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Cercare di sopravvivere a questa invincibile estate
Ossessioni e perversioni di una stagione intollerabile, in cui diventiamo tutti più banali. Ogni anno ripetersi: “E’ l’ultima che passo in città”, e poi restare imprigionati. Ma ora è davvero tempo di partire per Itaca
25 LUG 26

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Ogni anno giuro che non passerò mai più un solo giorno di estate in città. Lo annuncio, grido, minaccio, dico vi faccio vedere io, nessuno risponde, nessuno si incuriosisce, nessuno si spaventa. Ogni anno passo quasi tutta l’estate in città. Ogni anno dico anche: mai più senza aria condizionata, vi faccio vedere io. Ogni anno l’aria condizionata funziona per dieci minuti, poi si rompe e non funziona più, fino a ottobre quando non serve.
Non avrei voluto chiamare in causa l’Odissea, sovrastimolata di citazioni, ma la mia aria condizionata è da dieci anni come la tela di Penelope, nonostante io sia disposta a supplicare di sposarmi il primo che la aggiusta. Intanto però il tempo passa, le estati si accavallano anche nei ricordi, sulle isole ci va soltanto Ulisse con i suoi amici, dei veri porci, e io resto qui a tessere la mia tela, fatta di rabbia e di due ventilatori, di finestre chiuse la mattina molto presto e riaperte solo la sera molto tardi, con circospezione. Dopo avere calcolato la differenza fra la temperatura esterna e quella interna. Mi rendo conto di essere imprigionata in un’ossessione di notevole banalità: parlare del caldo, dire: non è tanto il caldo quanto l’umidità; dire: potrei cuocere le uova sul davanzale della finestra; dire: refolo – mi vergogno ma è vero – e poi controllare sul telefono le previsioni del tempo e confrontare fra loro le app sul caldo, mandare a tutti il video del cinghiale che a Cinecittà si rinfresca sotto una fontanella, ma anche del mio idolo, il sindaco di Roma Roberto Gualtieri, che parla di rifugi climatici e offre i cinema gratis nelle ore più calde. Ci andrei sindaco, ci andrei di corsa, ma non ho il coraggio di uscire di casa nelle ore più calde, e non posso mollare neanche per un attimo il presidio dei due ventilatori.
La mia aria condizionata è da dieci anni come la tela di Penelope, nonostante io sia disposta a supplicare di sposarmi il primo che la aggiusta
Il presidio dei due ventilatori è molto importante per non soffocare, vanno incrociati tra loro come raggi laser, lo scopo è creare una specie di corrente casalinga e trovare l’esatta posizione per lavorare in favore di corrente. Purtroppo non si può stare nudi se ci sono le riunioni video su zoom, e ieri mi è stato chiesto da circa quindici persone indispettite di fare qualcosa per il terribile rumore che proveniva dal mio microfono e che stava rovinando l’appuntamento, il lavoro, il futuro del paese. Quale rumore? Ah oddio, i ventilatori, scusate. Mi sono alzata per spegnere i ventilatori, fierissima di essere vestita per intero e non soltanto per metà corpo, ma dopo dieci minuti ho chiesto, per pietà, di abbandonare la riunione: vedevo tutto sfocato, mi sembrava di avere addosso una pelliccia di orso e sentivo qualcosa di rovente che attraversava le finestre chiuse e arrivava fino alla fronte, la trapassava, si infilava nel cervello rendendolo inutilizzabile. Poi devo dire che non sopporto vedere gente abbronzata e collegata dal mare, con la brezza che muove dolcemente i capelli, con l’impossibilità di immedesimarsi nel mio disagio. Del resto, se io in questo momento mi trovassi in montagna, con un golf sulle spalle, mi dimenticherei per sempre di questa sensazione di caldo allucinante: andare al fresco è come masticare il fiore di loto, rende insensibili a tutto il resto, cancella la memoria: non ho mai avuto caldo, non ho mai avuto figli, non so che cos’è il tempo, lo spazio, casa mia, non so che cosa significa l’espressione: caldo record.
Andare al fresco è come masticare il fiore di loto, rende insensibili, cancella la memoria: non ho mai avuto caldo, non so cosa sono il tempo e lo spazio
Invece, poiché passo il tempo a escogitare stratagemmi, preciso che è vietato far bollire l’acqua per la pasta, e in generale è vietato cucinare, è vietato passare del tempo in bagno a truccarsi perché la temperatura salirà presto a cinquantadue gradi sciogliendo il trucco – il bagno è in assoluto il posto più caldo della casa –, è vietato anche vestirsi in anticipo di mezz’ora sull’uscita, è vietato lasciare i cioccolatini fuori dal frigorifero, ma non dovrei nemmeno dirlo. Sconsigliato anche accendere il gas sotto la moka, se proprio non si può rinunciare, preparare una moka grande prima dell’alba e conservare il caffè in frigo.
