lo è ogni associazione con fatti del nostro presente. Deliberate sono le analogie tra il mondo di Swift e le “civiltà” immaginarie in cui il capitano Lemuel Gulliver si imbatte nei suoi quattro viaggi fantastici. E, va da sé, per converso, che non ha nulla di casuale quel che delle fantasie sarcastiche del reverendo Samuel Swift, a trecento anni dalla prima pubblicazione del romanzo, risuona sulla cronaca dei giorni nostri. Era uscito a Londra, presso Benjamin Motte, nell’ottobre del 1726. Col titolo Travels into Several Remote Nations of the World. In Four Parts. By Lemuel Gulliver, First a Surgeon, and then a Captain of Several Ships. Una parodia dei resoconti di viaggi e dei romanzi di avventura per mare, che andavano per la maggiore a quei tempi (per dirne una, appena qualche anno prima era uscito il Robinson Crusoe di Daniel Defoe). I Viaggi di Gulliver sono attribuiti ad un personaggio fittizio, ma senza indicazione del nome dell’autore. Per il semplice motivo che la satira politica rischiava di farlo finire in galera, o peggio. Non è affatto un libro per bambini. Così come non è un libro per bambini il Gargantua di Rabelais. L’uno e l’altro sono pieni di trovate divertentissime. Ma anche di oscenità e di crudeltà da far accapponare la pelle. Non è solo entertainment, concepito per lo svago del lettore. È provocazione. Feroce, deliberata. “Il fine principale che mi propongo, in tutti i miei lavori, è irritare il mondo, non divertirlo (vex the world, rather than divert it)”, scrive Swift in una lettera all’amico Alexander Pope.
Ci riesce a meraviglia. Ce n’è per tutti. Nemici e alleati. Avversari politici e compagni di partito. Aristocratici e plebei. Gentiluomini e feccia. E’ una miniera, uno spettacolo pirotecnico di idee, frecciate, suggestioni. Swift è irlandese, è nato a Dublino. Ma appartiene all’élite protestante, una minoranza circondata dalla maggioranza cattolica. Vive in Inghilterra, si sente inglese. Depreca il trattamento repressivo, anzi genocida a cui gli inglesi sottopongono gli irlandesi. Ma disprezza gli irlandesi. Li considera bruti. E’ costantemente lacerato in fatto di appartenenza, identità. Un po’ come un israeliano, inorridito da quel che i suoi fanno ai palestinesi, e allo stesso tempo inorridito alle pulsioni genocide dei palestinesi nei confronti del suo popolo. O viceversa. Il più celebre dei suoi scritti satirici sulla questione irlandese, Una modesta proposta per evitare che i figli dei poveri siano di peso ai loro genitori e al loro paese e per renderli utili alla società, è atroce sia nei confronti degli irlandesi che verso i loro padroni inglesi: la soluzione proposta è che i bambini che gli irlandesi sono incapaci di far crescere decentemente vengano macellati e venduti come carne da consumo per le mense dei benestanti.
Swift è irlandese ma vive in Inghilterra. Depreca il trattamento genocida a cui gli inglesi sottopongono gli irlandesi, ma disprezza gli irlandesi
In “sedici anni e sette mesi circa” – tanto la durata dei quattro viaggi – il capitano Gulliver tocca molti paesi sconosciuti, ai quattro angoli del pianeta. In realtà sappiamo che Jonathan Swift non ha mai messo piede fuori dall’Inghilterra e dall’Irlanda. Per quanto lavori di fantasia, parla dei fatti di casa sua. Ha fatto politica. Ha avuto incarichi nel governo. E’ uomo di parte. Anzi di partito. Ha fatto carriera con un governo tory, ancora oggi tradotto come “conservatore”. Cambiato re e arrivati al potere i whigs, dall’Ottocento in poi tradotti come “liberali”, era finito escluso da ogni incarico e, come capita spesso agli uomini troppo di partito, incapaci di adattarsi alle mutate circostanze, era stato emarginato anche dai suoi. La sua bestia nera è il premier riformatore Robert Walpole, nel cui governo è portato a vedere la fonte di ogni corruzione e ogni intrigo politico. George Orwell, altro outsider, cavaliere solitario rispetto alla politica del suo tempo, lo definì “certo non di sinistra”, ma “anarchico conservatore”. “Uno dei tanti che vengono spinti ad una sorta di conservatorismo perverso dalle follie del partito progressista del momento”, insomma uno che finisce a destra per colpa degli eccessi della sinistra. L’autore della Fattoria degli animali sentiva evidentemente una certa affinità con il suo predecessore. Era un fan dei Viaggi di Gulliver. Li aveva letti o riletti almeno una mezza dozzina di volte. Scrisse che se avesse dovuto salvare dalla distruzione solo sei libri, lo avrebbe incluso.
Orwell definì Swift “uno dei tanti che vengono spinti a una sorta di conservatorismo perverso dalle follie del partito progressista del momento”
In politica estera, Swift lo si potrebbe considerare pacifista senza se e senza ma. Denuncia le guerre in corso come nate dall’ambizione di politici e affaristi. Per profitto e potere, venderebbero la madre. Non esitano a vendere e tradire gli alleati. Swift non arriva ad augurarsi la sconfitta dell’Inghilterra. Auspica composizioni, paci moderate. Nella prima parte dei Viaggi di Gulliver, Lilliput e Blefuscu sarebbero rispettivamente Inghilterra e Francia. In comune hanno la loro piccolezza rispetto alle ambizioni di grandeur. Così come piccole, grette, sono le ragioni per cui si fanno la guerra. La metafora vale per la grande politica internazionale, come per la politica interna.
