Panificare, modellare ceramiche, cucire a mano: c’è un futuro o è solo nostalgia?

Dalla cucina delle nonne al lavoro manuale, un passato idealizzato (e mai davvero esistito) ci appare più desiderabile di una modernità crudele. Ma il feticismo per abilità e costumi del passato può trasformarsi in forme reazionarie di luddismo

15 AGO 26
Immagine di Panificare, modellare ceramiche, cucire a mano: c’è un futuro o è solo nostalgia?

Un gruppo di Amish, comunità cristiana anabattista che vive principalmente negli Usa e rifiuta le comodità tecnologiche come auto, elettricità di rete e internet (Getty)

Ma si tratta di vecchiaia o di giovinezza? Cioè, questa nostalgia che sento intorno a me, è frutto di un fisiologico calo di interesse verso la modernità (siamo troppo logorati per interpretarla), causa età che avanza, oppure è un segno di giovinezza? In questo caso la nostalgia è una nuova nostalgia? Cioè un promontorio dal quale si intravede un cambiamento di costumi che metterà in crisi il nostro mondo. Come interpretare la nostalgia? Per restare nelle cose dell’ultima ora, prendiamo il fenomeno nonna-maxxing, che va per la maggiore. La nonna-maxxing: una nuova nonna che riprende ma rinnova il costume della nonna. La nuova nonna fa quelle cose che faceva mia nonna ma queste cose non appaiono mica vetuste, no, quando mai. Le nuove nonne riprendono i vecchi usi e costumi e li rendono invidiabili. Nelle loro cucine non si respira affatto aria gozzaniana, non si avverte quella bellezza riposata dei solai dove il rifiuto secolare dorme, tutt’altro, la cucina della nonna-maxxing è un luogo di armonia. Qui non si cucina, si medita. Perché le minestre si preparano lentamente, le verdure - che ve lo dico a fare - sono tutte di stagione (curiosità: secondo voi la melanzana ha un habitus invernale o estivo? Il finocchio? Qual è la loro vera stagione?), poi si prende l’olio d’oliva direttamente dall’olivo in giardino, la pasta (che ve lo dico a fa’) è fatta in casa: alimenti semplici, spesso poveri. Insomma, se cucini nella modalità nonna-maxxing raggiungi il Nirvana in cucina. Sono fortune. Nemmeno devi andare in India, sparagni e non ti tocca il bagno purificatore nel non pulitissimo Gange. Altre potenzialità delle nonne suddette: sono tutte in salute. Le nonne non vanno in palestra ma siccome fanno tanto moto, perché salgono le scale, fanno la spesa, lavorano l’orto, sono in perfetta salute. C’è qualcosa da dire anche a proposito delle relazioni, oggi così problematiche. Sono quasi sempre tossiche, con il narcisismo patologico in agguato, invece nel mondo della nonna-maxxing si sta bene in compagnia. Perché? Perché si riscoprono alcune pratiche del passato. Per esempio, pranzi della domenica e buone chiacchiere all’insegna della semplicità (si parla della pasta fatta in casa, dell’orto e dei frutti di stagione).
La nonna-maxxing è una nonna nuova, che fa le cose di una volta ma senza che siano vetuste, anzi: le rende romantiche e invidiabili
Cos’è? Un sguardo verso il tempo che fu o un modo per trasformare il mondo facendo leva sul tempo che fu? Da una parte sembra una cosa nostalgica. Voglio dire, potrei essere nonno pure io. Difatti, qui andrebbe aperta un’altra questione: che età hanno le nonne italiane? L’età conta, è una linea tracciata per capire la bellezza e il pericolo della nostalgia. Sono nate negli anni Cinquanta? Sessanta? Se sì, certo che sono in forma e possono comportarsi come maxxing. Si può capire il perché. Va considerato il sistema pensionistico retributivo e le varie pillole per la pressione. Se invece le nonne e i nonni sono nati prima, diciamo nel decennio Quaranta/Cinquanta, ecco, quella generazione magari comincia a soffrire di alcuni acciacchi. Sono poi sicuro che si è pure scocciata di cucinare. Per non parlare delle malattie poco piacevoli come la demenza: ma queste sono quisquilie, cose per le quali i social, presi dalla nostalgia nonna-maxxing, non ci fanno troppo caso.
