Le Garlasco ai tempi di Hitler

Nella Germania insanguinata dalle lotte politiche i lettori di giornali avevano un’unica ossessione: la cronaca nera

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Peter Kürten, "il vampiro di Dusseldorf"

Un paese, annoiato dalla politica, è imbambolato dalla cronaca nera e da quella giudiziaria. Segue ossessivamente i giornali in cui si parla di delitti, specie quelli irrisolti. Tifa pro o contro il presunto assassino, pro o contro gli accusatori o i giudici. Si appassiona all’evolversi delle indagini poliziesche e ai dibattimenti in tribunale. E’ appeso alle arringhe degli avvocati. Si arrovella sulle prove, o l’assenza di prove manco fosse una giuria. Si beve morbosamente, talvolta con un inconfessabile brivido di piacere, i particolari più scabrosi. Trepida per i condannati per errore. Prima ancora che per le vittime. Inorridisce all’idea che certi mostri possano essere ancora a piede libero. Talvolta prende addirittura le loro parti.
Garlasco? Modena? No, Germania anni ‘20 e ‘30. Comunisti, socialdemocratici e nazisti si massacravano nelle strade e in Parlamento. Una maranza cosmica. Il paese era perennemente sull’orlo della catastrofe sociale ed economica. I governi di Weimar, maledetti da maggioranze impossibili, da intrighi politicanti, paralizzati dalla crisi, schiacciati tra gli egoismi delle grandi e piccole potenze, dell’occidente e dell’Est, crollavano l’uno dopo l’altro. Eppure i lettori dei giornali (e che giornali! dei signori giornali!) divoravano soprattutto le pagine di cronaca nera e giudiziaria. Le firme più autorevoli, le pagine più lette, erano quelle che si occupavano di processi e cronaca giudiziaria. I Kriminalroman godevano in Germania di più popolarità che nel resto del mondo.
Georges Simenon di indagini poliziesche certo se ne intendeva (è il creatore del commissario Maigret, nientemeno). Era anche un grande giornalista. Inviato dal settimanale illustrato Voilà in Germania alla vigilia della nomina di Hitler a cancelliere, è colpito dall’onnipresenza sulle colonne pubblicitarie a Berlino di manifesti sui delitti che appassionano i lettori di giornali. Una delle immagini che illustravano il suo articolo mostrava un personaggio coi baffetti alla Hitler. “No, non è Hitler, anche se gli somiglia. E’ Kurten, il vampiro di Dusseldorf”. Cioè “un serial killer psicopatico che aveva ucciso molte donne e bevuto il loro sangue”, spiega la didascalia. Cosa c’entra con Hitler? C’entra. Al cronista serve spiegare ai suoi lettori francesi il consenso crescente al leader nazista. E’ tra l’arresto e l’esecuzione di Kurten che si svolgono le elezioni per il Reichstag del 1930, quelle in cui per la prima volta il partito di Hitler aveva sfondato. “Il governo? Il socialismo? Il bolscevismo? La politica internazionale?”. Macché. Sono ipnotizzati dalla nera. I tedeschi schifati dal loro presente, cercano un loro salvatore. “Ah sì. Le partouzes, il nudismo, il tasso di usura, il freudismo, i ragazzini e le ragazzine, lo squilibrio e la febbre, lo sport, l’eroina, la cocaina, e chissà cos’altro… Ebbene, ci sono alcune decine di milioni di tedeschi che hanno l’impressione che tutto questo debba finire, che sarà Hitler a metterli in riga”. Osservatore attento Simenon. Peccato che dimentichi che per i nazisti il debosciato, il maniaco sessuale, il serial killer, il perverso, il corruttore di ragazzini e ragazzine innocenti, il distruttore della razza germanica sia, per definizione, era l’ebreo. Come dire, l’estraneo, l’immigrato. Giunti al governo, per prima cosa avrebbero tolto la cittadinanza agli ebrei, anche quelli che erano tedeschi da generazioni.
