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Graviano e Brusca, i giocolieri delle stragi
Il boss di Brancaccio torna a evocare i presunti affari con Berlusconi, mentre il pentito di Capaci aggiunge nuovi dettagli al racconto del patto tra mafia e politica. Accuse già passate al vaglio dei giudici, contraddizioni e memorie a intermittenza. Ma lo spettacolo della verità a buon mercato continua
12 OTT 26

Giovanni Brusca ordinò di sciogliere nell’acido il piccolo Giuseppe Di Matteo per zittire il padre. Diede il via all’inferno di Capaci. Niente ergastolo per tutto questo
Ohhh, ohhh... lo stupore continua ad accompagnare, per fortuna con sempre minor trasporto, i giochi di destrezza di boss e pentiti, eterni giocolieri delle stragi di mafia. Dopo avere seminato morte e orrore con il tritolo ora straparlano su quel carro carnevalesco che qualcuno si ostina a chiamare giustizia.
Sull’altare della sacrosanta “ricerca della verità” si è sacrificata la ragione. Smarrita o volutamente mandata in letargo di fronte allo spettacolo indecoroso messo a disposizione di chiunque voglia attrezzare una macchina del fango. Invece di smascherare le acrobazie della memoria pianificate a tavolino ci si appella al diritto di cronaca – il grande mantello che protegge le pagine dei giornali e quelle social – per limitarsi a riportare i resoconti baggiani e posticci di un collaboratore di giustizia come Giovanni Brusca o quelli interessati e depistanti di un ergastolano come Giuseppe Graviano. Fredda cronaca, nessuna valutazione: il gioco è fatto.
Partiamo da Graviano, bollato come “totalmente inattendibile” dalla Procura di Caltanissetta, la quale ha spiegato che delle parole del boss stragista non hanno proprio cosa farsene. Valgono zero.
Ma come? I campioni dell’antimafia militante gridano allo scandalo ma balbettano se, ribaltando l’onere della prova, gli si chiede perché mai si dovrebbe dare fiato e credito al mafioso di Brancaccio. La verità è che non importa chi lo dice, ma cosa dice. Vogliono sentirsi ripetere il ritornello di sempre.
L’inchiesta è quella al termine della quale i pm nisseni hanno chiesto di archiviare la posizione di Marcello Dell’Utri, indagato con l’accusa di essere il mandante esterno delle stragi del 1992. Posizione che condivideva con Silvio Berlusconi, nel frattempo deceduto. Mica è una novità. Si è perso il conto del numero di fascicoli aperti, archiviati e riaperti. Tutti sempre chiusi con un nulla di fatto. In piena estate Graviano ha preso carta e penna e ha scritto al giudice per le indagini preliminari di Caltanissetta. Vuole essere ascoltato. La solita manfrina di Graviano. Tempo perso, secondo i pm e pure secondo l’avvocato Fabio Trizzino, legale dei figli di Paolo Borsellino. Si consuma l’ennesimo strappo con lo zio Salvatore, fratello del magistrato ucciso che invece non vede l’ora di sentire cosa ha da dire Graviano.
Non c’è bisogno di aspettare ansiosi e trepidanti. Che si tratti della solita solfa che il boss cerca di spacciare per verità è emerso a Firenze, dove Graviano è salito sul banco dei testimoni al processo nei confronti di Salvatore Baiardo, un tempo gelataio di Omegna, in Piemonte, e favoreggiatore di Graviano, imputato per calunnia nei confronti di Massimo Giletti. Nell’anticamera dello studio televisivo Baiardo gli mostrò una foto che, a suo dire, ritraeva Berlusconi in compagnia di Graviano e del generale dei carabinieri Francesco Delfino. Poi fece marcia indietro ed ecco l’accusa di calunnia contestata ad un altro personaggio in cerca di autore e soprattutto di fama. Baiardo, per intenderci, è colui che raccontò della moltiplicazione dell’agenda rossa di Borsellino, fotocopiata e distribuita in chissà quante copie, e finita in mano a chi la userebbe per ricattare da decenni l’Italia intera.
Giuseppe Graviano è salito sul banco dei testimoni al processo contro Salvatore Baiardo, imputato per calunnia nei confronti di Massimo Giletti
Graviano ha ribadito quanto già detto in altri processi e scritto in memoriali distribuiti qua e là nelle aule di giustizia. Dopo avere precisato di non avere alcuna intenzione di pentirsi, è tornato a parlare di presunti affari tra il nonno e Silvio Berlusconi, di miliardi investiti nelle società del Cavaliere, di una scrittura privata che certificherebbe l’accordo. Non si può liquidare la faccenda inquadrandola nell’eterno scontro fra berlusconiani e antiberlusconiani che resta e resterà per sempre un cul-de-sac. Qui non si tratta di schierarsi con una delle due fazioni. Anche gli avversari del Cavaliere dovrebbero rendersi conto che in ballo c’è la credibilità della giustizia e il bene comune della ricerca della verità.