Se sono nate negli anni 40 le nonne si saranno scocciate di cucinare. E magari soffrono di malattie poco piacevoli, ma questo sui social non interessa
Quindi da una parte si può parlare di classica nostalgia, quella che ti porta non tanto a ricordare, ma a idealizzare. L’Italia, poi, ha questo fascino: il luogo ideale per idealizzare. Il luogo dove le cantanti parlano del mio paese tutto illuminato. In ossequio a questi luoghi allummati si dichiara “viva le nonne”, “viva il paese”, “viva le feste e le processioni”. E si giura che si tornerà qui a vivere, come loro, con i ritmi lenti e la buona cucina. Non adesso, ma un giorno. Intanto torniamo, mangiamo ma ripartiamo - tra l’altro, sarebbe interessante capire come mai l’Italia, in agricoltura e in agroalimentare si fa molta innovazione ma non viene percepita come tale. Anzi, si parla solo di nonne.
Sempre nel campo di cose interessanti scomparse, lo storico Edward Palmer Thompson, studiando i lavoratori del tessile del XIX secolo, notava che in quasi tutti gli scritti che vertevano su questi operai, erano “pervasi dalla leggenda di tempi migliori”. Un altro storico, Robin Veder, descrive i fiori che gli artigiani coltivavano (e poi intrecciavano nei loro disegni) come simbolo di una perdita. “I tessitori – scrive – piangevano i fiori come sostituti della cultura artigianale perduta”. Che dire: si provava una nostalgia per le proprie abilità perdute.
Tutto questo da una parte. Ma d’altra parte mi chiedo: è solo questo? Oppure sto ridicolizzando un fenomeno? Preso dall’alto della mia spocchia da innovatore senza se e senza ma, sto illuminando solo ciò che mi conviene illuminare. Prendo gli aspetti più paradossali, alla moda e su questi faccio ironia. Quando stiamo lì a guardare e giudicare i giovani spossati dalla modernità (che si interessano di cucito e cucina e vogliono vivere come i contadini) con la prosopopea di chi dice: “Eh, a i miei tempi lavoravo 14 ore al giorno, non mi lamentavo, e facevo questo e quello”, ecco, sto contestando un sentimento nostalgico con un atteggiamento nostalgico - come a dire: “i sacrifici non sono più quelli di una volta”.
E’ giusto rubricare tutto nella casella solita nostalgia. Oggi quei giovani spossati si chiedono: ma perché? Perché mi devo sacrificare? In nome di chi, a quale santo capitalista devo essere grato per i 1500 euro al mese, i 1000 euro di fitto, la convivenza forzata, gli schemi Excel, l’AI, i corsi di aggiornamento, le riunioni zoom, i fuori orario, i week end lavorativi. Perché? Posso provare a guardare al passato per trasformare il futuro? Posso essere felice in una fattoria di animali che vivono tutti in pace? Posso riscoprire attività manuali che sono durate millenni e hanno, tra l’altro, il loro repertorio di soddisfazioni? Insomma, la famiglia nel bosco, vicissitudini giudiziarie a parte, viene direttamente dal pensiero utopistico anni Sessanta, da quello hippie e anticapitalistico. Sono persone che hanno fatto una scelta: andiamo via dalla pazza folla, rifondiamo il mondo, restiamo umani.