“Lo squilibrio e la febbre, l’eroina, e chissà cos’altro… Milioni di tedeschi hanno l’impressione che sarà Hitler a metterli in riga”, scrive Simenon
Non passava giorno senza che sulla stampa tedesca – non solo i rotocalchi popolari, anche la stampa “seria” – si parlasse di fatti di sangue orripilanti, di femminicidi, di donne squartate e fatte a pezzi, di assassini alla sbarra nei tribunali. L’attenzione del pubblico era proporzionale alla durata e alla copertura mediatica dei processi e delle indagini. L’atteggiamento editoriale variava naturalmente secondo l’orientamento politico delle testate. L’organo comunista Rote Fahne (Bandiera rossa) si era pronunciato contro la condanna a morte di un altro famoso serial killer, il “lupo mannaro” Haarmann, che mangiava le sue vittime, oltre che ammazzarle. Scrissero che aveva aveva fatto in piccolo nient’altro che “lo Stato capitalista” fa in grande: un massacro di innocenti. I grandi cronisti di nera cercavano spiegazioni sociali ai delitti. Attribuivano le esplosioni di furia omicida a “fatali concatenazioni di eventi”, oppure alla guerra, all’inflazione, al disagio psichico, all’ingiustizia. Scavavano nell’infanzia degli imputati, li psicanalizzano. Così non solo i giornali progressisti o di sinistra. Anche quelli moderati o di destra. Ad esempio trasudavano comprensione, se non simpatia per gli accusati le note di Alfred Karrasch, cronista giudiziario del Berliner Lokal-Anzeiger di proprietà di Alfred Hugenberg, il magnate dei media ultra conservatore, ultra antisemita, ultra falco, che fece parte del primo governo di Hitler, per poi finire emarginato e perdere pure si suoi giornali. Fu insomma il Vannacci della sua coalizione. E dire che Karrasch non era un liberal, e nemmeno un moderato. A differenza del suo datore di lavoro era iscritto al Partito nazista.
Umani, troppo umani, i cronisti giudiziari. “Umani al punto della perversità”, li aveva bollati un polemista di destra. Ernst Jünger, il vate della “rivoluzione conservatrice”, che poi sarebbe diventato critico del totalitarismo nazista e sarebbe finito coinvolto nell’attentato a Hitler del 20 luglio 1944, sostenne che i processi criminali erano diventati “una tribuna in cui gli individui fanno causa alla comunità”. Franz Werfel. Lo scrittore che pure era invece di sinistra, oltre che ebreo, se l’era presa con “una generazione di frequentatori di cinema e caffè, di eroi da cabaret, il cui ideale è l’imbroglione, il truffatore, lo psicopatico sessuale, insomma il criminale”.
Tutto quello che vi venisse l’uzzolo di sapere sulle cronache giudiziarie dell’epoca è raccontato in “Explaining crime: Berlin newspapers and the construction of the criminal in Weimar Germany” di Daniel Siemens (Journal of European Studies, 2009). Tutto quello che volete sapere su media e processi lo potete trovare nel magistrale Delitti in prima pagina. La giustizia nella società dell’informazione di Edmondo Bruti Liberati (Raffaello Cortina, 2022).
Il criminale era stato a lungo l’eroe della cultura di Weimar. Non riesco a togliermi dalla testa che quella fu una delle cause della caduta del più avvincente esperimento di democrazia, di modernità, di progresso civile e artistico nella storia dell’Europa nella prima metà del Novecento. La Repubblica di Weimar era ossessionata dal Lustmord, dall’omicidio a sfondo sessuale. Il che faceva il gioco dei nazisti e dei loro alleati che la bollavano come “ebraica”, come “corrotta”, traditrice della Germania e dei suoi valori. La loro bestia nera era la Costituzione di Weimar, troppo democratica, troppo fonte di instabilità. Giunti al governo l’avrebbero abbattuta in pochi mesi. L’ossessione per i delitti, specie i femminicidi, risaliva a ben prima che entrassero in scena i nazisti. Già nella Belle Époque, Oskar Kokoschka, che fu follemente e violentemente innamorato della moglie di Mahler, Alma, aveva scritto un atto unico dal titolo Assassino, speranza delle donne. Otto Dix ritraeva figure femminili trafitte, martoriate, seviziate dai loro sogni con la testa d’uccello. George Grosz si era autoritratto in procinto di aggredire col pugnale una donna allo specchio. Le Passeggiatrici di Kirchner sembrano ammiccare, anzi invitare il loro assassino, esattamente come la Lulù di Wedekind. Furono banditi come “arte degenerata”. Franz Biberkopf, il protagonista di Berlin Alexanderplatz, il capolavoro di Alfred Döblin pubblicato nel 1929, è un avanzo di galera che finisce con l’ammazzare la sua donna. Moosbrugger, l’efferato assassino di una prostituta, è uno dei personaggi chiave dell’Uomo senza qualità, il romanzo-mondo di Robert Musil, pubblicato nel 1933. “Se l’umanità fosse capace di un sogno collettivo, sognerebbe Moosbrugger”, riflette il protagonista del romanzo, Ulrich.
