Lo scontro
Meloni non firma il Dpcm sugli stipendi dei magistrati: “Dieci volte quello che serve all’autotrasporto”. L’Anm annuncia il ricorso
Palazzo Chigi: il costo complessivo è di circa un miliardo. Il sindacato delle toghe: “Faremo valere i nostri diritti come tutti i cittadini”. Le sentenze di questa estate raccontate ad agosto dal Foglio
18 OTT 26
Ultimo aggiornamento: 17:44

Il governo e i magistrati si scontrano sugli stipendi. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni non intende firmare il Dpcm che dovrebbe sbloccare gli aumenti retributivi delle toghe. Lo confermano fonti di Palazzo Chigi all'Ansa. Gli adeguamenti sono dovuti in base ad alcune sentenze del Consiglio di Stato e valgono circa un miliardo di euro in tutto.
Il nodo è anche politico. Nel Documento programmatico di bilancio il governo ha previsto per il 2027 un fondo sentenze una tantum da 1,9 miliardi, pari allo 0,08 per cento del Pil. Come anticipato nei giorni scorsi dal Sole 24 Ore, la parte più consistente servirebbe proprio a coprire gli adeguamenti dei magistrati. Per Meloni, spiegano le stesse fonti, la cifra è circa dieci volte quella che l’esecutivo sta cercando per rispondere alla crisi dell’autotrasporto. Quella crisi rischia di bloccare la consegna delle merci in tutto il paese. La premier si dice comunque disponibile al confronto. Palazzo Chigi fa sapere che è pronta ad ascoltare i rappresentanti dell’Associazione nazionale magistrati. Secondo Meloni, “la gran parte dei magistrati comprende la situazione e le priorità del momento”.
La replica dell’Anm è arrivata in giornata dal vicesegretario Stefano Celli. “Il governo decide, ma se ci sono dei margini faremo un ricorso”, ha detto. “Utilizzeremo gli strumenti che l’ordinamento ci riconosce per far valere i nostri diritti, che sono gli stessi diritti degli altri cittadini”. Per ora, ha precisato, si tratta di una valutazione: “eventualmente valuteremo il ricorso”.
Lo scontro nasce da un contenzioso che si trascina da anni e che Il Foglio aveva ricostruito già a fine agosto. La base normativa sono due leggi degli anni Ottanta. Prevedono che gli stipendi dei magistrati siano adeguati ogni tre anni, in misura pari alla media degli aumenti ottenuti nel triennio precedente dagli altri dipendenti pubblici. Il meccanismo passa ogni volta per un Dpcm.
I giudici amministrativi hanno però più volte bocciato i calcoli del governo. All’inizio di luglio il Consiglio di Stato, accogliendo il ricorso dell’Anm, ha imposto di rivedere al rialzo l’adeguamento per il triennio 2018-2020. Il Dpcm del 6 agosto 2021 era già stato ritenuto errato sia dal Tar del Lazio sia da Palazzo Spada. Secondo i giudici, i conteggi lasciavano fuori alcune voci del trattamento economico, non includevano tutte le categorie del pubblico impiego e usavano una media ponderata penalizzante. L’Istat ha poi rifatto i calcoli, portando l’aumento dal 4,85% inizialmente previsto al 6,22%. Il 14 agosto il Tar del Lazio ha invece annullato gli atti alla base del Dpcm del 3 giugno 2024, relativo al triennio 2021-2023, che aveva fissato un aumento del 6,69%. Presidenza del Consiglio, Mef e Istat hanno 90 giorni per rifare i conti. Ora il nuovo scontro tra Meloni e l'Anm. Il braccio di ferro si gioca su più fronti. Sul piano giuridico, le sentenze definitive vincolano l’amministrazione. Il rifiuto di firmare il Dpcm potrebbe quindi essere impugnato, come l’Anm lascia intendere. Su quello finanziario, la manovra ha margini stretti. Su quello politico, il governo sceglie di presentare la questione come una scelta di priorità, con le toghe da una parte e i camionisti dall’altra.