Ancora, quando sempre più persone ti raccontano dell’apicoltura, della panificazione in casa, della lavorazione del cuoio, stanno manifestando solo fantasie di bislacca evasione dalla realtà (che è pur stressante) o queste persone sono un’avanguardia? Cittadini che a partire dalla riscoperta di vecchie pratiche propongono un approccio al lavoro radicalmente nuovo? Cioè, ci suggeriscono che il presente non ci basta, anzi loro ne sono delusi e preferiscono avere un nonno come esempio che un influencer che ti blandisce, ti comanda a bacchetta, ti fa iscrivere al suo sistema di valori e, nella sostanza, ti fa faticare tantissimo per niente.
Me lo chiedo perché non si tratta solo di pochi fanatici, battaglieri del pane di una volta. E no, perché, per grandi numeri, sembriamo tutti presi dalla stessa emozione nostalgica. Le piattaforme di streaming sono piene di reality show in cui le persone competono per imparare a cucinare, lavorare la ceramica, cucire, soffiare il vetro, forgiare. Etsy, un marketplace online incentrato su prodotti artigianali e vintage, conta ormai più di 5 milioni di venditori. Vintage pure. La giacca da lavoro francese, il bleu de travail, viene ora venduta da case di moda di lusso a persone che non metteranno mai piede in una fabbrica.
Le piattaforme di streaming sono piene di reality in cui si compete per imparare a cucinare, lavorare la ceramica, soffiare il vetro, forgiare
Insomma, è nostalgia o si sta avanzando un proposta di lavoro e vita diversa? Il filosofo americano Matthew Crawford (cito uno fra i tanti, perché il suo libro fu al tempo un successo), che ha lasciato il suo lavoro in un think tank per aprire un’officina di riparazione di motociclette, ha scritto un libro di successo su questo tipo di transizione, intitolato Shop Class as Soulcraft (2009), in cui sostiene che il lavoro manuale specializzato ci dà accesso a una forma di pensiero che il lavoro d’ufficio ci nega. Il quotidiano la Repubblica pubblica spesso storie di chi (spesso benestanti con ottima buonuscita) ha lasciato il lavoro per tornare alle origini e queste storie hanno tutte lo stesso mood: ero un o una manager infelice, ora sono un allevatore, un apicoltore, un lavoratore di ceramica, un pastificatore felice. E quindi, questo sentimento nostalgico deriva dalla vecchiaia (e dalla incapacità di analizzare il mondo) o di giovinezza (prospetta un nuovo mondo)?
Da un’isola meravigliosa Ulisse vuole tornare a Itaca. Noi viviamo in un paese moderno e ricco ma vogliamo mollare tutto (e raccontarlo a Repubblica)
C’è da ragionarci, anche perché queste ventate di nostalgia, si fanno sempre più acute man mano che l’intelligenza artificiale promette o minaccia di automatizzare questo o quel lavoro, e più in generale tutto ciò che gli esseri umani sono in grado di fare. Più ci sono annunci in tal senso, più crescono le brame. Si scatena la nostalgia. La nostalgia, rischia di essere il tema del futuro. Vogliamo il lavoro fatto a mano, il prodotto artigianale, la tradizione, il folklore. Sogniamo le antiche forme di lavoro specializzato. Per complicare la questione, chiediamoci altresì: quando feticizziamo le abilità e i costumi del passato del passato, non rischiamo di cadere in una forma reazionaria di luddismo che resiste a ogni cambiamento? Questione complessa, mi sa, ci tocca indagare sulla nostalgia.
