Un selfie di fiele e miele. La moneta del nostro narcisismo

Solitario o di gruppo, al comizio o in palestra. C’è pure quello col morto. Il fenomeno del selfismo, tra attività atletica e tragedia

di
18 APR 26
Immagine di Un selfie di fiele e miele. La moneta del nostro narcisismo

La premier Giorgia Meloni al Vinitaly di Verona (foto ANSA)

"Ma che stai a fa” ha detto Giorgia Meloni a un suo fan che armeggiava, forse bloccato dall’emozione, al Vinitaly, per farsi un selfie con lei, nella folla, e lei con la prontezza che le si conosce si impossessava del di lui apparecchio, prendendo in mano la situazione e prendendo pure in mano appunto il telefonone. E con una tattica invidiabile e evidentemente allenata da migliaia di selfie, ha girato, premuto, scattato, autoimmortalandosi con lo sconosciuto. Era una delle prime uscite “in esterna” della presidente del Consiglio dopo il referendum, dopo il terremoto politico coinciso con le molteplici dimissioni, una delle quali causate anche da quella che è la più grande selfista della storia repubblicana, Claudia Conte. Insomma, il selfie è entrato nell’èra della piena maturità, della piena presentabilità. Dopo il secolo breve della storia, è il decennio lungo del selfie. Sembra ieri ma era il 2016, quando in campagna elettorale (perdente) Hillary Clinton si lamentò della “tirannia del selfie”, lamentandosi di tutti quei fan che a fine comizio le chiedevano improvvisamente una foto; un tempo, diceva lei, erano strette di mano, autografi, la gente ti parlava, ti chiedeva cose, adesso lei invece ora era sommersa da richieste di fotografie (e le toccava pure fare lei le fotografie, sottolineò la Cnn). Incredibile la capacità di risultare sempre antipatica della Clinton, e però incredibile anche il suo avere sempre ragione. Perché il selfato celebre, oggi, non deve solo sorridere, bensì essere un provetto auto-fotografo, capace di prendere lui il telefono, scattare, aggiustare l’inquadratura (dev’essere verticale!) come un laureato in cineradiofotografia della Scuola radio Elettra. Vincendo l’emozione del selfante.
Dieci anni fa, nel 2016, una stravolta Hillary Clinton si lamentava del nuovo fenomeno: “un tempo mi chiedevano autografi”
Nel 2017, un anno dopo, “Siamo l’esercito dei selfie” cantava una non indimenticabile canzone di Lorenzo Fragola e Arisa, testo di Tommaso Paradiso. Ancora un anno dopo, nel ‘18, si ebbe in Italia il primo governo selfista della repubblica, il Conte I: quello in cui per la prima volta il selfie prese definitivamente il posto della “agenzia” (non l’agenzia di viaggio ma di notizie, tipo l’Ansa. Un tempo i politici agognavano infatti il “lancio di agenzia”, oggi il lancio dell’iPhone). Era il primo governo Conte, quando l’Italia incolpevole si ritrovò governata da alcuni pionieri selfisti: il ministro delle Infrastrutture Toninelli era specializzato nelle foto in località esotiche e in quelle in palestra, o al mare, comunque a petto nudo, mostrando il fisico scolpito. Salvini si dimostrava invece fin dall’inizio il più grande selfista generalista, specializzato anche nel settore culinario, fotografandosi con birra, Nutella (“Per aiutare gli italiani c’è bisogno di tanta energia...”), funghi appena raccolti (“Non da me”), torta (“Me la merito vero?”), fino al selfie leggendario con nonna Peppina: il 21 agosto 2018 si fotografava con una perplessa anziana in un dirupo. Didascalia: “Ieri è stato notificato il dissequestro della casetta di nonna Peppina, una anziana terremotata marchigiana che la burocrazia aveva “sfrattato” dalle sue montagne, e lei non vede l’ora di tornarci. Fra tante brutte notizie, finalmente ne arriva una buona! Forza nonna, chi la dura la vince”.
