Un mondo in cui Dio è irrilevante

Nella drammatica solitudine dell’occidente secolarizzato ci si è illusi di poter farne a meno. Ma la limitatezza della vita pone sempre il problema del senso, dal quale è impossibile fuggire. Dialogo con il cardinale Robert Sarah

1 AGO 26
Ultimo aggiornamento: 09:43
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Il cardinale Robert Sarah

Sulla copertina del suo ultimo libro uscito in Francia, sotto al titolo 2050 c’è una domanda: “Tra venticinque anni, la Chiesa sarà ancora un faro o l’eco lontana di una voce dimenticata?”. Interrogativo, quello che si pone il cardinale Robert Sarah, drammatico, che dovrebbe togliere il sonno ai vescovi d’ogni parte del globo, altro che riunioni e conversazioni ai tavoli sinodali sul narcotraffico e la delinquenza minorile. Eppure, pare che il tema sia tabù: si va avanti come se nulla fosse, si studiano piani diocesani e s’approntano campagne per raggiungere i lontani. Con risultati, di solito, scarsi. “Quella in copertina è appunto una domanda, non un’affermazione, né un auspicio”, dice Sarah in una questa conversazione con il Foglio: “Certamente la Chiesa, almeno in occidente, è in un tempo di grande difficoltà, perfino di confusione, sia a livello dottrinale, sia a livello morale e disciplinare. L’intreccio tra cultura e fede non è mai irrilevante, anzi spesso condiziona la trasmissione della fede in modo determinante. Penso sia fuori di dubbio il fatto che non si possa più affidare alla cultura la trasmissione della fede, ma essa può essere consegnata alle nuove generazioni unicamente attraverso esperienze e testimonianze significative, che pongano al centro la preghiera, il silenzio, la liturgia ben celebrata, una fondamentale fedeltà al Vangelo e perciò una rinnovata umanità, e un modo più umano di vivere le relazioni. Sono queste le comunità a cui Benedetto XVI faceva riferimento, e delle quali vediamo già sorgere l’alba. La Chiesa, nei secoli, ha attraversato tante tempeste, ma non dobbiamo mai dimenticare che essa è divina, e dunque non verrà mai meno. Sì, la Chiesa sarà sempre un faro, perché essa è il Corpo mistico di Cristo. e Cristo è la Luce”.
Eppure, e nel volume c’è scritto in modo chiaro, il discorso dominante si è concentrato esclusivamente su altre questioni: dal cambiamento climatico all’ecologia, dalle migrazioni al dialogo culturale. Temi sui quali non c’è una critica a priori: lo stesso porporato li definisce importanti. Il problema, si sottolinea nel volume, insorge quando tali questioni mettono in disparte la centralità di Dio. Ma perché è accaduto ciò? Perché nelle omelie si sente parlare sempre più spesso di emergenza climatica anziché dei temi profondi della nostra fede? “Da un lato, come dicevo, la cultura dominante ha permeato anche gli ambienti ecclesiali, e perfino i predicatori non sono immuni da tale influenza. Dall’altro, può esserci la tentazione di dover a tutti i costi risultare graditi, accettabili dall’uditorio, e quindi cedere a quegli argomenti che pagano essendo più di moda. La conseguenza è una predicazione banale, del tutto irrilevante, che non incontra i profondi desideri dell’uomo. L’uomo, anche l’uomo contemporaneo, ha assolutamente bisogno di Dio, di sentir parlare del Vangelo, della vita eterna, della spiritualità. Non è mai lecito ridurre il Vangelo a temi sociali e orizzontali, per quanto rilevanti, perché è un venir meno alla stessa volontà di Cristo, che ci ha mandati a predicare la salvezza eterna, e non la redenzione sociale”.
Quel che il cardinale Sarah dice, e non da oggi, è evidente in occidente e – restringendo ancor di più il campo – in Europa. Quando si conversa con qualche vescovo o sacerdote del Vecchio continente, dei paesi che ne costituiscono il cuore, si percepisce che il problema non è più l’ateismo, che presupponeva comunque un dibattito – più o meno approfondito – sull’esistenza di Dio. No, la questione è divenuta un’altra: Dio non è un fatto. Non ci si pone più il problema della sua presenza nella vita di ciascuno e nella società. Secondo il cardinale Sarah, che nel 2024 mandava in stampa Dio esiste? (Cantagalli), “si può riconoscere che in occidente, culturalmente, molti vivono come se Dio non esistesse. Dio non è più il centro delle preoccupazioni della gente, non ne abbiamo bisogno. C’è una irrilevanza del tema di Dio, anche se non c’è una irrilevanza del tema religioso, perché l’uomo è naturalmente religioso, e il senso religioso umano appartiene alla struttura antropologica dell’uomo ed ha comunque una rilevanza universale. Probabilmente, in occidente prevale un’idea distorta di Dio, che confligge con la libertà intesa come autonomia radicale. L’illusione del dominio attraverso la tecnoscienza favorisce questa posizione dell’uomo nei confronti del creato e del creatore. Ma è un’illusione, poiché la limitatezza della vita pone sempre il problema del senso nel quale è impossibile fuggire. E’ necessario avere il coraggio di proporre con forza Cristo come unica fonte per conoscere davvero l’uomo, il suo destino, il suo senso profondo. Ciò anche attraverso esperienze di fede comunitarie, che facciano sentire le persone appartenenti ad una realtà, vincendo la drammatica solitudine dell’occidente secolarizzato. La questione è ancora e sempre antropologica: chi è l’uomo, che senso ha la sua vita, quali relazioni davvero ne appagano il profondo bisogno di amore. Quell’amore che è Dio stesso”.