Nel suo “Shop Class as Soulcraft” Matthew Crawford sostiene che il lavoro manuale dia accesso a una forma di pensiero che il lavoro d’ufficio ci nega
Giusto qualche accenno sull’etimologia. La parola nostalgia proviene da due radici greche: nóstos (“tornare a casa”) e álgos (“desiderio”). I filosofi ci danno una mano a interpretare la parola. Potrebbe anche indicare il desiderio di una casa che non esiste più o non è mai esistita. La nostalgia è un sentimento di perdita e allo stesso tempo di rimozione della perdita. Di riappropriazione ma anche di illusione di possesso. La nostalgia, insomma, è un concetto complesso. L’Odissea è la storia delle storie, in quanto una delle prime storie che si sono sviluppate nel Mediterraneo, dapprima oralmente, poi messa per iscritto (si tende a datarla tra il 730 e il 710 a.c.). Come storia delle storie ci dice anche qual è il fine di tutte le storie. Siccome noi siamo organismi viventi nati per raccontare e credere alle storie, l’Odissea ci dice anche qualcosa di noi. L’Odissea ci dice che il fine delle storie è tornare a casa. Che, ovviamente, nel poema è un luogo geografico, Itaca. Ma nella vita di tutti i giorni, nel sentimento comune che sperimentiamo, Itaca è anche una vocazione, un simbolo. Tornare a casa significa far ripartire il tempo. Ulisse come tutti noi è bloccato su un’isola così meravigliosa che sembra il Paradiso: quindi Ulisse potrebbe essere morto e per questo vuole tornare a casa, a costo di subire ancora l’ira di Poseidone, perché tornare significa sentirsi vivi. Vivi anche a costo di annegare. Come tutti noi quando, pur abitanti di un paese meraviglioso, benestante, capitalista ci chiediamo se sia il caso di mollare tutto, elettricità, protezione dalle malattie, e tornare in un paese dove si lavora il ferro a mano e si cucina lentamente seguendo il ritmo della stagioni (quindi abbasso la destagionalizzazione, niente parmigiana di inverno e niente finocchi in estate), anche per raccontarlo a Repubblica, che per il genere è da anni un must. E’ troppo? Forse, ma tornare a casa nell’ottica della nostalgia ha parecchie declinazioni: riprendere quella parte di sé che abbiamo dimenticato, ricomporre un io disgregato. Siamo o non siamo cultori del tornare a casa? Del resto quando un nostro caro muore, l’officiante ci consola: è tornato alla casa del padre. Però, come dicevamo, la nostalgia è complicata. Difatti questa casa, come tra l’altro l’Odissea insegna, potrebbe non essere più quella che abbiamo lasciato. Torniamo e la troviamo diversa, magari abbiamo fatto un lungo viaggio solo per accorgerci di essere stati vittima di una rimozione nostalgica. Sono gli svantaggi della nostalgia.
La nostalgia, il “desiderio di tornare”, può indicare anche il desiderio di una casa che non esiste più, o non è mai esistita
Dall’altra, quella nostalgia è anche una forma di insoddisfazione verso il presente, ciò non vuol dire che è necessario tornare nei boschi ma semplicemente riconoscere che il presente e il mondo sono dimensioni crudeli.
Non è scontato sciogliere questa contraddizione. Se comprimi tout court questa doppia esposizione, queste due direzioni ostinate e contrarie, il passato e il presente, il sogno e la vita quotidiana, la nostalgia perde tutto il suo fascino. C’è da dire - spiegano sempre i filologhi - che, a dispetto delle sue origini greche, la parola nostalgia non si è originata nell’antica Grecia. Qui già si intravede un paradosso comico. Quando parliamo di nostalgia abbiamo nostalgia di una parola nostalgicamente greca. Sì, perché, la parola fu coniata da uno svizzero Johannes Hofer per una sua dissertazione medica, nel lontano 1688. Il nostro medico aveva anche suggerito, per analizzare questo stato d’animo, “monomania” e “philopatridomania” (monomania mi piace molto, mentre l’altra parola non la so nemmeno pronunciare). In ogni caso alla fine del Seicento la nostalgia era considerata una malattia. I rimedi lasciavano parecchio a desiderare, perché erano previsto che l’oppio, le sanguisughe e un viaggio sulle Alpi svizzere avrebbero curato i sintomi della nostalgia. A parte le sanguisughe, gli altri due sono diventati elementi nostalgici, l’oppio ti riporta nell’utero, e il viaggio sulle Alpi svizzere ha fornito ispirazione per Heidi. Che - giusto per citare cose del mio passato, un po’ tristi e un po’ comiche - durante l’esame di zootecnica per sbaglio dissi Mucca e non Vacca, e il professore prima mi fece una tirata contro Heidi che aveva rovinato una generazione di zootecnici e di filosofi e di intellettuali tutti preda della fallacia naturalistica, poi mi bocciò a libretto.
