Viaggio tra Caserta e Pechino
Quando la Cina era vicina. Catalogo delle illusioni importate
Il Dragone è stato sognato da giovani romantici oppure ignorato. E’ tempo di studiarlo. Storie famigliari e politiche di comuni e cooperative, di speranze e tragedie
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Qualche mese prima che Mao Zedong morisse (il 9 settembre del 1976), ho ascoltato una discussione sul comunismo cinese tra Mario Buonaiuto e mio padre che all’epoca, come funzionario all’ispettorato agrario di Caserta, si occupava di cooperative agricole. Ah, tutto questo a Caserta, in via Rossi 18, dove abitavo e dove abitava (sul mio pianerottolo) Mario Buonaiuto, intellettuale socialista di gran pregio, tanto che per un lungo periodo (nei decenni Settanta e Ottanta) è stato punto di riferimento dell’intellighenzia del PSI, nonché amico di Craxi - che tra l’altro, a breve (nel luglio 1976), sarebbe pure diventato segretario del partito.
Mario Buonaiuto stava studiando la collettivizzazione cinese per buttar giù un saggio per “Mondo Operario” intitolato: la Cina è vicina? Dunque, chiese a mio padre un parere sulle cooperative, quelle agricole però. Mio padre ne descrisse l’insuccesso. Il fatto è – disse – che gli allevatori pensavano di vendere i loro prodotti migliori al mercato e di mettere in comune quelli peggiori. Non finiva qui: ognuno di loro voleva intestarsi la cooperativa, facendo crollare, dunque, lo spirito cooperativistico. E aggiunse: al Sud le cooperative non funzionano perché i contadini, da secoli soggetti ai latifondisti, ora che avevano la terra non volevano mettere niente in comune, al massimo i debiti e i prodotti di cattiva qualità.
Mario Buonaiuto, riferimento dell’intellighenzia del Psi, non difendeva la politica di Mao ma guardava con simpatia al concetto di cooperativa
Mario annuiva. Non difendeva la politica di Mao ma guardava con simpatia al concetto di cooperativa, stare sul mercato insieme – sosteneva – protegge dagli abusi del mercato, insomma il modello cinese secondo Mario andava sì criticato ma anche considerato. Del resto, Nenni, già negli anni Cinquanta, aveva creato una via preferenziale diplomatica con la Cina di Mao. Era ottimista in merito alla rivoluzione cinese, aveva scritto che erano comparsi quattrocento milioni di uomini sulla scena della storia come artefici del proprio destino e aveva inserito l’evento cinese nella stessa scia delle rivoluzioni borghesi del 1789 e bolscevica del 1917.
Nenni già negli anni Cinquanta aveva creato una via preferenziale con la Cina maoista, al contrario di Togliatti, vicino a Krusciov
Mario nel suo saggio – riferì mio padre a mia madre, certo non a me che all’epoca guardavo Barbapapà – prendeva spunto da una vecchia questione: Togliatti fin dal 1962 era vicino all’Unione Sovietica e lontano dal Partito Comunista Cinese. C’era stato, infatti, un litigio. Togliatti sosteneva la posizione di Krusciov, diceva che la coesistenza pacifica era un modo per raggiungere il socialismo. Per rispondere a questa linea, il Quotidiano del Popolo (organo ufficiale del Partito Comunista Cinese) il 31 dicembre 1962, pubblicò un famoso editoriale, “Le divergenze tra il compagno Togliatti e noi” (ancora qualche anno e quel titolo sarebbe diventato un disco dei CCCP). L’editoriale fu tradotto e diffuso ampiamente a livello internazionale. Nel saggio si diceva che bisognava prendere una posizione più aggressiva contro l’imperialismo.
Dunque, dopo più di dieci anni da quell’articolo (siccome gli scontri tra il Psi e il Pci erano ancora forti) Mario si chiedeva ancora se la Cina fosse vicina o lontana, se bisognava considerarla amica o nemica, se scegliere la posizione del Psi (filo cinese) o quella del Pci (filo sovietica). Mario sosteneva che le riforme di Mao non avevano funzionato, anzi, la Cina stava messa così male che prima o poi – scommetteva – avrebbe introdotto il mercato. Mario spingeva per il mercato, ma tenendo ben stretti alcuni elementi di socialismo. La mano invisibile del mercato – sosteneva – è meglio che segua un percorso ben preparato, altrimenti è il caos.
