Ulisse o dell’umanità: uno, nessuno, tutti noi

La nostalgia, la curiositas e una tensione millenaria che non smette di inquietare e affascinare. Ancora oggi l'Odissea è un’opera che pone l’essere umano di fronte a sé stesso
13 LUG 26
Immagine di Ulisse o dell’umanità: uno, nessuno, tutti noi

John William Waterhouse, “Ulysses and the Sirens”, 1891

Immobile, seduto sugli scogli, con lo sguardo proteso verso il mare vasto e privo di strade. Suprema immagine di nostalgia è la prima comparsa del protagonista, che significativamente si fa attendere fino al quinto libro del poema: l’eroe che, dopo aver messo fine con la sua astuzia alla guerra di Ilio, ha vagato per anni attraverso il Mediterraneo, rivolto verso Itaca ma al contempo spinto da un’inestinguibile curiositas che l’ha indotto a esplorare ogni terra incontrata, fosse essa abitata da genti ospitali o da mostri che non temono gli dei. Ora è lì, sull’isola di Calipso – la ninfa che vorrebbe trattenerlo con sé – ma il consiglio divino decreta essere giunto il momento del ritorno. Quanto un poema risalente a quasi tre millenni fa abbia il potere di parlare al nostro tempo resta tema di profondissimo fascino; tema che si ripropone più intensamente ora che Christopher Nolan traduce l’opera omerica in un’attesissima versione cinematografica, in uscita il 16 luglio con un cast di grande pregio (per citare solo alcuni nomi, Matt Damon veste i panni del protagonista, Tom Holland quelli di Telemaco, mentre Anne Hathaway incarna Penelope e Charlize Theron è Calipso) che ci auguriamo possa mostrare una volta di più quanto i classici custodiscano ciò che nell’essere umano è immutabile, per restituirlo al presente di ogni epoca. Perché l’Odissea non è appena una storia appartenente al passato, ma un’opera che pone l’essere umano di fronte a sé stesso, svelando in ciascuna delle sue pagine un frammento di verità che trova corrispondenza nell’interiorità del lettore. Forse il fascino intramontabile del testo omerico sta nel fatto che, attraverso l’avventura di un uomo, i suoi versi sembrano voler propriamente spiegarci che cosa è l’uomo (anér, non a caso, è la prima parola dell’intero poema: “L’uomo cantami, o Musa”), mettendo davanti ai nostri occhi quell’intreccio di nostalgia e desiderio di conoscenza che sono aspetti fondamentali dell’esistenza.
Ecco dunque – dopo i quattro libri relativi a Telemaco e alla sua significativa partenza alla ricerca del padre – la prima immagine che ci viene offerta di Ulisse: non un prode guerriero colto in atteggiamento valoroso, non un eroe immortalato al vertice di qualche impresa; semplicemente, un uomo che piange: “Seduto sulla riva, con gli occhi sempre bagnati di lacrime consumava la vita sospirando il ritorno” (V, 151-153). Giunto alla fine delle sue avventure, in questa immagine degli occhi fissi sulla distesa marina Ulisse diviene emblema di una nostalgia che costituisce il fil rouge dell’intero poema. Un sentimento così radicato da non poter essere vinto nemmeno dalla seducente proposta che Calipso rivolge all’eroe: qui, anzi, si ha la manifestazione della profondità del suo desiderio, non appagato neanche dalla prospettiva dell’immortalità che lei gli offre. A che cosa aspira dunque il cuore di questo anér che rifiuta la possibilità di un tempo senza limiti su una splendida isola in compagnia della ninfa immortale? Le parole di Ulisse risuonano attraverso i secoli come esempio di lealtà verso sé stessi: “So bene anch’io che la saggia Penelope è a te inferiore nell’aspetto, nella figura: lei è mortale, tu immortale e sempre giovane. Ma anche così io desidero e bramo tornare a casa e vedere il dì del ritorno” (V, 215-220). E’ suggestivo, in fondo, il fatto che per coniare il termine desiderio gli antichi abbiano voluto riferirsi alla vastità del cielo stellato (sidera), quel firmamento – libero dalle luci artificiali che oggi non di rado lo nascondono – verso cui gli antichi navigatori mantenevano lo sguardo per non perdere la rotta, la destinazione. Cioè il destino.