Successivamente abbiamo fatto piccoli passi avanti nella definizione della nostalgia. Alla fine del XVIII secolo, i dottori hanno scoperto che il ritorno a casa non sempre curava i sintomi nostalgici. Ma per l’appunto, come dicevamo, la nostalgia è complessa. Poi col tempo la nostalgia ha assunto l’aspetto di una malattia dell’età moderna. E qui torniamo a noi.
Vediamo i pericoli di questo sentimento complesso e problematico. Innanzitutto è distaccato dalla realtà. I ​​bei ricordi delle nonne di un tempo, dei boschi ombrosi e ospitali, i ricordi di quelli che producevano la seta artigianale con i fiori da intrecciare nei tessuti, sono appunto ricordi, e cioè idealizzazioni. Se davvero ci mettessimo con un po’ di buona volontà a esaminare la vita dei miei nonni, sono sicuro che nessun influencer ci ricamerebbe più di tanto. Sveglia alla 4, raggiungi i campi a piedi, lavora con le mani, torna al tramonto, raccatta i figli dalle varie nutrici, prepara la cena, occupati delle bestie e poi a dormire che domani alle 4 si ricomincia. Così tutta la vita, altro che nonna-maxxing. Tra l’altro le nonne hanno imparato a cucinare quando è arrivata l’industria alimentare, cioè in pieno boom economico. Hanno iniziato allora perché c’era finalmente qualcosa in più da mangiare e ci si poteva sbizzarrire con le ricette, visto che i figli lavoravano nel terziario e portavano a casa un bello stipendio. Insomma, idealizzando il passato, la nostalgia incanala il malcontento per il presente nel progetto di ricreare un passato immaginario.
Poi c’è un problema di slittamento del sentimento nostalgico. La storia dell’umanità è piena di questi scivolamenti verso il passato del passato. A proposito di tessitori, più di un secolo fa, disgustati dalle fabbriche e dai quartieri degradati creati dai telai meccanici, John Ruskin e William Morris guardarono al passato ancora più remoto, a quando non c’erano ancora i tessitori che intrecciavano fiori e seta, per risalire a qualcosa di più antico: l’artigiano medievale. Lì, trovarono il sogno di un lavoro veramente qualificato.
Di Platone si è detto ovunque. Nel dialogo Fedro, il suo Socrate non sopportava i testi scritti. Li riteneva statici, mentre la conversazione richiede ai parlanti di essere flessibili, rispondendo alle domande e adattandosi agli interlocutori. Platone considera questa capacità di adattamento una caratteristica della saggezza. La vera comprensione si produce attraverso uno scambio flessibile e reciproco. La dipendenza dalla scrittura minaccia questo equilibrio: produce solo il fantasma della conoscenza. Che diremo oggi di questa posizione? Noi che ci lamentiamo che non si legge più, dunque non si fa esperienza di pensiero complesso (che un buon libro dovrebbe contenere) e siamo esasperati dalle continue conversazioni dei talk show?
Ai racconti degli ex manager che sono tornati a casa, ritrovando sé stessi si può rispondere che la modernità per una serie di ragioni ha tolto l’incombenza di uccidere 114 Proci, come dovette fare Ulisse, altrimenti a casa, senza una strage, non ci tornava. La strage è un simbolo: di combattimento, di difficoltà, una bagno di sangue, una guerra insomma. Invece, oggi abbiamo un sistema che ci protegge e ci permette anche di vivere nei boschi e con un’ottima buonuscita. Ma è una nostalgia per pochi.