Non ricordo altro di quell’episodio, tranne mio padre che diceva: i cinesi prima o poi ci faranno fuori. Però quando morì Mao e vidi le immagini in televisione, ricordo che Mario disse: oggi è morto un Imperatore.
Quando anni dopo ho cominciato a militare in Democrazia proletaria, e si era nel 1984, la Cina era ancora vicina, punto di riferimento, non più del PSI ma di quello che restava dei gruppi extraparlamentari (del resto confluiti in Dp). In sezione si parlava poco di Unione Sovietica e molto della Cina. Ma in realtà si parlava della vecchia Cina, dunque si elogiava Mao e criticava il suo successore, Deng Xiaoping – si diceva – stava rovinando la tradizione comunista cinese, pochi si stavano arricchendo e tanti rimanevano poveri: era l’epoca della grande trasformazione, sì, ma in peggio.
Nella sezione di Democrazia proletaria si parlava molto della vecchia Cina, mentre si accusava Deng di rovinare la tradizione comunista
Come in Cina, a Caserta, erano anni di grande cambiamento. In sezione molti si dispiacevano che a Caserta non nascesse uno come Karl Polanyi, uno capace di raccontare la grande trasformazione. Prima di tutto urbanistica. Che vuol dire molto. Caserta un tempo vista dal belvedere di San Leucio era una città buia. Per forza, da Caserta a Napoli, dove ricominciavano le luci, era tutta campagna, coltivata a tabacco o canapa o a mais, erba medica, mangime per bufale. E poi all’improvviso era esplosa, ovunque le luci, i contadini avevano venduto la terra, niente più canapa e tabacco, ora case a go a go. Non so se la muraglia cinese si veda dallo spazio, pare di no, però un’astronauta in volo orbitale sul Sud Italia, scrisse sul suo diario: è incredibile la quantità di luci che si inerpicano fin sopra il Vesuvio, ma non è un Vulcano ancora attivo? (da Orbit, Mondadori).
In Cina – dicevano – per colpa di Deng Xiaoping stava succedendo la stessa cosa. Luci dappertutto. Non era più la Cina di una volta, Caserta e la Cina sembravano accomunate da uno stesso destino. Colpa di Deng. Ora, della Cina di una volta non avevo la più pallida idea, se non da alcuni giudizi di persone che a partire dal 1978 avevano cominciato a visitarla. Dicevano tutti: “non c’è una carta per terra” (il che va bene, però un po’ povero come giudizio politico), “ci sono ritratti di Mao dappertutto”, “tutti vanno in bicicletta”, “tutti vestiti allo stesso modo”, “sono delle formiche, e sono contenti di esserlo”, “ci faranno fuori”. Oltre questo si sapeva poco, ma in sezione c’erano parecchie certezze: Deng Xiaoping era controrivoluzionario.
Ma qual era stata la rivoluzione dell’imperatore Mao? Almeno quelli che conoscevo e frequentavo erano d’accordo: trattasi di rivoluzione socialista. Poi sugli esiti infausti o si dava la colpa all’imperialismo o a Deng Xiaoping. Mao veniva elogiato perché aveva collettivizzato tutto, mentre il Pci non aveva una linea chiara su niente – del Psi non parliamo neanche. Mao Zedong era andato avanti a forza di piani quinquennali, modellati sul modello sovietico che bene non erano andati, anzi.