Telemaco, si diceva. Uno sguardo più profondo alla figura del figlio di Ulisse fa intuire quanto sarebbe opportuno portare sistematicamente queste pagine nelle scuole, proporle a quegli adolescenti di cui il giovane principe di Itaca è meravigliosa rappresentazione. Era un neonato quando il padre partiva per la guerra e ora, pur giunto alla maturità, non riesce a contrastare l’alterigia dei pretendenti che, arroganti e superbi, invadono la sua casa, consumano i beni dell’eroe lontano, premono sull’animo di Penelope affinché abbandoni le ultime speranze e scelga un nuovo marito. E’ Atena ad accendere nel giovane la scintilla della responsabilità (e “le parole di lei – nota Werner Jaeger – gli dicono invero le stesse cose che la voce del suo cuore gli suggerisce”): “Non devi più avere i modi di un bimbo, perché ormai non sei tale” (I, 296-297). Dietro l’obiettivo di cercare notizie del padre il viaggio a cui Telemaco è spronato custodisce – nella grande metafora del prendere il largo – un altro scopo, cioè la maturazione stessa del giovane: cercare il padre coincide con il trovare sé stesso.
Sorprende, nei viaggi di Telemaco e in tanti altri passi, il rilievo dato all’ospitalità, l’attenzione che il padrone di casa mostra nei confronti dell’ospite (un’inclinazione che, come ha notato Maria Grazia Ciani, le regioni della Magna Grecia hanno pienamente ereditato), la prontezza insomma con cui il padrone di casa accoglie il viandante: pare che Omero ci inviti ad accorgerci che il viaggiatore – che pure necessita di cibo, di vesti pulite, di un letto – non è l’unico ad essere bisognoso; nelle necessità del viandante sembra riflettersi il bisogno del padrone di casa, che riconosce lui pure una radicale mancanza (“Non sono lieto a regnare su questi tesori”, confida infatti Menelao) e forse proprio per questo è costantemente pronto ad accogliere la novità che arriva alla sua porta. Questo continuo elogio dell’accoglienza si evidenzia per contrasto nel celebre episodio del ciclope Polifemo, il quale rappresenta l’opposto simmetrico dell’ospitalità, l’arroganza e la hybris di chi basta a sé stesso e perciò non merita alcun incontro con l’altro: non per caso Polifemo, nel domandare il nome del suo prigioniero, sentirà rispondere che Nessuno è di fronte a lui. La perdita dell’assonanza in greco (Odysseús, Outis) che in traduzione non percepiamo, non impedisce di cogliere i frutti dell’astuzia di Ulisse quando il mostruoso gigante chiama in aiuto gli altri ciclopi con parole che risultano ambigue: “Nessuno, amici, mi uccide ingannandomi” (IX, 408). Più volte invero, nel corso dell’opera, Odisseo rischia di perdere la sua identità, dimenticando la sua missione (di diventare davvero, si potrebbe dire, quel Nessuno) ma poi la sua nostalgia torna ad imporsi, a richiamarlo verso sé stesso e la sua missione. Non di rado ciò avviene mediante le lacrime, che a ben vedere sono anche l’occasione del lungo racconto con cui Ulisse, accolto nella dimora del re grazie alla dolcissima Nausicaa, intrattiene per un’intera notte i feaci, intessendo in prima persona, quasi cantore delle sue stesse avventure, la descrizione del ritorno in un grandioso flashback narrativo.
“Molti dolori patì nell’animo suo / per acquistare a sé la vita e il ritorno ai compagni” (I, 4-5). Il passo, collocato tra i primissimi versi, rimane enigmatico: ai compagni – sembra dirci Omero – basta il ritorno, mentre ciò che c’è in gioco per Ulisse è ben altro: trovare la vita. Ecco così la lunga serie di avventure: già nella sosta presso i Lotofagi emergono temi decisivi quali la dimenticanza (chi assaggia il fiore del loto perde coscienza di sé e della propria meta) e anche l’amicizia, in quanto Ulisse porta via a forza i suoi compagni, ricorda loro – come essi a loro volta faranno nell’isola di Circe – che la missione è tornare alla casa dei padri. Tra le prime avventure narrate vi è quella presso i ciclopi: è con un arroventato tronco d’olivo, albero che costantemente ritorna nel poema, che Ulisse priva il terribile gigante della vista, così che questi liberi l’ingresso dell’antro dal macigno che preclude ai fuggiaschi la via verso il mare. Così accade che l’eroe attiri a sé l’ira di Poseidone e nella seguente sosta nella terra dei Lestrigoni perda tutte le navi giungendo con il suo solo equipaggio alla dimora di Circe. Non meno suggestiva è la vicenda nell’isola eolia, dove il dono ospitale che il dio offre all’eroe per assicurargli una navigazione propizia è un otre che imprigiona i venti, dando occasione ai compagni di Ulisse, che colpevolmente lo aprono, di mostrarci che la curiosità ha un duplice volto e può essere la premessa di grandi imprese ma anche di grandi sconfitte. E poi il viaggio nell’Ade, lo struggente dialogo con la madre e la misteriosa profezia, su cui torneremo, dell’indovino Tiresia. Pagine celebri e straordinarie, seguite poi dal passaggio tra Scilla e Cariddi e da quello presso le terribili sirene: Ulisse non vuole sottrarre alla sua sete di conoscenza il loro rinomato, irresistibile canto ed esse – il dettaglio non deve sfuggire – per sedurlo fanno leva su ciò che più gli appartiene, cioè il desiderio di conoscenza: “Qui, presto, vieni, glorioso Odisseo (…). Nessuno mai si allontana di qui (…) se prima non sente (…) dal labbro nostro la voce; poi pieno di gioia riparte, conoscendo più cose” (XII, 184-188). Ancora una volta, l’amicizia: quella che porta i compagni a disobbedire al comando di slegarlo dalle funi che lo trattengono e anzi – gli antichi sapevano che l’amico è colui che tiene l’altro legato al destino – a stringerlo ulteriormente all’albero della nave.