A proposito di pochi, forse il problema è tutto lì. Nel Paleolitico si registrano pochi episodi di violenza. Lo spiega l’archeologo Alfredo Gonzales-Ruibal, notando che per gran parte del Neolitico non esistevano vere e proprie armi da guerra. Le frecce usate per cacciare erano le stesse usate per combattere e uccidere. Così come i massacri avvenuti durante il periodo chiamato della Cultura della ceramica lineare, furono compiuti con gli stessi utensili che venivano usati per tagliare la legna da ardere o coltivare la terra. Tutto è cominciato quando con la domesticazione i contadini hanno cominciato a vivere in villaggi fortificati con fossato (profondo fino a due metri) e palizzate (spesso dotate di porte con complesse strutture difensive). I sistemi di difesa servivano naturalmente a proteggere i villaggi dalle comunità di cacciatori (che ancora saggiamente non avevano optato per l’agricoltura) con i quali i rapporti, pare, non fossero idilliaci. Ma con i dati archeologici alla mano, a oggi si ipotizza che il tasso di violenza cominciò a impennarsi un millennio dopo, quando i contadini decisero di loro di farsi la guerra. Le prove di questa impennata si trovano in molte fosse comuni, in cui, alla rinfusa, sono stati trovati cadaveri di uomini, donne e bambini. Perché i contadini si sono fatti la guerra? L’ipotesi prevalente è: per la fame. Ci credo, finché eravamo cacciatori e raccoglitori eravamo pure pochi sulla terra. I calcoli ottimistici dicono 10 milioni, quelli più realistici 4/5 milioni di persone. C’era cibo per tutti, finché i cacciatori-raccoglitori non hanno optato (anche perché erano così bravi a cacciare che hanno fatto fuori tutta la megafauna) per la coltivazione. E qui sono cominciati i problemi: da una parte abbiamo formato comunità strutturate, dall’altra abbiamo combattuto le altre comunità. Nella sostanza, quando rimpiangiamo i boschi e le fattorie, non consideriamo che se tutti i condomini del mio palazzo si trasferissero vicino alla famiglia del bosco, tempo una settimana e cominceremmo a litigare per le risorse. La nostalgia verso quel passato è per pochi, e nell’elaborazione di questo sentimento non possiamo prescindere da questo dato.
Nella nostalgia c’è un risvolto politico già sottolineato, al tempo, dalla filosofa Svetlana Boym che scrisse un bel libro, Future of Nostalgia (2001), in cui, con anticipo sui tempi, si chiese se il nostro desiderio di un’epoca perduta di lavoro qualificato si trasformerà in tecnofobia, diffidenza verso il cambiamento sociale e voglia di tornare al mondo che fu. E quali sono le implicazioni politiche che si celano dietro il nostro desiderio di pane artigianale a lievitazione naturale e ceramiche fatte a mano? Alla fine scrisse che la nostalgia acritica “genera mostri come nazionalismo, supremazia razziale, fascismo”.
Perché? Perché da Karl Marx (ci sono tre capitoli del suo Capitale in cui descrive dettagliatamente il passaggio dagli oggetti realizzati a mano ai prodotti fabbricati industrialmente) a Rousseau a Henry David Thoreau fino ad Heidegger (i suoi esempi di vita poetica sono intrisi di simbolismo e nostalgia: il boscaiolo, il mulino a vento, il contadino, il fiume Reno impetuoso) e ai molti intellettuali che oggi sono preoccupati per la tecnica, le argomentazioni ricorrenti gravitano tutte attorno allo stesso tema: esiste un imperativo morale a coltivare le abilità. Se non le apprendiamo non siamo liberi né di capire il mondo né di aggiustarlo. Ma anche qui, la nostalgia ci costringe a una visione parziale, Socrate liquida la nuova tecnologia, cioè il libro, elencandone solo i costi. Marx e altri idealizzano l’artigiano, la bottega – dicono – è un luogo di sviluppo umano integrato, ma sottovalutano al contempo le disuguaglianze sociali che spesso strutturavano la produzione artigianale. Queste argomentazioni si basano dunque su uno schema ricorrente. Quando i periodi passati di pratiche specializzate vengono considerati più pienamente umani, l’ordine sociale che le ha prodotte può facilmente apparire migliore di quello che le ha sostituite. Il passato, quindi, sembra superiore al presente. Ecco perché – secondo Svetlana Boym – queste argomentazioni rischiano di diventare reazionarie. Quando ci lamentiamo della scomparsa di determinate abilità, potremmo anche – se non stiamo molto attenti – finire per rimpiangere la perdita delle strutture sociali che le circondavano. Questo slittamento è il meccanismo fondamentale attraverso il quale la nostalgia per le abilità alimenta il desiderio di un mondo ormai passato e si finisce tra i nostalgici tout court, quelli che un tempo non c’erano immigrati, un tempo sì che i treni arrivavano in orario.