La Repubblica di Weimar era ossessionata dall’omicidio a sfondo sessuale. Così nazisti e i loro alleati la bollavano come “ebraica” e “corrotta”
Il cinema non si sottrae all’ossessione. Uno psicopatico, stupratore e assassino di bambine, è il protagonista, magistralmente interpretato da Peter Lorre, di M, il film capolavoro di Fritz Lang. Goebbels lo voleva arruolare nell’impresa cinematografica del Reich, malgrado fosse ebreo. Lo convocò al ministero della Propaganda (non osavano chiamarlo della Cultura), e di fronte alla sua esitazione gli disse: “Herr Lang. Qui decidiamo noi chi è ebreo e chi no”. Lang, saggiamente, scappò di corsa in America. Dal 1933 al 1945 uscirono 1.100 film nella Germania nazista. La maggior parte non era esplicitamente propaganda politica, ma trattava di cose che avevano a che fare con la giustizia, i delitti, i processi. Con un processo al maniaco stupratore di ragazze ebreo si conclude il più schifoso film di propaganda antisemita di tutti i tempi, Süss l’ebreo di Veit Harlan, uscito nelle sale tedesche nel 1940. Aveva lo scopo di preparare lo sterminio della razza ebraica. Di appena poco meno successo ai botteghini, l’Ich Klage An (J’accuse) di Wolfgang Liebeneier, dell’anno successivo. Aveva lo scopo di preparare l’audience all’eutanasia, alla soppressione sistematica degli handicappati e dei malati di mente. Sterminarono pure quelli, in nome della purezza della razza germanica, e del risparmio in bilancio per la sanità, falcidiata dalla guerra Soluzione radicale, altro che revoca del permesso di soggiorno e della cittadinanza, come per gli ebrei!
Con un processo allo stupratore ebreo si conclude il peggior film di propaganda antisemita di tutti i tempi, “Süss l’ebreo” di Veit Harlan
Di quanto sopra avevo trattato, con un capitolo interamente dedicato al tema, già nel mio Sindrome 1933 (Feltrinelli, 2016). Era un pamphlet, ma rigoroso sul piano storico e delle fonti. Era tutto imperniato sulle analogie tra gli anni Trenta e l’attualità. La conoscenza del presente la davo per scontata per il lettore. Sul passato cercavo di rendere il clima, le parole, gli umori, la propaganda, dell’anno in cui Hitler divenne cancelliere. I miei lettori sul Foglio sanno bene quanta considerazione ho per le analogie del passato come strumento per la comprensione del presente. Riprendendo il libro in mano, sono convinto mantenga tutta la sua attualità, anzi direi quasi una forza profetica su quel che sta succedendo oggi in Europa, nell’America di Trump e nel mondo.
Anche a proposito di cronaca nera, crimine, pazzia, e ricoveri psichiatrici. Quando il libro uscì, ormai un decennio fa, la “Bestia” social di Matteo Salvini, allora colonna del governo giallo-verde Conte Uno, e aspirante ai “pieni poteri”, aveva reagito furiosamente. I post mi avevano gratificato di una sfilza di insulti e improperi, tra cui spiccavano inviti perentori tipo “Fuori gli stranieri dall’Italia”. Il mio nome e cognome, non c’è da dire, suonano effettivamente un tantino straniero. Peggio: ebreo. Sono cittadino italiano solo di prima generazione. E per fortuna la Costituzione della Repubblica impedisce, checché ne dicano i bru-bru leghisti, che la cittadinanza me la tolgano e mi rimandino in Turchia dove sono nato. Articolo 22: “Nessuno può essere privato, per motivi politici, della capacità giuridica, della cittadinanza, del nome”. Era intervenuto a dar man forte ai suoi arrabbiati lo stesso Salvini. “Questi qui sono malati, si devono curare”, aveva twittato. Non riferito ai suoi scatenati e insultanti sostenitori, bensì al sottoscritto autore. Indicandomi, bontà sua, la via del ricovero forzato, anziché quella del rimpatrio. Curassero gli schizofrenici veri.