Tra le soste che compongono l’articolato itinerario di Ulisse quella della discesa nel regno degli inferi – l’incontro inatteso con la madre Anticlea, cui il dolore per l’attesa del figlio ha sottratto la vita – è probabilmente la più suggestiva e il tentativo di un abbraccio tra i due (fallito, in quanto lei è solo ombra) è forse il passo più commovente dell’intero poema. Ella si sottrae al suo sguardo, eppure continua ad essergli madre: “Ma volgiti in fretta alla luce”. Come dire: ritorna alle persone che attendono il tuo affetto, non è questo il luogo per te. Il riferimento, naturalmente, è a Penelope. Da vent’anni lei lo attende e sembra quasi che la presenza di lui sia ancora più forte ora che è assente. La dolorosa lontananza tra i due diviene archetipo della distanza incolmabile che in fondo accompagna ogni vero rapporto e proprio in questa dinamica accade quel vertiginoso fenomeno per cui, proprio nella distanza, l’altro diviene più intensamente presente. L’identità stessa di Penelope non è forse altro che attesa di Ulisse, come il peregrinare di lui è colmo della presenza della donna.
“La radice dell’Odissea è un albero d’olivo”, scrisse Paul Claudel. Un tronco di quest’albero sacro ad Atena è lo strumento della vittoria sul ciclope, un olivo è l’albero presso cui i Feaci lasceranno, riportandolo in patria, Ulisse addormentato e ancora su un olivo è intagliato il suo letto nuziale, origine e meta dei suoi viaggi. Per la serva Euriclea il riconoscimento avviene tramite il segno inconfondibile della cicatrice (da notare il fatto che Odisseo ritrova la sua identità non per la sua forza, ma per una ferita: bisogno, limite, mancanza sono messi in luce come elementi che definiscono l’identità dell’essere umano), per Telemaco – che, troppo giovane, non può ravvedere nulla nell’aspetto del padre – mediante la parola, per l’anziano Laerte la prova saranno invece gli alberi che il figlio gli descrive; per Penelope, infine, l’identificazione avverrà con un segno più intimo e definitivo: un letto che non può essere spostato – come astutamente richiesto dalla regina per mettere alla prova lo straniero – perché piantato in un albero saldamente radicato alla terra. E’ il segno dell’agnizione definitiva: colui che era stato Nessuno viene ora riconosciuto e, avendo obbedito alla propria nostalgia, riacquista la sua identità.
Finalmente, si direbbe, il ritorno. Eppure c’è altro, se il lettore ha colto la profezia dell’indovino Tiresia durante il passaggio nel regno degli inferi: “E quando avrai sterminato i pretendenti (…) allora prendi il maneggevole remo, e viaggia” (XI, 119-121). È il più grande mistero dell’opera, quello per cui, dopo anni di navigazione e sconfitta la tracotanza dei pretendenti, Ulisse dovrà ripartire: “Tutto scaturisce forse – scrive Maria Grazia Ciani – da una piccola crepa dell’Odissea, la profezia di Tiresia che accenna a un secondo viaggio (…). Proprio di qui nasce l’idea di una infinita erranza di Ulisse che abbandona Itaca in cerca di altre avventure. È certamente uno dei passi più misteriosi: con un coup de théâtre finisce l’Odissea”. Qui troviamo anche il seme da cui sorge la lettura dantesca di un eroe che, giunto agli estremi confini del mondo, con una orazion picciola pone nei suoi compagni l’entusiasmo che li conduce al folle volo. Come interpretare questo inaspettato finale? Forse non è errato leggervi un segno che allude a un desiderio sconfinato come il firmamento, svelando la profondità di una nostalgia che nemmeno il ritorno a casa può appagare. Narrami l’uomo, o Musa. Narrami qual è la sua natura: perché ogni viaggio è sempre, in qualche misura, un ritorno verso casa.