Questi però sono miserabili dettagli: molto più importante è non scambiare il vento caldo per aria fresca, e anche la luce del giorno – e del sole – per qualcosa di bello, di buono, di utile alla sopravvivenza. Quelli che dicono che la cosa più importante della vita di una donna (gli uomini non so, sinceramente non ho le forze di pensare anche a loro, mi pare un dispendio di energie che non mi verrà mai ripagato in nessun modo) è il ritmo circadiano, cioè esporsi per prima cosa al risveglio alla luce naturale, quindi al sole anche solo attraverso la finestra aperta, lo dicono perché giustamente non passano lunghe estate calde in città e pensano che aprire una finestra non sia potenzialmente letale.
L’unico modo per non trasformare un appartamento in una graticola, infatti, è chiudere non solo le finestre, ma anche le imposte prima delle otto del mattino. Facciamo le sei e trenta, è più sicuro. Lo dico perché ho la prova del contrario e sto offrendo un sistema gratuito e collaudato fondato su una penombra costante. Bisogna resistere alla tentazione di far entrare, per tutto il giorno, l’aria e la luce: non è da tutti avere questa resistenza. Ma se come me avete intorno più cemento che alberi, se avete esaurito la scorta di banalità da dire, se l’idea della grotta comunque vi affascina, allora abbandonate questo modaiolo bisogno di movimento d’aria e rassegnatevi a usare solo la luce del computer. Perderete altre diottrie, ma non la vita. Siate pronti a difendere le vostre scelte contro tutti, siate pronti a rimanere soli dentro la grotta, a sentirvi dire: sei pazza. Tanto, che differenza fa. A parte che non resterò mai più un’estate in città, questa è l’ultima lo giuro, ripeto come ogni anno.
Ma vedere l’Odissea per tre ore al fresco dell’aria condizionata (di notte) mi ha ridato speranza e fatto capire anche che ha ragione Adriana Cavarero nel suo saggio Il canto delle sirene: le sirene non cantavano per Ulisse, né per i suoi compagni affamati, né per attirare i naviganti, le sirene non cantano per nessuno se non per il loro stesso piacere. E se quelli vogliono morire, di caldo o di tentazione, sono fatti loro, è loro responsabilità.
Vedere l’Odissea per tre ore al fresco mi ha fatto capire che ha ragione Adriana Cavarero: le sirene non cantano per nessuno se non per il loro piacere
Se però Ulisse fa il furbo legato all’albero maestro, allora le Sirene, molto più furbe, si vendicano e restano in silenzio, costringendolo a fingere di aver ascoltato un canto inesistente per non fare la figura dello scemo.
Allo stesso modo, io fingo che questo caldo sia realmente insopportabile, per non fare la figura di quella che decide di stare da sola al buio chiusa dentro casa senza parlare con nessuno neanche al telefono. Ma lo so benissimo che la notte scorsa c’erano ventisei gradi, lo so che oggi si respira un po’ di più. Lo so che sono precipitata, come Ulisse, come Penelope, dentro un’ossessione. Disfo la tela, rimando le decisioni di anno in anno. Esulto per mezzo grado in meno, mi dispero se la notte il fresco tarda ad arrivare, mi nutro di banane per il potassio e non esco prima delle nove di sera. Cerco negli occhi degli altri la mia stessa disperazione, il mio stesso perverso piacere nel misurare le micro differenze climatiche (una nuvola ha per qualche ora oscurato il sole, forse domenica pioverà, domani notte la minima dovrebbe scendere di brutto, maltempo al nord), mi innervosisco se invece scopro che vivono tutti in case climatizzate, con ventuno gradi fissi, e sono indifferenti ai segni del tempo. Fatti non foste a viver come bruti, vorrei gridare, ma temo di sudare, non posso agitarmi.
Cerco negli occhi degli altri la mia stessa disperazione, il mio stesso piacere nel misurare le micro differenze climatiche
Ieri, a questo proposito, è successa una cosa molto grave: il gatto, che sa sempre quali sono gli angoli più freschi, si è infilato in modo molto sospetto nel piccolo bagno rovente che sarebbe il mio, dove entro solo per fare la doccia e poi subito scappo fuori. E’ entrato, esplorava, si infilava tra le saponette, non usciva più. A un certo punto, stremata ma impavida, ho deciso di controllare. Il gatto giocava con qualcosa. Ma che cosa? Una piccola cosa scura. La scuoteva con la zampa. Ho pensato: se è uno scarafaggio sarò costretta a scappare di casa a quest’ora, ma fa troppo caldo, mi sento morire. Mi si annebbiava la vista, questa piccola cosa scura sembrava muoversi debolmente. Ho chiamato aiuto: mio marito è arrivato, l’ho pregato pacatamente di controllare cosa fosse quella cosa scura. Lui è entrato in bagno, incurante del caldo, e mi ha rassicurato: non è niente, ha detto. Io: come non è niente, mi sembrava che si muovesse. Lui ha preso in mano quella cosa, l’ha fissata per un istante e ha fatto quello che non potrò mai perdonargli: ha finto di spaventarsi e l’ha lanciata vicino a me. Io ho urlato, nonostante il caldo, ho corso, sono saltata sul letto e ho continuato a saltare e a urlare. Lui rideva. Io piangevo. Quella cosa era una caramella alla liquirizia. Questa è l’ultima estate che io passo in città. E’ ora di partire per Itaca.
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Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. Dirige Review, la rivista mensile del Foglio. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.