Forse non è un caso che in momenti di crisi e disorientamento il pubblico si appassioni ai drammi giudiziari. Non credo si tratti solo di evasione, di un modo di pensare ad altro. Cronista giudiziario era stato Dickens, nei “tempi difficili” dell’industrializzazione ottocentesca. Cronisti giudiziari furono a modo loro Dostoevskij e Kafka, quando la crisi avvinghiava la loro Russia e la loro Europa. L’America della Grande depressione aveva creato la hardboiled fiction dei detective privati di Raymond Chandler e Dashiell Hammett. L’America fu ipnotizzata dal rapimento di baby Lindbergh, che fa ancora discutere (l’ultima è che sarebbe stato un delitto su commissione; il bambino era “difettoso”, contraddiceva i principi di eugenetica dell’illustre genitore). Poco ci mancò che quello divenisse presidente. Il primo romanzo che ha come protagonista Perry Mason è del 1935. E’ nel 1938, con la tragedia della guerra mondiale già in corso, che Berthold Brecht affronta in un suo celebre saggio il tema de La popolarità del romanzo criminale (Kriminalroman). “Acquisiamo la nostra conoscenza della vita in forma catastrofica. E’ dalle catastrofi che possiamo inferire la maniera in cui funzionano le nostre formazioni sociali. E’ riflettendo [ponendoci gli stessi interrogativi che ci poniamo nel leggere un romanzo poliziesco, o un resoconto giudiziario] che dobbiamo dedurre la ‘storia intima’ delle crisi, delle depressioni, delle rivoluzioni e delle guerre”, sostiene Brecht.
Cronista giudiziario era Dickens, nei “tempi difficili” dell’industrializzazione. Anche Dostoevskij e Kafka, quando la crisi avvinghiava la Russia e l’Europa
Altro cronista giudiziario d’eccezione fu Albert Camus. Giovane giornalista in Algeria a fine anni Trenta, aveva seguito, a quanto racconta lui stesso, “molti processi”, vivendo “con intensità quell’esperienza”. Il suo romanzo L’Étranger (Lo straniero) fu pubblicato solo dopo la guerra, negli anni Cinquanta. Il protagonista, che narra in prima persona, alla vigilia della sua salita sul patibolo, è un pied noir, francese e bianco, “straniero” in Algeria. E’ la personificazione dell’indifferente a tutto. L’esatto contrario dell’engagé, l’impegnato in politica. Non gli importa niente di quel che sta succedendo in Europa. Ha ucciso un arabo in spiaggia. Gli ha sparato l’intero caricatore. La sua unica giustificazione è che quello aveva estratto un coltello e il sole era troppo forte. In un processo in cui tutti, il giudice, l’accusatore, il difensore, sono francesi come lui, lo condannano alla ghigliottina. Camus insinua che la condanna non sia tanto per quel che ha fatto, e nemmeno per suo razzismo, ma per l’incapacità di provare qualsiasi emozione. Tra le prove a suo carico c’è che non ha nemmeno pianto al funerale di sua madre. Solo alla fine ha uno scatto d’ira verso il sacerdote confessore. “Avevo avuto ragione, avevo ancora ragione, avevo sempre ragione”, urla respingendo l’importuno che fa con molta umanità il suo mestiere. Il romanzo è un j’accuse contro la pena di morte (la ghigliottina in Francia. avrebbe smesso di funzionare solo nel 1977). Ma al tempo stesso è anche un j’accuse verso il sistema giudiziario. In particolare ce l’ha con i giudici.
Ho visto solo di recente il film Lo straniero, sceneggiato, diretto e prodotto da François Ozon. Era stato presentato in anteprima lo scorso anno a Venezia. A me è piaciuto. Qualche amico, che di film ne sa qualcosa, è più critico. Per combinazione, negli stessi giorni avevo ricevuto e mi ero messo a leggere una raccolta in inglese di scritti poco conosciuti del maître à penser dei miti e della violenza, René Girard. Si intitola, riprendendo un aforisma caro all’autore, All Desire Is a Desire for Being (Penguin Classics, 2024). Comprende un saggio del 1964 pubblicato dalla PMLA (Publications of the Modern Language Association) col titolo Camus’s Stranger Retried (Lo Straniero di Camus riprocessato). Girard viviseziona col bisturi, in parallelo, L’Étranger e il successivo romanzo di Camus La chute (La caduta). Anche ne La chute c’è una corte di giustizia, c’è un processo, ci sono degli accusati e ci sono dei giudici. Il protagonista è un celebre avvocato parigino che ha dedicato l’intera sua carriera a difendere generosamente gli indifendibili. Camus nel romanzo gli dà il nome “Clamence”. Suona quasi come clemence, clemenza. Nomen omen. Finché un bel giorno decide di rinunciare alla toga. Perché si è reso conto che la compassione che praticava con tanto ardore era fasulla, bacata, iniqua quanto e più di quella dei giudici persecutori. Scopre, per dirla con le parole di Girard, che la superiorità morale di cui si era ammantato era solo “una forma più complessa di ipocrisia”. Quel che il principe del foro in cuor suo desiderava davvero “non era salvare i suoi clienti, ma provare la propria superiorità morale screditando i giudici”. Che un dio ci salvi dall’ipocrisia di chi si ritiene moralmente superiore. In tutta la storia umana i peggiori delitti sono sempre stati quelli perpetrati fanaticamente a fin di bene.