Quando ci lamentiamo della scomparsa di determinate abilità, potremmo finire per rimpiangere anche le strutture sociali che le circondavano
Esempio recente di sentimento nostalgico verso il lavoro qualificato? Nel settembre 2025, il Dipartimento del Lavoro degli Stati Uniti ha pubblicato la foto di un uomo bianco con una camicia di jeans e il mento a fossetta, sullo sfondo di un cielo azzurro punteggiato da imponenti gru. Lo slogan: ” Rendiamo di nuovo l’America qualificata!”. Nella migliore delle ipotesi, l’immagine promuove il compromesso fordista del duro lavoro in cambio di un salario dignitoso. Nella peggiore, riecheggia i manifesti nazionalsocialisti che promuovono una politica di supremazia bianca, associando il lavoratore bianco al potere dello Stato.
Il dipartimento del Lavoro Usa ha pubblicato la foto di un uomo bianco, con imponenti gru sullo sfondo: “Rendiamo l’America di nuovo qualificata!”
Ma tutto questo complesso ragionamento pieno di citazioni mi impedirà domani di guardare con soddisfazione e curiosità a un’attività manuale e uno stile di vita che mi portino via dall’alienante e stressante condizione lavorativa moderna? Credo proprio di no. Perché è anche vero che la nostalgia rende ottimisti, promuove il senso di appartenenza e la fiducia nelle proprie capacità. E poi, siamo tutti portati a rievocare (anche se non otteniamo lo stesso risultato di Proust) e rievocando (al contrario di Proust) tendiamo a sottolineare le cose positive e sorvolare su quelle che non fanno tornare i conti. Poi il mondo è parecchio complicato (siamo tanti) e tutti noi cerchiamo un appiglio, un faro nel caos. E che siano ricordi degli anni Ottanta o del Medioevo poco importa. La nostalgia è ambigua. Puoi scatenare una guerra perché hai nostalgia dell’Impero sovietico ma puoi anche resistere al dittatore perché ti ricordi di quando nel villaggio ucraino le donne filavano la lana e raccontavano di storie di libertà dall’invasore.
Come se ne esce? Io sarei nostalgico del metodo scientifico, oggi in disuso. Perché la cultura e l’apprendimento vanno avanti per prove ed errori, naufragi e approdi. E’ utile avere un strumento che segnala la distanza tra i nostri sogni e la realtà, tra quello che impunemente esprimiamo convinti di aver ragione e la prova del nove con la quale mettiamo sotto pressione le nostre idee: è un grande viaggio verso Itaca. Inoltre il metodo scientifico promuove l’innovazione, che sarà pur mal vista da alcuni tecnofobici, ma è una speranza concreta per produrre più pane. Perché è chiaro che produrre più pane (e farlo migliore rispetto ai nonni) significa (simbolicamente e non) avere più tempo per occuparci delle cose umane, così complesse, così uniche e cercare un compromesso accettabile per finire il nostro viaggio in bellezza. E poi innovare il pane significa portare più pace, in città, nei boschi, nelle fabbriche, nelle officine, tra i vecchi e i giovani. Diamo una speranza agli Ulisse, sia a quelli che siamo stati sia a quelli che saremo.