Metafisica familiare. La lezione di Tommaso d’Aquino, e tre film

Il senso dell’amore sta nella sua resistenza al tempo e al disincanto. Tra pellicole e la Metafisica di Aristotele

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20 APR 26
Immagine di Metafisica familiare. La lezione di Tommaso d’Aquino, e tre film

Foto di Jochen van Wylick su Unsplash

Al funerale di Maria Cristina, giovane mamma che lascia un marito e cinque figli, di cui uno disabile, tutti bellissimi, eravamo, venuti da mezza Europa in uno sperduto paesino della Foresta Nera in Germania, non meno di trecento, forse quattrocento. Chiesa piena zeppa, silenzio perfetto, compostissimo, religioso. Pochissime parole, solo presenza. Eravamo lì, venuti da lontano, semplicemente per dire agli amati familiari di Maria Cristina: noi ci siamo. E come piccolo segno di gratitudine, l’anziano papà di Maria Cristina, Ernesto, ha regalato a tutti una poesia scritta di suo pugno per la figlia. Questo è tutto e il tutto è questo.
La lettura dell’Antico Testamento scelta per il funerale era il famoso passaggio del Libro dell’Esodo (3, 14), quello in cui Dio rivela il suo nome a Mosè. Nel libretto distribuito in chiesa venivano riportate due traduzioni: quella francese e quella tedesca. Nella versione francese, alla domanda di Mosè - “come devo rispondere a chi mi chiederà qual è il nome di colui che mi ha mandato?” - si leggeva: “Je suis qui je suis”, “io sono colui che sono”; la versione tedesca, invece, riportava: “Ich bin der ich bin da”: io sono colui che è qui, che c’è.
Gli esegeti insistono ormai da qualche anno su un punto controverso: il senso originario ebraico di quel passaggio non è tanto “Dio è colui che è”, l’Essere sussistente trascendente, come ritenuto per secoli dalla cosiddetta Metafisica dell’Esodo, ma piuttosto “Dio è colui che è qui”, colui che c’è, colui su cui si può contare, come correttamente inteso nella traduzione tedesca. In un certo senso Dio non rivela affatto il suo nome a Mosè, ma gli dice: non importa il mio nome; dì al popolo di Israele semplicemente che Dio c’è, che non hanno nulla da temere. Per questo, il Dio di Abramo è perfetto: non perché è, ma perché c’è.
Nel film Vita mia di Edoardo Winspeare c’è una scena bellissima, drammatica, in cui la protagonista Didi, la Duchessa, si libera finalmente di una verità terribile, che si era tenuta dentro per tutta la vita, rivelando una colpa gravissima del padre, considerato in famiglia, invece, un santo. In quel momento di grande tensione emotiva, Vita, la sua badante salentina, si precipita da lei per abbracciarla, dicendole: “Duchessa, ci sono qua io”.
In “Vita mia” di Edoardo Winspeare la donna che sostiene, veste, pettina, abbraccia, gioca e ride con la Duchessa, a differenza dei figli, ama davvero
In effetti, Vita è colei che c’è per la Duchessa, forse l’unica: i figli, affaccendati in altri affari, non le fanno compagnia e non la accompagnano nel suo viaggio in Transilvania; lei sì. Vita, la badante che viene dal popolo, si prende cura di lei con grande generosità, vincendo tutte le iniziali durezze della Duchessa e diventandole così, a poco a poco, familiare.
E’ bellissima la scena in cui la badante chiede alla Duchessa: “Ma non si ricorda più il mio nome?” e lei, sorridendole, mentre Vita le pettina i capelli con molta dolcezza, le risponde: “Sì, sei Vita”. Non servono altre parole, bastano le immagini: Vita è la persona che non ti lascia solo, qualcuno a cui puoi permetterti di chiedere: “Può rimanere qui finché non mi addormento?”. Insomma, Vita è esserci: una familiarità autentica, da cui ripartire per vivere. È sentirsi a casa anche quando la casa, anzi il castello, non c’è più, venduto dai figli assenti e lontani. Il vero castello, lo si sente dire nel film ed è una citazione di Teresa d’Avila, è il “castello interiore”, la nobiltà d’animo che traspare nei gesti di Vita, una donna del popolo.
C’è una bella casa anche nel film Sentimental Value, e anche lì la casa viene venduta. Non è quella, infatti, che conta, ma il sentirsi a casa, finalmente, dopo anni di incomprensioni: di una figlia con il padre e di un padre con la figlia. Il valore, infatti, suggerisce Joachim Trier – come, in fondo, Edoardo Winspeare – è il sentimento, non la casa cosiddetta di famiglia.
Di ville e castelli di famiglia sono piene le serie televisive, dal Gattopardo ai Leoni di Sicilia, da Downton Abbey a The Crown. Sentimental Value vi si oppone con convinzione, li critica, perché quelle serie sono realizzate solo per stupire e fare cassa, ma sono finzione finta, farlocca, inautentica. La bella villa è come la bella attrice americana Rachel, che certamente avrebbe assicurato successo al film di Gustav, il protagonista, ma che nello stesso tempo avrebbe consegnato tutto all’inautenticità di un film senza sentimenti veri, senza Vita, appunto. Il cinema, invece, secondo Trier e Winspeare, e con il cinema anche la società, dovrebbe ripartire dal sentimental value, quello di un padre per una figlia, ad esempio, o di una donna salentina autentica, come Vita, per una Duchessa rimasta sola.
L’unica cosa che vale veramente è lo sguardo di intesa ritrovata tra Nora e suo padre Gustav, nella scena finale di Sentimental Value. Ciò che vale davvero è scoprire che la preghiera, veramente bellissima, inserita dal padre nella sceneggiatura del suo ultimo film, scritta proprio per lei, Nora, esprime esattamente i sentimenti della figlia: “Qualcuno ha detto che pregare non è davvero parlare con Dio. E’ ammettere la propria disperazione. Gettarsi a terra perché è l’unica cosa che puoi fare. Non è diverso dal giacere col cuore spezzato e pensare... ‘Ti prego, chiamami’. ‘Ti prego, perdonami’. ‘Ti prego, riprendimi con te’ […]. E poi, per la prima volta, mi sono seduta sul pavimento… e ho pregato. Non so a chi l’ho detto, ma l’ho detto ad alta voce: ‘Aiutami, non ce la faccio più. Non posso farcela da sola. Voglio una casa. Voglio una casa’”.
Lo sguardo di intesa ritrovata tra Nora e suo padre Gustav, uscito dalla bolla del suo narcisismo, nella scena finale di “Sentimental Value”
Di quale casa parla qui Gustav, interpretando i sentimenti della figlia? Niente altro che la casa del sentirsi a casa presso il padre, dove qualcuno, proprio lui, il padre, uscendo dalla bolla del suo narcisismo, la chiami, la perdoni, la riprenda con sé, la aiuti, insomma ci sia, finalmente, per lei.