Nella sostanza il mercato era stato abolito, le terre tolte ai latifondisti, confiscate e messe in comune, ora c’erano di nuovo grandi appezzamenti, più efficienti dei piccoli pezzi di terreno, ma lavorate dai contadini al servizio del Partito. Non c’era un prodotto A o B per cui fare campagne pubblicitarie. Comunque, i piani quinquennali sono facili da gestire quando producono economie di scala. Difatti il primo piano quinquennale fu un grande successo. Tutti gli investimenti andarono a quelle fabbriche che producevano trattori, macchinari e fertilizzanti chimici. Si finanziavano le campagne (in cui viveva il 75 per cento dei cinesi) perché queste avrebbero poi sostenuto le città. Si può dire che la collettivizzazione procedette per fasi. All’inizio circa dieci famiglie si mettevano insieme e cooperavano volontariamente, formando squadre di mutuo soccorso. In questa prima fase del socialismo, ogni famiglia accettava di condividere il proprio lavoro, gli attrezzi e gli animali da tiro con gli altri membri della squadra, pur mantenendo la proprietà. Poi vennero formate squadre di cooperative di produttori agricoli di basso livello chiamate Cpa. Ogni Cpa era composta da cinque squadre, ovvero cinquanta famiglie, e ciascuna contribuiva con le proprie risorse, compresa la terra, alla cooperativa. Piccoli passi buoni risultati e allora, verso la fine del 1955, Mao passò alla fase successiva, e più controversa, accorpando circa cinque cooperative di basso livello in cooperative di livello superiore, ciascuna comprendente circa 250 famiglie. La proprietà privata fu abolita, in quanto la terra (nonché animali, attrezzi e altre risorse) divenne proprietà della cooperativa.
Fin qui tutto bene, l’economia cinese nel suo complesso crebbe di quasi il 9 per cento all’anno, con la produzione agricola in aumento di quasi il 4 per cento annuo e la produzione industriale che esplose fino a quasi il 19 per cento all’anno. Ma più la collettivizzazione andava avanti più quello che diceva mio padre (osservando i contadini campani) si dimostrava vero: si produceva sì, ma senza qualità, anche perché i contadini cominciarono a sentire la mancanza della proprietà. Allora Mao, visto i tentennamenti, decise di azzardare, e sottoscrisse quello che sarebbe stato chiamato “il grande balzo in avanti”.
L’evento fu pubblicizzato a dovere: su un manifesto dell’epoca (1959) c’era un grande drago, sul cui dorso c’erano contadini che a loro volta portavano in alto ceste comuni stracolme di ogni ben di Dio. Quello che animava (o avrebbe dovuto animare) il movimento era la fiducia nelle masse rurali cinesi: con la forza di un drago avrebbero superato ogni ostacolo, lavorato giorno e notte. Difatti, i contadini lavoravano nei campi tutto il giorno e a volte fino a notte fonda, una pratica nota come “catturare la luna e le stelle”. Si zappava a forza di slogan. In quest’ultima fase di collettivizzazione si formarono comuni con circa 5.500 famiglie, oltre venti volte più grandi delle precedenti cooperative. Le comuni sarebbero state autosufficienti in agricoltura, industria, amministrazione, istruzione e assistenza sanitaria, e in più la comune avrebbe garantito a ogni individuo un reddito fisso, indipendentemente dal contributo lavorativo.
E siccome non di solo pane vive l’uomo ma anche d’acciaio (vero indicatore di sviluppo) centinaia di milioni di agricoltori cinesi costruirono milioni di fornaci nei cortili, quindi un po’ coltivavi, un po’ fondevi l’acciaio e un po’ bruciavi le foreste: il 10 per cento delle foreste cinesi fu distrutto, e quando il legno divenne sempre più scarso, i contadini ricorsero a bruciare porte, mobili e bare di legno, tanto per i morti è lo stesso. Ora, se in un dibattito pubblico chiedete a qualche intellettuale, intento a parlare con raffinato eloquio di altri raffinati umanisti o a esprimere giudizi sul capitalismo, “cos’è l’acciaio?”, vedrete calare il silenzio. Questo accade oggi, ma anche allora la situazione non era buona: gli agricoltori non avevano alcuna competenza tecnica nella fusione dell’acciaio, quindi fu un disastro e alla fine invece di rispettare il programma di Mao (entro la fine del Grande Balzo in Avanti e cioè nel 1962, la Cina sarebbe diventata il principale produttore mondiale, aumentando la produzione del 2000 per cento, superando persino gli Stati Uniti) i cinesi si ritrovarono con inutili oggetti di ghisa forgiati nelle fornaci vicino casa.
