L’Anm e l’insindacabilità delle toghe

Neppure gli avvocati possono criticare i pm? Il caso della strage di Modena
6 NOV 26
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Foto Ansa

C’è un curioso cortocircuito scoppiato dopo la strage di Modena. La procuratrice aggiunta della Dda di Bologna, Morena Plazzi, ha escluso l’aggravante terroristica per Salim El Koudri, che si scagliò con la sua auto sulla folla. Deborah De Cicco, avvocato di Giovanni Esposito, fratello di Monica, morta dopo l’attentato, ha contestato la decisione con argomenti giuridici e richiamando le posizioni pubbliche della pm: la sua appartenenza a una corrente progressista e la firma di un appello per Gaza. L’Anm Emilia-Romagna è intervenuta in difesa della pm Plazzi, giudicando strumentali le ricostruzioni sulla sua storia personale e professionale e auspicando un intervento dell’Ordine degli avvocati contro l’avv. De Cicco.
Il principio è curioso: la libertà di espressione vale per i magistrati, ma non per gli avvocati? Se un pm sottoscrive appelli e manifesta le sue opinioni, un legale è legittimato a richiamare quelle posizioni quando contesta l’operato del magistrato. Naturalmente senza sostituire le argomentazioni giuridiche con il sospetto ideologico. Ma non si può pretendere che le opinioni delle toghe siano libere quando vengono espresse e irrilevanti quando vengono commentate. C’è poi un altro paradosso. L’Anm protesta, legittimamente, quando un esponente del governo critica una decisione giudiziaria, perché c’è la separazione dei poteri. Ma ora non va bene neppure se a farlo è un avvocato, per conto di una vittima: scatta la richiesta di un intervento disciplinare. Chi resta autorizzato a criticare i magistrati? L’avv. De Cicco ha rievocato Giovanni Falcone: il magistrato non deve soltanto essere terzo, deve anche apparire terzo. Quando si interviene nel dibattito pubblico, è possibile che questa percezione venga messa in discussione. E’ un rischio di cui i magistrati farsi carico quando decidono di esprimersi. L’autonomia della magistratura è una garanzia per tutti, non uno scudo corporativo. Altrimenti, dietro la difesa dell’indipendenza, si finisce per rivendicare una cosa molto diversa: l’insindacabilità.