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Anche nel film Una battaglia dopo l’altra, capolavoro di Paul Thomas Anderson, c’è una casa bellissima e fatua: la sede della setta massonica dei Pionieri del Natale, dove aspira ad essere ammesso il capitano Steven J. Lockjaw, per poter poggiare i piedi sulla scrivania con vista su tutta la città. E anche in quel film, di nuovo, vi è il monito a salvare, nella distruzione morale e civile generale, nel fallimento di tutte le battaglie politiche e sociali, almeno una casa, un valore: la relazione di un padre, Pat, con la figlia Charlene.
In “Una battaglia dopo l’altra” c’è il monito a salvare, nella distruzione morale e civile generale, la relazione di un padre con la figlia
Pat non è un padre modello: è alcolizzato, drogato, fallito, impacciato fino al ridicolo. Eppure, è l’unico su cui Charlene può contare. Pat non è il padre biologico di Charlene - lo scopriamo durante il film insieme a lei - eppure è lui il vero padre, perché non la abbandona mai e non smette di cercarla. Charlene lo sa, sa che Pat non è un eroe ma lo ama lo stesso, così com’è. E anche in questo caso, come tra Vita e Didi, come tra Nora e Gustav, la scena madre è, semplicemente, uno sguardo, un abbraccio: una paternità vera anche in assenza di paternità biologica.
In tutti e tre i casi, sorprendentemente, qualcuno c’è per un altro. E questo è il pochissimo che rimane dopo la caduta del comunismo, dopo aver perso tutte le battaglie sociali e politiche, dopo la vittoria di un manipolo di massoni razzisti. Ma questo poco è tutto quello che serve per ricominciare a ricostruire dalle macerie: questo poco è il valore essenziale, è Vita.
La novità qui, quella che sottrae questi bei film al rischio della predica edificatoria, moralista e stucchevole, è che nessun amato è meritevole di esserlo. Non c’è elogio alcuno della virtù del padre o della madre, nessuna mistificazione della famiglia: la Duchessa è, non c’è altro termine, una stronza, nulla a che fare con il Gattopardo; Gustav è un regista narcisista, Pat è un fallito. Eppure, qualcuno c’è per loro, qualcuno li ama ancora.
Non è forse questa la maturità? Non è un amore che resiste alle macerie del disincanto? I figli piccoli idealizzano i genitori, gli adolescenti li criticano, i figli diventati adulti ricominciano ad amarli per quello che sono, con i loro pregi, pochi, e i loro mille difetti.

