Notti tempestose. Così nacque Frankenstein

Sulle rive del lago di Ginevra, nell’estate che non era un’estate, tra storie di fantasmi a lume di candela
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Caspar David Friedrich, “Seashore with Shipwreck by Moonlight”, 1830

"Ho fatto un sogno che non era proprio un sogno. Il sole splendente era ormai spento e le stelle vagavano nell’oscurità dello spazio eterno, prive di raggi e senza meta mentre la terra gelida oscillava cieca e spenta nell’aria senza luna; il mattino veniva e se ne andava senza portarsi il giorno, e gli uomini nel terrore di questa desolazione dimenticavano le passioni; mentre i loro cuori raggelavano in un’egoistica preghiera di luce”. Così inizia Darkness (Tenebre), una poesia di Lord Byron del 1816. Ma non si tratta solo della fantasia di un poeta romantico. La poesia fu scritta infatti nel corso del cosiddetto “anno senza estate”. Tutto cominciò il 10 aprile 1815 nell’isola di Sumbawa, nell’attuale Indonesia. Il vulcano Monte Tambora, all’epoca alto 4300 metri, dette vita a una spettacolare eruzione che è tuttora la più grande mai osservata da quando vi è un registro delle eruzioni. Le colonne di materiale espulse dall’eruzione superarono i 43 km, riversando nell’atmosfera cento chilometri cubi di cenere, pomice e aerosol, insieme a 60 megatonnellate di zolfo. Diecimila abitanti furono uccisi sul colpo. Gli effetti di quell’eruzione si aggiunsero a quelli di altre eruzioni precedenti. Le conseguenze in altre parti del mondo si avvertirono soprattutto l’anno successivo.
Nella parte orientale degli Stati Uniti, una sorta di nebbia coprì il cielo per lunghi periodi. Le temperature medie scesero di almeno un grado, con frequenti sbalzi termici e gelate anche in estate che causarono gravissimi danni alle coltivazioni. Nel settembre di quell’anno Thomas Jefferson, che si era ritirato nella propria villa di Monticello, scrisse all’amico e collaboratore Albert Gallatin, ambasciatore a Parigi: “Abbiamo avuto l’anno più straordinariamente freddo e siccitoso della storia d’America”. Jefferson stesso subì consistenti danni alle proprie coltivazioni che lo costrinsero a contrarre numerosi debiti. Molti fiumi non erano navigabili. Ci fu neve in New England e nel Vermont. I prezzi della farina salirono alle stelle. Alcune famiglie furono spinte a trasferirsi verso il Midwest.
In Europa, la primavera fu estremamente tardiva, e l’estate fu la più fredda mai registrata. Ma a differenza del Nord America il problema principale non fu la siccità, ma al contrario l’abbondanza di pioggia. Ci furono nevicate a giugno e a fine agosto. Quasi ovunque la vendemmia produsse vini “imbevibili”; il pane era umido e colloso. In molte aree d’Europa vi furono problemi di carestia dovuti anche alla difficoltà di trasportare le merci lungo i fiumi a causa delle inondazioni. Vi furono epidemie di tifo e di altre malattie. La scarsità di cibo e di foraggio indusse a macellare in enorme quantità i maiali, e in numerose aree ci si ridusse a mangiare gatti e muschio. La Svizzera, dove la mortalità crebbe del 50 per cento, fu tra le aree più colpite. “E’ terrificante” scrisse un prete di Glarus “vedere questi scheletri ambulanti divorare con tanta avidità i cibi più ripugnanti: le carcasse del bestiame, le ortiche puzzolenti, e guardarli litigare con gli animali per gli avanzi”. Furono fatte varie congetture sulle possibili cause di quella stagione così anomala. Una riguardava la presenza di macchie solari, visibili anche a occhio nudo in vari periodi dell’estate. Altri puntarono il dito sulla perdurante presenza di vaste masse di ghiaccio nei laghi e nella parte settentrionale dell’Atlantico. Una terza spiegazione si appuntava su anomalie di carattere elettrico nell’atmosfera, giungendo perfino a incolpare “i parafulmini di Benjamin Franklin per aver perturbato il flusso naturale dell’elettricità”. Furono chiamati in causa anche l’influsso lunare e la crescente deforestazione.
Nel 1816 in Europa l’estate fu la più fredda mai registrata. Nevicò a giugno e fine agosto, ci furono carestie ed epidemie. La vendemmia fu un disastro
Oggi le spiegazioni più accreditate si concentrano sul ruolo della grande eruzione del Monte Tambora e di altre esplosioni vulcaniche, forse in congiunzione con altri fattori. Una spiegazione che trova riscontro in numerosi commenti dell’epoca che fanno riferimento a una fitta foschia persistente che oscurava spesso i raggi solari e a un’aria polverosa e irrespirabile. Alcuni dipinti di Caspar David Friedrich e Joseph William Turner, realizzati in quel periodo, paiono rievocare quei cieli cupi o attraversati da striature luminose.