Il programma per la produzione di acciaio fu un fallimento. I cinesi si ritrovarono con inutili oggetti di ghisa forgiati nelle fornaci vicino casa
Questo per l’acciaio, non parliamo dei prodotti ottenuti con le mani dei contadini: un disastro. Tra l’altro, sotto Mao, tornarono pure di moda le teorie di quella specie di agronomo che era Lysenko, già tristemente noto per aver affamato, sotto Stalin, milioni di persone. Uno convinto che, mettendo le piante al freddo, poi queste avrebbero sviluppato resistenza al freddo, in spregio alla genetica. Uno che ha soppiantato il grande agronomo Vavilov, costretto da Stalin a marcire in carcere. Ecco, in Cina, metti anche gli ordini dei quadri urbani che imponevano ai contadini progetti assurdi, il Lysenkoismo ci mise pure il carico da novanta.
I contadini furono obbligati a piantare i semi di diverse piante gli uni vicini agli altri, in modo tale che esse potessero aiutarsi a vicenda secondo i principi della lotta di classe. Però i semi non ci pensano alla lotta di classe, diciamo che sono come tutti noi, si combattono per accaparrarsi le risorse. Non finisce qui, altra trovata: piantare i semi a grandi profondità: più a fondo vai, più il terreno diventa fertile, più le piante crescono forti. Così si piantarono semi fino a due metri di profondità. Senza nemmeno usare fertilizzanti di sintesi: per arricchire il terreno erano ammessi solamente il letame e la rotazione delle colture. Ma nel letame non c’è abbastanza azoto e in Cina non c’era nemmeno abbastanza letame per fertilizzare l’intera Cina.
Con Mao tornarono di moda le teorie di quella sorta di agronomo che era Lysenko, tristemente noto per aver affamato, sotto Stalin, milioni di persone
Secondo i Lysenkoisti bastava mescolare il letame con la terra in proporzioni 1:10 per trasmettere alla terra le proprietà fertilizzanti e poi usarla come letame: la trasmutazione non avvenne. Quello che invece Mao riuscì a ottenere fu l’eliminazione dei passeri (che si mangiavano le colture) ritenuti uno dei quattro flagelli – gli altri tre erano ratti, zanzare, mosche. Così, con l’aiuto della popolazione, tolse di mezzo i passeri, che tuttavia mangiavano pure gli insetti dannosi, quindi senza passeri alcuni patogeni devastarono i raccolti del riso. Comunque, a passeri sterminati, nel 1960 si passò a eliminare un altro flagello, la cimice dei letti, mentre il governo cinese cominciò a importare centinaia di migliaia di passeri dall’Unione Sovietica.
Che dire? Ci fu un grande balzo all’indietro. Un po’ le tasse che aumentarono (fino al 28 per cento), anche perché i funzionari locali per compiacere il capo avevano gonfiato i dati di produzione – quindi maggiore era l’esagerazione, maggiore era l’ammontare delle tasse riscosse. Alla fine lo stato si appropriò di una percentuale molto più alta del loro grano, tanto che le regioni inviarono l’intero raccolto allo stato come tassa, non lasciando nulla di cui i contadini. Alcuni nascosero il grano – e, scoperti, se la passarono male – e si vociferava che la crisi era così seria che pure Mao sia rimasto senza carne per sette mesi. Vero anche che in questi periodo le condizioni meteorologiche estreme (piogge eccessive al sud e siccità al nord) possano aver esacerbato il problema, vero anche che il clima divenne un comodo capro espiatorio.
Comunque, Grande Balzo in avanti proprio no, anche se si discute ancora sulle cifre. C’è chi, come il sinologo di Harvard Dwight Perkins, nel suo vecchio studio sullo sviluppo agricolo in Cina (Sviluppo agricolo in Cina, Edinburgh University Press, 1969), scrisse che il regime aveva evitato il disastro e che pochi, se non nessuno, morirono di fame. E c’è chi fece dei distinguo, vero che tra i contadini la malnutrizione aumentò tanto che ne morirono a frotte, ma gli abitanti delle città se la cavarono relativamente bene.