Nel 2018 il primo governo selfista della Repubblica. Il ministro delle Infrastrutture Toninelli era campione del selfie da palestra
Oggi tutto questo è normale, ma dieci anni fa, all’inizio del fenomeno, il selfismo suscitò ampie riflessioni. In un saggio intitolato “Citizen Selfie” lo studioso David A. Banks sottolineava come quando il politico fa un selfie con un cittadino si crea una “connessione che va oltre gli adesivi elettorali o i volantini porta a porta: un’immagine unica ma infinitamente riproducibile, che implora di essere condivisa”.
Il selfie con un candidato crea una “diade candidato-sostenitore” mutuamente vantaggiosa: “il sostenitore ottiene capitale sociale e visibilità, il candidato guadagna un’aura di autenticità e accessibilità”. Lo studio cita il caso del (poi) primo ministro indiano Modi, che anche qui pionieristicamente, nel 2014 si fece una foto col simbolo del suo partito davanti al seggio elettorale, cosa vietata (poi, 8 anni dopo, vennero i meloni e le ciliegie “varietà Giorgia” anche qui aggirando il silenzio elettorale, della futura premier italiana, e tra i due tra l’altro c’è grande affinità internettiana. Nel 2023 scoppiò l’hashtag “Melòdi”, Meloni + Modi, per una supposta affinità partita al G20 in India e poi continuata in Puglia l’anno successivo per il famoso G7 salentino).
Vabbè. Secondo lo studio, nel caso del premier indiano, “il dispiegamento tattico dei selfie lo aiutò a trasmettere l’impressione di una persona credibile piuttosto che di un’icona inaccessibile”. Poi però l’accessibilità totale crea guai, oltre a far sembrare talvolta scemo il politico che si presta (e scatta pure la foto): la stessa Meloni oggi è infatti inguaiata dal selfie con quel tale Gioacchino Amico, il tizio dagli occhi sbarrati legato alla camorra che si fece fotografare con lei a un comizio a Milano sette (sette!) anni fa. Il selfie è rimpallato oggi, perché il selfie è come l’intercettazione, è come il pizzino, l’agenda: sembra che sparisca, ma non sparisce mai. L’internet nasconde ma non ruba. E il selfie ritorna anni dopo, ricicciando implacabile alla bisogna, veleggiando sulla nave dei veleni. Una manona lo scatta, e una manina lo tira fuori al momento opportuno. “Esistono decine di migliaia di foto mie con persone che chiedono semplicemente un selfie” si è difesa la premier in questo caso (lo ha scritto in un post con selfie su Instagram, quello della “redazione unica” dei giornali che tramerebbe contro di lei). Certo è inquietante l’idea delle migliaia di foto nell’etere, che vagano, fluttuano, in una bolla di narcisismo, alimentata da queste schiere di selfisti che si spalmano nell’universo terracqueo, direbbe lei. Ma un po’ lo siamo tutti, selfisti. C’è chi si selfa e chi mente. C’è chi si diletta coi politici, e qui la più grande selfista della Repubblica è sempre lei, Claudia Conte, la ragazza che inguaia il ministro Piantedosi. Ogni giorno saltano fuori sue foto con chiunque sia qualcuno tra i palazzi romani, non solo La Russa, Crosetto, Tajani, Salvini, Arianna Meloni ma anche vip generici come Fiorello, Verdone, Elodie, Sting. Alcuni selfie poi sembrano farlocchi, come quello con Silvio Berlusconi o papa Francesco. Ma in questo Conte è una pioniera, forse in futuro con l’intelligenza artificiale ognuno avrà diritto al suo quarto d’ora di selfie pure senza uscire di casa e importunare le celebrità.