Le difficoltà di quella stagione cupa ispirarono anche una singolare invenzione nel campo dei trasporti. Il barone e inventore tedesco Karl Drais era abituato a spostarsi su carrozze a cavallo nel Baden, ma la carenza di cibo aveva decimato gli animali, stremati dalla fame, costringendo spesso i proprietari a macellarli. Drais sviluppò così quello che è considerato il primo veicolo a due ruote per trasporto personale: una sorta di pionieristica bicicletta senza pedali che si spingeva con i piedi e sterzava manovrando la ruota anteriore che battezzò Laufmaschine, “macchina da corsa”. Drais poté sperimentare per la prima volta la propria invenzione nel giugno dell’anno successivo, quando partì dalla sua casa di Mannheim per un giro nei dintorni, percorrendo circa sette chilometri in un’ora. Un mese dopo annunciò pubblicamente che sarebbe andato in meno di quattro ore da Mannheim a Kehl, percorrendo oltre settanta chilometri, risultato confermato dalla polizia locale. Drais vedeva nella propria invenzione un mezzo di trasporto efficiente ed economico rispetto ai mezzi trainati da cavalli ma si scontrò con notevoli difficoltà: strade inadeguate, suole delle scarpe consumate, cadute. Ci sarebbero voluti ancora settant’anni per i primi modelli di bicicletta. Oggi una versione della cosiddetta “draisina” è tornata ad essere utilizzata come mezzo per insegnare ai bambini ad andare in bicicletta.
Ma l’invenzione più importante e influente di quell’estate fu sicuramente in ambito letterario. Per raccontarla dobbiamo tornare a Byron e alla Svizzera. Nella primavera del 1816, Lord Byron viveva un periodo estremamente difficile: era sommerso dai debiti e ancora afflitto dalla fine del proprio matrimonio. Per sfuggire ai creditori, partì in carrozza verso la Svizzera con il proprio medico e amico John Polidori. Il viaggio fu lento e travagliato a causa di numerosi guasti della carrozza. All’arrivo, i due trovarono ad attenderli altri tre viaggiatori inglesi. Il primo era il poeta Percy Bysshe Shelley, anch’egli in fuga da problemi finanziari e familiari. Shelley aveva abbandonato due anni prima la moglie e la figlia per fuggire con la sedicenne Mary Wollstonecraft Godwin. Dalla loro relazione era nata una bambina morta precocemente, e poi un maschio, William. I tre partirono con la sorellastra di lei, la diciottenne Claire Clairmont. Quest’ultima aspettava un bambino in seguito a una relazione con Byron, e aveva convinto Shelley e Godwin a portarla con loro, nella speranza di rivederlo. I due gruppi si incontrarono sulle rive del Lago di Ginevra. Shelley si stabilì a Maison Chapuis a Cologny, mentre Byron e Polidori presero in affitto l’elegante Villa Diodati. In quella primavera, che sarebbe presto sfociata in un’estate senza estate, quella singolare comitiva condivise alcune escursioni sul lago e verso le montagne, dove ebbero modo di constatare le conseguenze nefaste delle perturbazioni climatiche. “[I bambini] apparivano straordinariamente deformi e malati. La maggior parte di loro era storta e con la gola ingrossata”. Ma le condizioni meteorologiche avverse li costrinsero perlopiù a rimanere in casa a discutere, tra l’altro, degli ultimi sviluppi in campo filosofico e scientifico. In alcune serate si unì a loro anche lo scrittore Matthew Lewis, autore del tanto fortunato quanto scandaloso romanzo gotico Il monaco (1796).
Il soggiorno svizzero di Byron, Shelley e la sedicenne Mary Wollstonecraft Godwin. Il tempo avverso li costrinse in casa
Il primo giugno 1816, Mary scrisse in una lettera a Fanny Imlay: “Una pioggia quasi incessante ci costringe per lo più a restare in casa. Una notte godemmo di una tempesta più spettacolare di qualsiasi altra avessi mai visto. Il lago si illuminò – i pini del Giura divennero visibili, e tutta la scena fu rischiarata per un istante, quando subito dopo sopraggiunse un’oscurità nerissima, e il tuono scoppiò in terrificanti fragori sopra le nostre teste, in mezzo a quella tenebra”. Fu Byron, il 16 giugno 1816, a suggerire una singolare sfida per tenersi impegnati in quelle difficili condizioni: scrivere la storia di fantasmi più spaventosa che si potesse immaginare. Byron abbozzò, senza terminarla, una storia di vampiri. Polidori ne trasse ispirazione per un racconto intitolato The Vampyre (pubblicato nel 1819), il cui protagonista aristocratico ha più di una somiglianza con lo stesso Byron (tanto che fu attribuito a quest’ultimo). Il racconto è considerato il primo esempio di prosa sul tema dei vampiri, che anticipa di quasi un secolo il ben più celebre Dracula di Bram Stoker (1897). Byron scrisse anche alcune poesie, tra cui la già citata Darkness.