Tante volte si contrappone, al torpore dell’Europa secolarizzata – anche se ci sono isole felici, come la Norvegia di mons. Erik Varden, o il numero record di battesimi in Francia – la vivacità della Chiesa in Africa. Non c’è però il rischio di enfatizzare la grande espressione di fede africana senza tener conto dei rischi di una fede “giovane”, come già molti anni fa metteva in luce Benedetto XVI? Papa Ratzinger parlò dell’Africa come di un “immenso polmone spirituale” ma aggiunse che i polmoni si possono ammalare. “Certamente – risponde il cardinale Robert Sarah, guineano – l’Africa è un polmone spirituale; di più, come diceva Papa Paolo VI: nova patria Christi, la nuova patria di Cristo è l’Africa. Questo si può dire sia, ovviamente, a livello demografico, sia perché il cristianesimo è in continua espansione. Ma, come tutte le realtà giovani, è fragile, ha bisogno di sostegno e l’Europa, nella sua lunga esperienza teologica, liturgica e monastica, nella sua migliore espressione, culturale, di fede e plurisecolare, può ancora offrire questo sostegno. Talvolta i sacerdoti africani che vengono a studiare in Europa, non recepiscono tutta la grandezza e la forza della bimillenaria fede cristiana, perché anche l’Europa è fragile, distratta, incapace di trasmettere la propria profonda identità. Penso che possa esserci una reciprocità tra Africa ed Europa: l’Africa con il suo apporto di fede giovane, fresca, entusiasta, spalancata al martirio, e l’Europa con la sua forza bimillenaria di santità e dottrina. Un equilibrio difficile, ma non impossibile”.
E quando si parla di Africa, non si può non parlare della persecuzione dei cristiani, benché il tema non scaldi più di tanto chi organizza le scalette dei dibattiti televisivi alle nostre latitudini. Papa Francesco diceva che i perseguitati erano “più ora che nei primi secoli della Chiesa”. Spesso, invece, si tende a dire che non c’è una persecuzione, ma che si tratta solo di scontri per il controllo delle risorse naturali. E, spostandosi in oriente, non è che in Cina la situazione sia migliore. “Il dramma della persecuzione non è casuale nel cristianesimo, ma appartiene alla stessa identità cristiana. Cristo stesso è stato perseguitato ed è morto in croce per noi, dunque potremmo dire che la struttura martirologica è essenziale per il cristianesimo; non c’è Cristianesimo senza martirio. Se in alcune parti del mondo, per un certo tempo, non si fa l’esperienza della persecuzione, il rischio è che la fede diventi tiepida, nonchalant, incapace di reale testimonianza. Ciò premesso, è del tutto evidente che l’informazione è selettiva: soprattutto laddove la persecuzione avviene in paesi in via di sviluppo, non si tiene per nulla in considerazione il valore di quelle vite, e spesso i media occidentali ignorano del tutto il fenomeno. Penso che l’Europa abbia terribilmente paura di riconoscere che è in atto una persecuzione anticristiana, e spesso, più in generale, antireligiosa. Ma la persecuzione è più crudele in Europa. La fede è marginalizzata, i valori morali e cristiani combattuti. L’occidente ha ucciso Dio, o meglio, lo ha disprezzato, anzi combattuto apertamente. Ammetterlo significherebbe assumere posizioni conseguenti, cosa che l’Europa, probabilmente, non ha la forza di fare. Eppure i cristiani vanno protetti, soprattutto laddove sono minoranza, come tutte le minoranze. Il tema della Cina è molto complesso, e c’è da sperare che l’accordo segreto sia solo per favorire l’evangelizzazione, e non per scendere a compromessi con un governo che di fatto è costitutivamente antireligioso”.