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Forse potrebbe essere così anche nei rapporti di coppia? Ho il sospetto che, invece, molte coppie nelle società cosiddette avanzate si fermino all’adolescenza: quando i difetti del partner si palesano, basta cambiare partner, ricominciando a idealizzarne un altro, per poi, immancabilmente, rimanerne deluso. L’amore dei coniugi non resiste più al disincanto. Un’amica mi ha girato di recente una canzone insolita, divertente e nello stesso tempo molto profonda. Si intitola: Potevamo fare schifo insieme. Geniale. Potevamo fare schifo insieme, potevamo accettare le nostre reciproche debolezze, e invece siamo andati alla ricerca di partner perfetti: utopia.
Essere qui, esserci per l’altro, amare – diciamola alla fin fine la parola impronunciabile – non è il premio concesso graziosamente a persone perfette. E’ una grazia gratis data. Viene prima di ogni performance estetica e morale, di ogni virtù, anzi riluce meglio nel buio di un padre fallito, di un padre egocentrico, di una duchessa scostante.
A un’unica condizione: che amare sia un verbo, non un sostantivo. Ricordo quando in aereo mia figlia Maria Beatrice ed io tirammo fuori, ognuno dalla sua borsa, il libro che avremmo letto in volo: era lo stesso! Ridemmo divertiti, chiedendoci vicendevolmente a quale capitolo fossimo arrivati di All about love (Tutto sull’amore) di bell hooks. La tesi centrale è proprio questa: l’amore autentico non è un sostantivo, amore, ossia una emozione che capita, che cade dal cielo per caso o per un colpo di fortuna, che oggi c’è e domani non lo sento più, ma è un verbo, amare, cioè un’azione, un fare. L’amore non si prova, si fa. Se non è questo, è una illusione. L’esser qui, l’esserci, dunque, non è il puro star lì, inermi, è, al contrario, fare, agire, è quella meravigliosa attività umana chiamata amare.
E’ qui precisamente il criterio di distinzione dell’amore autentico. Un padre, che sottrae per sempre l’amica del cuore alla figlia, come fa il Conte Istvan in Vita mia, mostra un amore che non si traduce in verbo, in azione. Possiede titoli e castelli ma non ama. Un padre non biologico Pat, che, a differenza della madre Perfidia, in Una battaglia dopo l’altra, fa quello che può per prendersi cura della figlia, cercarla, proteggerla, insomma un padre che fa, ama davvero. Una donna salentina che, in Vita mia, accompagna, sostiene, veste, pettina, porta a passeggio, dorme, abbraccia, gioca e ride con la Duchessa, a differenza dei figli, ama davvero. Un padre che, come in Sentimental Value, scrive la sceneggiatura del suo ultimo film avendo in mente la sofferenza della figlia Nora, ama. Un anziano padre che, piegato dal dolore per la morte prematura di sua figlia, alza la schiena, prende carta e penna e scrive per lei una poesia sublime da distribuire a tutti al funerale, ama.
D’altra parte, secoli prima di bell hooks, precisamente nel XIII secolo, lo aveva già capito e spiegato mirabilmente Tommaso d’Aquino, mentre commentava un passaggio della Metafisica di Aristotele, quello in cui il filosofo greco descrive Dio come energheia. Tommaso aveva sul tavolo due traduzioni latine di quel passaggio: una direttamente dal greco e l’altra dall’arabo. La versione dal greco al latino traduceva energheia come atto: Dio è atto puro; quella dall’arabo in latino, invece, traduceva energheia come actio, azione o attività: Dio è attività pura. Tommaso non ha dubbi: la traduzione dall’arabo è la migliore. Dio è l’Essere, dice, riprendendo il libro dell’Esodo, ma il suo Essere non è affatto statico, bensì è energheia, energia, anzi attività. Essere, in altre parole, secondo Aristotele e Tommaso, non significa “stare” ma esercitare una capacità, ossia agire, fare. Esse est agere.
Nel commentare un passo della Metafisica di Aristotele, Tommaso non ha dubbi: Dio, descritto come “energheia”, è attività pura
Che tipo di attività, viene da chiedersi a questo punto? Per Aristotele Dio era attività di pensiero, pensare. Per Tommaso d’Aquino, come per tutti i cristiani, Dio non è solo pensare ma volere e, anzi, più precisamente volere il bene dell’altro, in una parola: amare. Dio è l’energheia, l’attività dell’amare. Sebbene, dunque, Tommaso non comprese il significato esatto dell’espressione ebraica “Io sono colui che è qui”, egli, tuttavia, intese l’essere di Dio, grazie ad Aristotele, come energheia, come attività. Ed essendo l’attività tipica di Dio quella di amare, ne segue che essere per Dio significa amare.
E per noi? La differenza sta in questo, spiega Tommaso: Dio esercita tutte le sue capacità. Quello che è capace di fare, lo fa. E’ capace di amare, e ama, senza lasciare nulla di incompiuto, di non realizzato. Da noi le cose non stanno precisamente così: non sempre riusciamo a fare tutto quello che potremmo fare. Non sempre riusciamo ad amare come vorremmo e potremmo. Pat non riesce ad amare la figlia come avrebbe potuto. Ama come può, con tutte le difficoltà dell’alcolismo. Gustav, il regista, ama la figlia come può, con le difficoltà del suo narcisismo. Didi, la Duchessa, ama come può, con tutte le durezze e le spigolosità di chi si porta dentro ferite antiche. E forse proprio questo, alla fin fine, è il poco che è tutto: Dio ama alla grande, da Essere perfetto, noi amiamo come possiamo. Perché facciamo sempre un po’ schifo. E Vita è riuscire ad amare ed essere amati mentre facciamo schifo.