Fu Byron, il 16 giugno 1816, a suggerire una singolare sfida: scrivere la storia di fantasmi più spaventosa che si potesse immaginare
Mary Godwin inizialmente sottovalutò la sfida di Byron. Ma due giorni dopo, nel mezzo di un’altra notte tempestosa, si ritrovarono tutti insieme a leggere versi di Coleridge a lume di candela. Fu quella notte, secondo alcuni resoconti, che Mary concepì l’idea centrale per il proprio racconto.
E’ un violento temporale infatti a segnare la svolta nella vita di Victor Frankenstein. “Quando avevo circa quindici anni assistemmo a un violentissimo e terribile temporale. Proveniva da dietro le montagne del Giura, e il tuono scoppiò subito con uno spaventoso fragore da varie parti del cielo. Finché durò il temporale, io rimasi a guardarlo con curiosità e piacere. Mentre stavo sulla porta, vidi all’improvviso una corrente di fuoco fuoriuscire da una vecchia e bellissima quercia che si trovava a circa venti iarde da casa nostra e, non appena la luce abbagliante svanì, la quercia era sparita, rimaneva solo un troncone secco. Quando il giorno dopo andammo a vedere, trovammo l’albero distrutto in modo singolare. Non era stato fatto a pezzi dal colpo, ma era interamente ridotto in pezzi di legno. Non avevo mai visto niente così completamente distrutto. Prima di questo fatto io non ero all’oscuro delle più ovvie leggi dell’elettricità. In questa occasione era con noi un uomo di grandi studi in filosofia naturale che, eccitato da questa catastrofe, si addentrò nella spiegazione di una teoria sull’elettricità e sul galvanismo, che era per me nuova e sorprendente”. Nasce così “nell’energia magnifica e nella rapidità della tempesta” (così dirà in seguito Percy Shelley) il “moderno Prometeo”, quello che è stato definito “l’anti-supereroe della modernità”, il genio scientifico che porta alla vita un terrificante mostro.
“Nell’energia magnifica e nella rapidità della tempesta” nacque il “moderno Prometeo”, il genio scientifico che dà vita al mostro
Anche se l’eco del soggiorno svizzero del 1816 ricorre in vari passaggi, Mary Shelley scrisse gran parte del romanzo una volta rientrata in Inghilterra, a Bath, e dopo aver sposato il poeta la cui moglie si era tolta la vita. Il giorno di capodanno del 1818 Frankenstein; or, The Modern Prometheus, fu pubblicato anonimamente in cinquecento copie, stampato da un editore londinese su carta a buon mercato, con una prefazione di Percy Shelley e una dedica al padre di Mary, William Godwin (di qui l’equivoco che fosse il poeta il reale autore). Solo quattro anni dopo, quando il romanzo aveva già conosciuto un certo successo e una prima versione teatrale, l’autrice si decise a pubblicare una nuova versione con il proprio nome. Nel 1831, nella terza edizione, citò tra le fonti di ispirazione, oltre alle serate e le discussioni durante il soggiorno svizzero, la propria infanzia in Scozia, le teorie del galvanismo, gli esperimenti di Erasmus Darwin (nonno del più celebre Charles) e alcuni incubi che l’avevano tormentata.
Frankenstein arrivò anche al cinema nel 1910, in una pionieristica pellicola prodotta da Thomas Edison. Ma fu il film di grande successo di James Whale del 1931 con Boris Karloff a consacrare definitivamente la creatura di Frankenstein come una delle icone della cultura popolare, sancendo altresì lo slittamento del nome dallo scienziato alla sua creazione. Indimenticabile anche la parodia di Mel Brooks del 1974, Young Frankenstein (Frankenstein Jr.).
Non finì bene, non poteva finire bene, per i protagonisti di quell’estate maledetta. Polidori si suicidò nel 1821; Percy Shelley annegò l’anno dopo; Byron morì dopo una forte febbre nel 1824. Dei quattro figli di Mary Shelley, solo uno sopravvisse. L’autrice di Frankenstein morì nel 1851 a cinquantatre anni. Nell’introduzione al romanzo del 1831, ricordando anche quelle settimane del 1816, scrisse: “E ora, ancora una volta, congedo la mia mostruosa progenie, augurandole di andare nel mondo e prosperare. Nutro per essa un profondo affetto, poiché fu generata nei giorni felici, quando morte e dolore erano soltanto parole che non trovavano alcuna vera eco nel mio cuore. Le sue pagine mi riportano alla memoria tante passeggiate, tante gite in carrozza e tante conversazioni, quando non ero sola”.