L’accordo con la Cina è uno dei punti qualificanti il pontificato di Francesco che, comunque lo si guardi e lo si valuti, è stato divisivo, anche nel dibattito “laico”. Nelle congregazioni generali che hanno preceduto il Conclave era evidente la ricerca di unità. Come si può aiutare, in questa opera, un Papa come Leone che dell’unità ha fatto un motto e uno stile di governo? “Il primo modo per aiutare il Papa è sostenerlo quotidianamente con la nostra preghiera, perché si lasci illuminare davvero dallo Spirito Santo, non seguendo il proprio pensiero personale o lasciandosi condizionare da un gruppo di persone, ma ascoltando ciò che Dio dice alla sua Chiesa. Certamente Papa Leone, in questo primo anno di pontificato, ha mostrato grande equilibrio, grande capacità di ascolto, concreta volontà di ricucire anche quelle tensioni che si erano create. La sua prudenza, la sua pacatezza e la sua simpatia umana ci sostengono nel ritenere che si possa davvero camminare in questa direzione. Possiamo inoltre aiutarlo nel discernimento, presentando a lui le differenti situazioni della Chiesa e del mondo, offrendo possibili prospettive di soluzione ma soprattutto offrendogli quanti più elementi possibili per poter fare un’attenta valutazione ed assumere le conseguenti decisioni. Sono persuaso che il santo padre Leone sappia benissimo quale sia la meta, e stia cercando, anche con l’aiuto dei Cardinali, le strade maggiormente percorribili per poterla raggiungere. Ringraziamo il Signore per il dono di Papa Leone”.
Parlare di unità quando si pensa alla questione liturgica appare complicato. E’ un tema divisivo, ci sono due fronti contrapposti. Da una parte chi rivendica l’uso del vetus ordo come si trattasse di una conquista, dall’altra una realtà ideologica che quasi ritiene questi cattolici una “setta” da estinguere. Il Papa ha detto di voler capire bene la situazione, di confrontarsi e di parlare con tutti. Secondo il cardinale Robert Sarah, “è un dramma, anzi un vero e proprio peccato, che su un tema essenziale come la liturgia ci sia una sorta di guerra. La liturgia è la fonte della comunione della Chiesa e non è pensabile che su temi liturgici, anzi direi rituali, ci sia una tale contrapposizione e opposizioni tanto feroci. Nessuno ha autorità sui riti, che nascono dalla storia plurisecolare della Chiesa. I riti non possono essere arbitrariamente aboliti, e nessuno può dire che un rito non esiste più, da un giorno all’altro. Penso che si debba prendere in seria considerazione il tema, recuperando la posizione equilibrata, pastorale, e teologicamente fondata di Benedetto XVI, che permise ad entrambe le forme del rito latino di vivere, di contaminarsi, di essere conosciute dal popolo santo di Dio che, nei decenni, potrà scegliere quale forma corrisponde maggiormente al proprio bisogno di fede, silenzio, spiritualità. Alcuni eccessi di chi è legato alla forma straordinaria sono, in parte, giustificati dai drammatici e diffusi abusi della liturgia della forma ordinaria, che, ad oggi, non è spesso celebrata come il Concilio avrebbe voluto e come la stessa riforma liturgica suggerisce. La liturgia non è proprietà del celebrante, chiunque esso sia, sacerdote, vescovo o cardinale. La liturgia è di Dio, in essa si entra e nessuno ne è padrone”. Forse, però, il problema è ancor più profondo. Guardiamo la qualità delle omelie, spesso poco preparate e raramente capaci di lasciare qualcosa nel cuore e nella mente dei fedeli. Per non parlare delle celebrazioni, con i richiami al trascendente sovente ridotti a parentesi. Che fare? “In parte ho già risposto. La chiave è la formazione liturgica, la formazione, e ancora la formazione. Sia dei vescovi, sia sacerdoti, sia dei laici. Il recupero del senso del sacro, in una società secolarizzata che ha espulso Dio, può avvenire soltanto attraverso l’annuncio della verità, la catechesi convinta e costante, e concrete esperienze di silenzio e spiritualità all’interno della celebrazione liturgica. Il rispetto dovuto a Dio e l’umiltà della propria persona sono elementi fondamentali per recuperare il senso del sacro e la fedeltà alla celebrazione così come la Chiesa la vuole. Del resto, nessuno si permetterebbe di entrare nella Cappella Sistina e correggere il giudizio universale di Michelangelo. Ecco, il messale è molto più importante e molto più antico e molto più vincolante del Giudizio universale di Michelangelo, e dunque nessuno può correggere, togliere, aggiungere o modificare nulla del rito così come la Chiesa lo presenta ai fedeli. E i fedeli hanno il sacrosanto diritto di partecipare a sante messe celebrate come la Chiesa vuole, e non secondo l’arbitrio o il capriccio del singolo sacerdote”.