Quando l’imperatore Mao morì, cominciarono a uscire resoconti più dettagliati e negli ultimi anni, Frank Dikötter, nella Grande carestia di Mao (Walker and Company, 2010), scrive che nel 1960, con l’esaurimento delle riserve alimentari nelle campagne, i contadini iniziarono a morire a frotte. Crollavano nei campi, ai lati delle strade e persino nelle proprie case, dove i familiari assistevano alla decomposizione dei cadaveri, senza la forza di seppellirli o persino di scacciare mosche e topi. Alcune famiglie nascondevano i resti dei parenti in casa, in modo che i vivi potessero raccogliere le razioni di cibo dei defunti. La fame spingeva gli affamati a cercare semi, erbe, foglie e corteccia d’albero, e quando anche queste scarseggiavano, bollivano cuoio o mangiavano terra pur di riempirsi lo stomaco, anche a costo di distruggere il loro apparato digerente. Wei Jingsheng, nel Il coraggio di restare soli (New York: Viking, 1997) scrive di episodi di cannibalismo. Dice che vista la diffusione della fame e la presenza di cadaveri esposti, alcuni inevitabilmente si diedero al cannibalismo. Sebbene si trattasse per lo più di rovistare tra gli avanzi, occasionalmente alcune persone, di solito bambini, venivano uccise intenzionalmente per cibarsene. Raramente ciò accadeva all’interno di una famiglia, ma si raccontano storie di abitanti dei villaggi che si scambiavano i neonati per evitare di consumare la propria carne e il proprio sangue.
Quindi, chissà quanti morti per il grande balzo in avanti. E quanti morti invece per la Rivoluzione Culturale. Quando Mao decise che se i fatti non si accordavano con la teoria allora peggio per i fatti ed evviva la teoria. Pratica ancora oggi di larghissimo uso. Mao, per rispondere alle critiche del balzo in avanti, chiuse scuole e università, mandò tutti gli oppositori nei campi di rieducazione, purgò anche le persone a lui vicine, come Deng Xiaoping, arrestato due volte, insieme alla sua famiglia perché non troppo comunista (il figlio di Deng fu gettato da una finestra dalle Guardie Rosse dal quarto piano e rimase sulla sedia a rotelle).
Rivoluzione culturale parecchio raccontata e celebrata in occidente, in cui le purghe non erano purghe ma un semplice decentramento del potere. Convinzione di tanti, dalla gauche francese ad Autonomia Operaia, tutti esaltavano la Rivoluzione culturale come corretta interpretazione della teoria marxista della rivoluzione permanente. Si diceva: evviva la forza creatrice della classe operaia capace di perseguire una lotta di classe su vasta scala, certo, sì, anche grazie alle epurazioni dei quadri di partito sotto il controllo delle masse. Anche se poi il maoismo piano piano scemò, perché gli anni Ottanta furono gli anni della grande trasformazione, per l’Italia e per Caserta. Anzi quest’ultima fu una specie di linea guida, avrebbero dovuta studiarla i politici. Dopo il terremoto del 1980, la camorra abbandonò le sigarette e cominciò a investire in droghe leggere e pesanti, con i proventi inquinava l’economia, oppure trafficava sotto banco in cemento, realizzando cave abusive con le quali si contribuivano a edificare cementazioni abusive che, partendo da Caserta, poi, si irradiavano a raggiera per tutta Italia. Un contraccolpo del mercato, diciamo così.
Dalla gauche francese ad Autonomia operaia, tutti esaltavano la Rivoluzione culturale come corretta interpretazione del marxismo
Il maoismo scemò. Nel film Le invasioni barbariche di Denys Arcard (2003), il protagonista ricorda dell’archeologa cinese venuta a Montreal alla fine degli anni Settanta per una conferenza e siccome è bella lui vuol fare colpo e le dice: “è straordinario quello che sta succedendo in Cina, lei non può immaginare quanto vi invidiamo la vostra rivoluzione culturale”. Per poi scoprire che l’archeologa cinese aveva spalato merda di maiale per due anni in un campo di rieducazione per dissidenti, suo padre era stato fucilato, sua madre si era suicidata è un povero imbecille franco canadese solo per il fatto di aver visto i film di Godard, nonché letto Philippe Sollers, pensava che la rivoluzione culturale cinese fosse formidabile.