Lilliput e Blefuscu come Inghilterra e Francia, per la piccolezza rispetto alle ambizioni di grandeur. Come piccole e grette sono le ragioni della guerra
A Lilliput si confrontano due religioni e due fazioni inconciliabili: quelli per cui le uova vanno rotte nella parte più larga e quelli per cui andrebbero rotte nella parte più stretta. E’ scontro a morte tra il partito dei tacchi alti contro il partito dei tacchi bassi. “I rancori tra queste due fazioni arrivano al punto che chi appartiene alla prima si rifiuta di mangiare, bere o conversare con chiunque appartenga alla seconda”. Niente dialogo tra maggioranza e opposizione. Sconfitta, interdetta dai pubblici uffici, minacciata di morte, una delle due fazioni si è rifugiata in esilio nel Regno nemico, che peraltro aveva seminato zizzania e continua a fomentare il dissidio. Gulliver rende un grande servigio all’imperatore di Lilliput, trafugando parte della flotta da guerra nemica. Montatosi la testa, l’imperatore vorrebbe ridurre l’impero rivale di Blefuscu a una provincia, sterminare i fuorusciti, costringere tutti a rompere le uova dalla parte che garba di più a lui. “Così sarebbe diventato l’unico monarca del mondo intero”. Gulliver cerca di distoglierlo, di convincerlo che non gli conviene. Nell’impossibilità di far ragionare il Trump del momento, Gulliver dice: “Non mi sarei mai prestato a diventare il mezzo per ridurre in schiavitù un popolo libero e valoroso”. Mal glie ne incoglie. L’imperatore non tollera dissenso tra i suoi consiglieri. Condannato come traditore, Gulliver è costretto a rifugiarsi anche lui sull’altra sponda.
Nel mondo di Gulliver ci sono più nazioni, più sistemi politici, più sistemi giudiziari, “più cose di quanto ne sogni la tua filosofia Orazio”, mi verrebbe da dire con Amleto. E’ un susseguirsi scoppiettante di trovate spassose. Nessuno viene risparmiato. Non re, non parlamentari o primi ministri. Non despoti, non riformatori. Non avvocati, non giudici, non filosofi, non scienziati. Più danni di tutti combinano i projectors, inventori disinteressati. Più degli altri i political projectors, i manipolatori di leggi costituzionali. All’accademia di Lagado hanno trovato un metodo infallibile per scoprire le cospirazioni contro il governo: esaminare il colore della loro cacca. E un rimedio altrettanto ingegnoso per riconciliare i partiti quando diventano violenti l’uno contro l’altro: prendere un centinaia di leader di ciascun partito, accoppiarli a leader del partito avverso, segargli il lobo temporale perché si mescolino i cervelli (Parte III, cap. VI). Diversi dei regni immaginati sembrano a prima vista più congeniali a Swift della sua Inghilterra. Hanno tutto l’aspetto di utopie meravigliose. Ma poi si rivelano retti da sistemi e costumi farlocchi, più distopici di quelli noti, o di casa. “Il maggior contributo di Swift al pensiero politico è la sua avversione a quelli che oggi si direbbero totalitarismi”, nota Orwell, che di totalitarismi della sua epoca, nazista o staliniano che fossero, se ne intendeva (Politics vs. Literature: An Examination of Gulliver’s Travels, 1946). Tra gli houyhnhnm Gulliver sembra felice. “Non avevo più bisogno di difendermi dalla frode e dall’oppressione; lì non c’erano medici per ammazzarmi, avvocati per mandarmi in rovina, delatori prezzolati per spiare le mie parole o le mie azioni, o per formulare accuse contro di me. Non c’erano schernitori, criticoni, denigratori, borsaioli, masnadieri, scassinatori, procuratori, mezzane, buffoni, biscazzieri, politicanti, begli spiriti, attaccabottoni, polemisti, stupratori assassini, briganti, virtuosi di canto; non c’erano i capi dei partiti, e neanche i loro seguaci” (Parte IV, cap. X). Sono totalitari paranoici, peggio degli altri. Decidono l’espulsione preventiva dello straniero, naufrago e aspirante immigrato Gulliver.
Inutile cercare corrispondenze biunivoche tra fiction e realtà (la nostra o quella di tre secoli fa che sia). Ci sono intere biblioteche su questo. Swift preferisce che “il lettore assennato rifletta e faccia commenti da sé”. I classici hanno sempre qualcosa da dire. Pensate all’Odissea. Sono fatti per provocare, far pensare, suscitare emozioni. Swift non vuole far ridere. Vuole colpire basso, dove può fare più male agli indifferenti. Lo fa brandendo l’assurdo come una clava. E’ un indignato di professione, arrabbiato col suo mondo e la politica dei suoi tempi. Saeva indignatio, indignazione selvaggia sono le parole che aveva scelto, e trasmesso col testamento, per il suo epitaffio funerario. E’ un reazionario bell’e buono, stizzito per i propri insuccessi in politica. E’ politicamente scorrettissimo. E’ misogino, anzi misantropo. Odia le donne. Ma soprattutto odia, disprezza l’umanità intera, per la sua irredimibile disumanità. La propria specie, umana e politica, gli fa schifo. Cacciato dal paese degli uomini cavallo, Gulliver non ce la fa più nemmeno a stare in casa, accanto alla moglie. Non sopporta la puzza degli umani. Va a dormire nella stalla, con i cavalli. Non occorre essere d’accordo con Swift per godere della lettura del suo capolavoro.