Il selfie da viaggio esiste anche nella variante con i dirottatori aerei. E poi c’è il selfie-monstre, tarocco, quello di Claudia Conte con Photoshop 
Ma non c’è solo il selfie con le celebrità, che ha soppiantato il lavoro dei paparazzi, perché ormai siamo tutti paparazzi di noi stessi. Anche le celebrità si paparazzano a vicenda. Anche qui c’è un precedente, la celebre foto di Ellen DeGeneres ai Premi Oscar 2014, in cui la famosa presentatrice si selfò insieme ad altri famosi. Certo è cambiato tutto: se avete visto la serie su John Kennedy Junior e la di lui signora afflitti dai paparazzi nella sensuale New York anni 90, vi ricorderete i turbamenti della di lui malmostosa sorella Caroline, la cui unica missione nella vita era evitare che i figli venissero immortalati dai cinici fotografi. Si noterà quindi l’ironia della sorte nel fatto che oggi il di lei figlio, Jack Schlossberg, che nella serie si vede bambino, è, ormai cresciuto, uno dei più assatanati selfisti e tiktokisti in circolazione, un supergiovane accumulatore di like che adesso si candida al parlamento americano. Tanto valeva allora darlo in pasto ai fotoreporter da piccino (ma forse è la stessa logica delle proibizioni consumistiche, come coi bebé a cui è vietata la tv o la Coca-Cola, che vengon su ossessionati dall’una e dall’altra).

di
In mancanza di celebrità, ci sono altre categorie, perché selfarsi è un’attività atletica, con le sue specialità. Meloni ha l’oro nel selfie da palco, quello con cui a fine comizio, da Atreju in giù, si fa una bella foto inquadrando le folle lì per lei (“hashtag: ben accompagnata” nell’ultima kermesse a Natale). C’è il selfie in palestra, per mostrare er fisico (in gergo, “flexare”); il selfie da viaggio, con sfondi esotici, testimonianza oculare che abbiamo davvero compiuto un viaggio prestigioso, che non siamo chiusi in casa con gli antidepressivi, insomma la versione digitale ed evoluta delle vecchie “cartoline dalle Maldive” che però erano più efficaci: quando chi non si poteva permettere i viaggi pregava sconosciuti in partenza all’aeroporto per quella meta di imbucargli cartoline preaffrancate (ma oggi a Linate allo scalo privato c’è anche chi affitta aerei per il tempo di uno scatto, per fingersi very vip)… A volte il selfie da viaggio può tramutarsi in tragedia o in tragedia sfiorata: come nel 2016 col dirottamento di un volo Egyptair, quando uno degli 81 passeggeri, un tale Ben Innes, si è fotografato con il dirottatore Seif Eddin Mustafa. Il passeggero, terminato senza danni il dirottamento, rispose ai giornalisti stupidi che aveva fatto quel gesto estremo, chiedere il selfie, perché non aveva nulla da perdere; era un suo modo di affrontare, con positività, una situazione avversa (e chissà se i sequestrati nei giorni scorsi nella banca napoletana avranno chiesto selfie ai loro sequestratori: hanno detto comunque che sono stati trattati in maniera molto gentile).
Ma ancora, c’è il selfie in bagno, il “bathroom selfie”; nel 2017 il portavoce del Waldorf Astoria di Dubai supplicò gli ospiti di smettere di farsi selfie seminudi nei bagni dell’hotel — scatenato da un gruppo di modelle russe con foto in vasca da bagno e pose erotiche. “Non vogliamo vedere la nostra geolocalizzazione su foto di ragazze in pose seminude”. Oggi, chissà che deserto in quei bagni. Ma la storia evolutiva del bathroom selfie è sociologicamente precisa: un tempo era considerato imbarazzante — se ti fotografavi allo specchio del bagno, voleva dire che non avevi amici che potessero farlo per te. Oggi è diventato un genere codificato, il bagno offre una sensazione di privacy in cui fotografarsi, in contraddizione diretta con la decisione di condividere l’immagine. Il bathroom selfie ha anche un risvolto politico: negli Stati Uniti, le persone trans l’hanno usato come forma di protesta.
C’è poi la fondamentale divisione tra selfie solitario e di gruppo (il primo serve a veicolare contenuti più intimistici, per messaggi precisi, come appunto Meloni dopo la débâcle referendaria, o in auto nel suo viaggio della speranza tra Qatar e Dubai degli ultimi giorni); oppure denota disperazione (pare che Claudia Conte agli albori della sua carriera collezionasse solo selfie solitari e foto con barrette di integratori e bottiglie di acqua “ionizzata, antiossidante e alcalina. Non posso più farne a meno!”). C’è il selfie al museo, sottocategoria del selfie da viaggio, che spesso causa incidenti e problematiche con visitatori che crollano addosso alle opere (“Un turista volendo fare un meme davanti a un dipinto, indietreggiando in posa come il principe dei Medici ritratto, ha urtato la superficie dell’opera. Il problema di visitatori che vengono nei musei per fare meme o scattare selfie per i social è un dilagante” ha detto il direttore delle Gallerie degli Uffizi). Poi c’è il famigerato selfie da compleanno, che consiste nel postare, per gli anniversari di amici e conoscenti, una propria foto col festeggiato, dove il festeggiato spesso è venuto malissimo, ma che importa, i protagonisti siamo noi.