Graviano ha ribadito il già detto. Dopo aver precisato di non avere alcuna intenzione di pentirsi, è tornato a parlare di presunti affari tra il nonno e Berlusconi
Coloro che pendono dalle labbra di uno stragista – ne celebrano le memorie, invocandone l’audizione e dimenticando gli orrori di cui è colpevole – dovrebbero sapere che Graviano riferisce questioni già passate al vaglio dei giudici, mai provate in anni di indagini e sentenze. Rigurgiti che vengono riproposti in quello che si è trasformato nell’ennesimo processo a Berlusconi (che non può difendersi perché è morto) e Dell’Utri (che un processo per mafia lo ha già avuto ed è stato condannato).
The show must go on ma probabilmente senza Graviano che al termine della testimonianza a Firenze annuncia, almeno fino al prossimo ghiribizzo, di volersi defilare. Tramite il suo avvocato fa sapere che attraversa una fase di riflessione. Ha smarrito l’ondivaga loquacità. Si chiede se sia il caso di continuare a discutere oppure di interrompere ogni rapporto. Evoca “le forze che non vogliono che lui possa chiarire tutto quello che sa e possa raccontare tutte le sue storie e le sue verità”.
Ci risiamo. Ecco gli uomini neri, i servizi deviatissimi, i potenti nelle stanze dei bottoni. Di verità finora ce n’è una sola e va ribadita, senza sé e senza ma, tutte le volte che si presenta l’opportunità. Graviano è stato e resta un mafioso sanguinario che ha ucciso uomini, donne e bambini e ordinato di ammazzare padre Pino Puglisi. Non si è mai pentito, neppure dissociato da Cosa Nostra. Al contrario se ne va in giro a negare di avere compiuto le stragi. Si definisce vittima di un complotto ordito da altri – Berlusconi in primis, in compagnia di qualche pentito – per fregarlo. Nega l’evidenza del suo ruolo nelle stragi. Mente consumando chissà quali vendette personali. E’ pure finito sotto processo per calunnia a Reggio Calabria dove ha detto che il killer Gaetano Grado partecipò all’omicidio del poliziotto Nino Agostino e della moglie Ida Castelluccio. Circostanza smentita da Grado, il quale ha dimostrato che il giorno del delitto era detenuto. Certo si può sempre credere, ed è strano che nessuno lo abbia ancora ipotizzato, che gli abbiamo aperto le porte del carcere giusto il tempo necessario per trucidare il poliziotto che dava la caccia ai latitanti e la moglie incinta. Sprofonderemmo però nel terrapiattismo giudiziario.
Graviano è un depistatore che manda messaggi. Era già accaduto nel 2016, quando fu intercettato nel carcere di Ascoli Piceno mentre parlava con Umberto Adinolfi, il camorrista con cui condivideva l’ora di passeggio.
Ce l’aveva a morte con Berlusconi, che accusava di averlo tradito e fatto marcire in galera dopo che gli era stato chiesto di fare “una bella cosa”. E cioè le stragi, per accelerare la scalata politica del Cavaliere. Graviano sapeva di essere intercettato. Aveva visto gli operai lavorare al nuovo impianto di videosorveglianza. “Sono degli spioni”, diceva Graviano ad Adinolfi. Eppure il boss di Brancaccio parlava, parlava, parlava.
E parla ancora, di tutto tranne del suo essere mafioso. Offra una prova concreta della sua attendibilità. Potrebbe spiegare, ad esempio, come ha fatto a diventare padre. Ufficialmente nel 1996 Giuseppe Graviano e il fratello Filippo – detenuti al 41 bis già dal 1994 – sarebbero riusciti a fare uscire dal carcere le provette con il proprio liquido seminale. Una versione che egli stesso ha smentito nelle confidenze al suo compagno d’ora d’aria: la moglie restò incinta all’interno del carcere. “Dormivamo nella cella assieme”, diceva Graviano. È andata così? Allora dica chi lo ha aiutato.
Visto che parla di investimenti miliardari spieghi come riesce a soddisfare le esigenze economiche della sua famiglia. Qualche anno fa in una pompa di benzina a Palermo i finanzieri trovarono dei fogli di contabilità. Cinque pizzini dentro una scatola di metallo. C’erano le iniziali dei nomi e le cifre degli stipendi. Ventimila euro al mese per Rosalia Galdi e Francesca Buttitta, le mogli dei fratelli al carcere duro.
Da dove arrivavano e arrivano quei soldi? Graviano dica qualcosa di concreto, invece di negare l’evidenza giudiziaria del suo ruolo nelle stragi. Pentirsi è l’unica strada per voltare pagina. Solo dopo si valuterà la sua attendibilità. Con rigore, senza la manica larga del passato.
Lo Stato è abituato “a scendere a patti con il diavolo”. Prendete Giovanni Brusca, che ordinò di strangolare e sciogliere nell’acido il piccolo Giuseppe Di Matteo per zittire il padre collaboratore di giustizia. Meritava il carcere in eterno (neppure ricorda il numero delle persone che ha ammazzato: 100, 150 chissà) ed è un uomo libero. Ha schiacciato il telecomando dando il via all’inferno di Capaci. Niente ergastolo per tutto questo, ma una condanna a trent’anni. Si è pentito in un momento storico in cui c’era bisogno di fare un accordo per contrastare una mafia che sembrava invincibile. Le regole di ingaggio erano queste.