Deng Xiaoping fu il successore di Mao. Dapprima contestato in patria, tanto che Deng dovette elaborare una strategia per non staccarsi del tutto dal suo predecessore, strategia fatta di slogan pragmatici: non importa se il gatto sia nero o bianco, l’importante è che prenda i topi. Deng trasformò la più grande baraccopoli del mondo nell’attuale superpotenza e intanto fece anche due conti. Sotto Deng, nei momenti di apertura verso l’occidente, i demografi iniziarono a ricostruire il quadro completo. Le stime dei decessi direttamente correlati alla carestia variano da un minimo di ventitré milioni a un massimo di cinquantacinque milioni, sebbene la cifra più spesso citata sia di trenta milioni. Tuttavia, all’epoca, in sezione, i conti non tornavano e si dava la colpa alla propaganda del regime occidentale, nonché allo stesso Deng. Difatti quando ci furono i fatti di Tienanmen si disse: gli studenti si ribellano a Deng perché vuole introdurre il mercato.
Se il presidente Mao fu l’artefice di una Cina socialista e assertiva, Deng Xiaoping compì l’impresa ancora più ardua di invertire gran parte delle sue politiche e di definirle socialismo. Il professor Erza Vogel, nel suo libro Deng Xiaoping and the Transformation of China (Belknap, 2013), raccontava non tanto la trasformazione, ma la stabilizzazione della Cina, ovvero l’impressionante strategia di pacificazione attuata da Deng sia in patria che all’estero. Deng placò i paesi vicini e lontani, che Mao aveva irritato o terrorizzato, proseguendo la sua diplomazia incompiuta con gli Stati Uniti (culminata in una delle foto più incongrue della storia, con Deng che indossava un grande cappello da cowboy) e ricucendo i rapporti con l’Unione Sovietica.
Deng istituì zone di libero scambio, smantellò le fattorie collettive e corteggiò i capitali stranieri, smantellò anche il culto della leadership che era culminato nella Rivoluzione culturale di Mao. Diciamo che, ironicamente, usò la sua forte personalità per ridimensionare l’importanza di un leader carismatico. Per quanto Deng abbia portato stabilità in Cina, la violenza è stata un elemento centrale nella sua formazione. Roderick Macfarquhar e Michael Schoenhals, nel loro libro L’ultima rivoluzione di Mao (Belknap, 2008), dimostrano che Deng fu responsabile di purghe negli ultimi anni della Rivoluzione culturale che, per brutalità, non avevano nulla da invidiare a quelle della Banda dei Quattro. Nel 1975 ordinò all’esercito di reprimere un villaggio musulmano nella provincia dello Yunnan, un’azione che causò 1.600 morti, tra cui 300 bambini. Per non parlare della repressione delle proteste studentesche e operaie del 1989.
La violenza è stata centrale nella formazione di Deng, responsabile di purghe che non avevano nulla da invidiare a quelle della Banda dei Quattro
Mio padre ora ha novant’anni. Non è mai riuscito a realizzare quelle cooperative di agricoltori. Dice che gli agricoltori sono invecchiati male, del resto da sempre sono sfruttati. E sostiene che i cinesi prima o poi ci faranno fuori.
Il maoismo perse popolarità, perché gli Ottanta furono gli anni della grande trasformazione, per l’Italia e per Caserta
Mario Buonaiuto fino alla sua morte ha cercato un modo per mettere insieme il mercato e il socialismo, ma purtroppo i suoi studi non li conosce nessuno. I compagni di Dp sono dispersi nel tempo. Io infine mi chiedo, dall’alto del belvedere di Caserta, osservando l’enorme sconfinata piana illuminata che potrebbe realisticamente unirsi a tutte le sconfinate piane del mondo, da Caserta a Los Angeles di quanta energia abbiamo bisogno per illuminare il mondo e gira che ti rigira alla fine, in fondo, c’è sempre la Cina con le sue materie prime e la grande ascesa economica che ancora non abbiamo compreso. La Cina andrebbe capita e studiata con seria epistemologia, finora è stata celebrata da alcuni, ignorata e sottovalutata da tanti, e mai come adesso è davvero vicina.