Una variante del selfie di compleanno è quella, interessante e complessa, del selfie col morto. Il selfie col morto è diverso dagli altri perché ha tempi differenti, da una parte è “lento”, dall’altra richiede grande velocità: è disciplina olimpica che richiede sia lo stacco sia la tenuta da maratoneta. Si basa soprattutto sulla velocità nel tirar fuori proprie fotografie col de cuius famoso, da postare immediatamente su Instagram. Generalmente come per i compleanni il defunto in quelle foto è venuto malissimo e si rivolterebbe nella tomba, ma quello che importa è che sia venuto bene il selfante. L’altro, anche con gli occhi storti, o la bocca deformata in una smorfia, basta che sia riconoscibile. Il selfie col morto prevede archivi benissimo organizzati di foto realizzate anche decenni prima (quando per fotografare serviva una macchina fotografica), scansionate e pronte all’uso. Il selfie col morto è una variante low cost del necrologio, in cui si esprime vicinanza alla famiglia e agli eredi del defunto; il selfie col morto è posizionamento, direbbero a Milano (ma il necrologio costa, il selfie invece è gratuito). Il selfie col morto poi ha un vero e proprio listino prezzi, una gerarchia. Rarissimo per esempio quello con il suddetto John John Kennedy (uno notevole è quello di Silvana Giacobini che recentemente in occasione della serie tv ha postato una vecchia foto di loro due insieme: “Posso dirvi che lui era uno degli uomini più belli che io abbia mai incontrato?”). Ottimo anche il selfie con Gino Paoli. Più si va in là col tempo e più il morto è internazionale e più sale il valore.
Poi alcune categorie si sovrappongono e avvengono anche cortocircuiti selfistici. Un caso deprecabile è il selfie al funerale, sempre più frequente, come quello alle camere ardenti vip, tipo Armani a Milano, o Raffaella Carrà a Roma, ma un caso clamoroso – come si è detto, anche le celebrità si comportano come fan svalvolati - fu ai funerali di Nelson Mandela nel 2013 quando il presidente americano Barack Obama, la premier danese Helle Thorning-Schmidt e il primo ministro britannico David Cameron si fecero un bel selfie di gruppo. Il selfie stragistico è ancora una sottocategoria, come quando Salvini, ai funerali di Stato di Genova per il ponte Morandi, fu molto vituperato per aver fatto un selfie richiesto da una sconosciuta.
Il selfie al museo danneggia le opere d’arte, quello al bagno ha valenza politica. Salvini è da sempre campione del selfie generalista  
Insomma, vasta è la selfistica sotto il cielo. Qualcuno tenta di mettere ordine in questo caos, di imporre regole in questo sabba di autoimmortalamento: il Debrett’s, la bibbia del galateo britannico, ha stilato un vademecum: Non pensare solo a te stesso. Rispetta il contesto (in chiesa, ai funerali, sulle scene di incidenti, il selfie è fuori luogo). Tutela la privacy altrui. Segui le regole del luogo. Non intralciare gli altri. Con i vip, chiedi sempre il permesso — e se esitano, sparisci senza fiatare. E infine: goditi la vita reale, non trasformare il selfie in uno stile di vita. Ma è nello “sparisci senza fiatare” che è concentrato un sano senso comune inglese. Ma del resto, a Cortina per le Olimpiadi, si è assistito qualche mese fa a una scena epica: in un hotel, la principessa Anna, testimonial dell’Inghilterra, richiesta appunto di una foto, ha cortesemente rifiutato con la seguente motivazione: “life is too short to ask for a selfie”, la vita è troppo breve per rompere le scatole a qualcuno per un selfie. La versione british del “ma che stai a fa”, più o meno, vabbè.