Il punto è che Brusca faceva il giocoliere con la verità anche durante la collaborazione. Le sue dichiarazioni erano zeppe di colpi ad effetto. Invece di richiamarlo e rimproverarlo i magistrati lo premiavano con i permessi per trascorrere il Natale in famiglia.
Il giocoliere Brusca sapeva come e quando dire la cosa giusta. Ha funzionato: lo Stato con lui è stato magnanimo alzando al massimo l’asticella della premialità. Si è passati sopra, come se nulla fosse, alle contraddizioni dei suoi racconti sulla stagione delle stragi. Ad esempio sul papello, la leggendaria lista delle richieste che i corleonesi avanzarono allo Stato per fermare le bombe. All’inizio Brusca disse che Riina gliene parlò dopo la stragi di mafia del ‘92. Poi cambiò idea. Chiese di essere riconvocato perché si era ricordato di averlo appreso a cavallo dei due eccidi Capaci e prima di via D’Amelio. Che, guarda caso, era il canovaccio della trattativa Stato-mafia, naufragata alla prova dei processi, secondo cui Borsellino fu ucciso perché aveva scoperto il patto sporco.
Brusca faceva il giocoliere con la verità anche durante la collaborazione. Sapeva come e quando dire la cosa giusta, e ha funzionato
“Tornato in cella con questo dubbio da lì ho subito ricordato come sono andati i fatti”, disse Brusca, smemorato e senza rossore. Eppure alcuni giudici avevano messo in guardia i colleghi che davano credito al Brusca pensiero in toto. Nelle sentenze bocciavano le “molte oscillazioni” e “una certa improvvisazione” del collaboratore. Niente, la Procura di Palermo allora tirava dritto per la sua strada. Anche perché nel frattempo era saltato fuori il pataccaro Massimo Ciancimino, figlio di don Vito, sindaco mafioso di Palermo, a favoleggiare sul papello. E Brusca non vide l’ora di iniziare il racconto sugli “indicibili accordi” facendo i nomi di Vito Ciancimino e Marcello Dell’Utri.
Per anni, così si giustificò, era rimasto in silenzio per paura. La questione era molto più subdola e fu egli stesso ad ammetterlo, senza accorgersene, quando disse che “le contestazioni che mi venivano fatte dagli organi competenti, di magistrati in particolar modo, per collocare meglio il tempo e sollecitare i miei ricordi. E allora, a forza di ricordare e collocare i punti, io ho potuto collocare la storia del papello e quant’altro”.
La verità è che, come scrisse un altro giudice in uno dei processi in cui fu assolto il generale Mario Mori, Brusca aveva l’abitudine di “arricchire i suoi resoconti di elementi eclatanti, congetture e sintesi, anche confuse e di difficile comprensione”. “Colpa dell’eccesso di interrogatori” che in Brusca “determinò ad un certo punto un inevitabile condizionamento mentale”, scrisse il giudice che assolse l’ex ministro democristiano Calogero Mannino.
Ora Brusca si è rifatto sotto. Dove? Al processo Baiardo naturalmente, dove c’è una enorme finestra spalancata per fare entrare le accuse uscite dalla porta. Baiardo, rimangiandosi la storia della foto, avrebbe favorito il “patto stragista” tra Cosa Nostra e l’allora nascente Forza Italia. Il favoreggiamento aggravato è la chiave per potere risentire gente come Graviano e Brusca.
Al processo Baiardo c’è una finestra spalancata per fare entrare le accuse uscite dalla porta. Avrebbe favorito il “patto stragista” tra Cosa Nostra e Forza Italia
Il boia di San Giuseppe Jato aggiunge elementi alla sceneggiatura. Racconta che gli attentati del ‘92 e ‘93, “nelle discussioni con Bagarella, dicevamo di usarli come strumento politico, come se fossero suggeriti dalla sinistra, in modo tale” da agevolare “Berlusconi, in modo che potessero orientare la sua entrata in politica”. Mafiosi sanguinari e pure statisti, dunque. Questo avveniva nel 1994. Poi a Berlusconi “mandammo una minaccia velata”, cioè “che se non ci avesse dato una mano, avremmo messo altre bombe per metterlo politicamente in difficoltà”. Dei rapporti economici e patrimoniali di Berlusconi con la mafia ricorda solo il chiacchiericcio dei boss. Non sa nulla dei rapporti fra Graviano e Berlusconi, se non il pettegolezzo appreso da Matteo Messina Denaro. Che però è una chicca che alimenta lo stupore. Graviano aveva visto al polso di Berlusconi un orologio da 500 milioni di lire. Giocolieri che ci riprovano, un altro palcoscenico è pronto, nonostante la loro attendibilità sui rapporti fra Berlusconi e la mafia sia stata picconata in altri processi. Ma si sa, le inchieste si possono sempre riaprire. Verranno nuovi giorni di stupore a buon mercato.