il verdetto
Tre agenti egiziani condannati per l’uccisione di Regeni. Ma la verità è un’altra cosa
La magistratura italiana ha cercato in tutti i modi di arrivare a una sentenza, forzando le regole del processo pur di celebrarlo. Si è così assistito a un processo del tutto anomalo, tra imputati assenti (non si sa se vivi o morti), testimonianze surreali e diritto di difesa compromesso

La giudice Simona Calegari, durante la lettura della sentenza del processo Regeni (Ansa/Massimo Percossi)
La condanna a dieci anni di tre agenti dei servizi segreti egiziani per l’uccisione di Giulio Regeni (Uhsam Helmi, Athar Kamel Mohamed Ibrahim e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif) e l’assoluzione del quarto imputato, il generale Tariq Sabir, chiudono un processo nel quale, fin dall’inizio, la magistratura italiana ha cercato in tutti i modi di arrivare a una sentenza, forzando progressivamente le regole del processo pur di celebrarlo. Resta da capire quale “verità” possa consegnare un processo costruito in questo modo. I quattro imputati non erano presenti, non avevano nominato avvocati di fiducia e non era stato possibile notificare loro gli atti. Per consentire che il processo cominciasse è stata necessaria una sentenza della Corte costituzionale dal contenuto piuttosto discutibile. Da allora si è sviluppato un dibattimento che ha ben poco di ordinario.
I quattro imputati non sono mai comparsi davanti alla Corte, non si sa neppure se siano vivi, dove si trovino e se abbiano mai ricevuto notizia del processo. I testimoni sono stati protetti e indicati con lettere dell’alfabeto greco (Alfa, Beta, Gamma, Delta) e in gran parte dei casi si sono rifiutati di venire in aula a riferire, adducendo rischi per la propria sicurezza. I difensori d’ufficio sono stati costretti a difendere persone che non hanno mai potuto incontrare, non hanno potuto citare testimoni, svolgere effettivi controesami, produrre altri verbali che non fossero già contenuti nel fascicolo della procura.
Ma è il castello accusatorio, basato sulle dichiarazioni di testimoni di dubbia credibilità, a mostrare i punti più fragili. Per esempio il teste Delta, uno dei pochi ad avere deposto direttamente in aula, ha raccontato di essere stato arrestato il 25 gennaio 2016, di avere incontrato Regeni al commissariato di Dokki e di averlo poi sentito mentre veniva torturato. Delta ha sostenuto di essere stato messo in macchina insieme a Regeni nel primo pomeriggio, ma secondo tutte le ricostruzioni il ricercatore italiano scomparve invece nel tardo pomeriggio. Delta ha anche detto di essere passato per piazza Tahrir quella mattina e di averla trovata in condizioni normali, quando però all’epoca la piazza era blindata con imponenti schieramenti dell’esercito per impedire proteste.
Poi c’è Gamma, testimone sul quale l’accusa ha costruito uno dei passaggi più importanti della propria ricostruzione: la presunta confessione di Sharif. La circostanza in cui avrebbe raccolto quella confessione è già di per sé surreale: nel 2017, in un ristorante di Nairobi, Gamma avrebbe ascoltato per caso una conversazione proveniente dal tavolo di Sharif, senza parteciparvi e senza registrarla. Eppure, secondo il suo racconto, da quella conversazione avrebbe ricavato una serie di frasi precisissime sulla sorte di Regeni: “Lo abbiamo fatto a pezzi”, “lo abbiamo distrutto”.
Ci sono poi i due ex detenuti palestinesi, presentati come testimoni oculari delle torture subite da Regeni. Anche qui, però, il processo assume contorni discutibili. I due non sono mai comparsi davanti alla Corte e non sono mai stati interrogati dai difensori: a parlare al posto loro sono stati due video, estratti da un documentario di Al Jazeera e proiettati in aula nel novembre 2024. Nei filmati raccontano di avere visto Giulio bendato e ammanettato, sfinito dopo gli interrogatori e portato in cella a spalla dai carcerieri. Ma la Corte non ha mai potuto rivolgere loro una sola domanda, né la difesa ha potuto contestare una sola delle loro risposte. Le loro dichiarazioni sono così entrate nel processo già confezionate.
Stessa sorte per il teste Z, che ha riferito di una conversazione dalla quale sarebbe emerso il presunto depistaggio sul passaporto di Regeni: i documenti di Giulio sarebbero stati portati nella casa degli uomini uccisi il 24 marzo 2016 per far ricadere su di loro la responsabilità del sequestro e dell’omicidio. Anche il teste Z non ha deposto in udienza, affermando di avere timore per la propria incolumità. Anche in questo caso i giudici hanno ammesso l’acquisizione delle sue dichiarazioni rese in fase d’indagine.
Insomma, si è assistito a un processo straordinario, non perché straordinario sia l’esito del procedimento, ma perché straordinario è il modo in cui si è arrivati al giudizio.
La morte di Giulio Regeni esige chiarezza, ma una sentenza non coincide con la verità soltanto perché arriva dopo undici anni di indagini. La condanna dei tre agenti egiziani non basta a trasformare in verità una ricostruzione che questo processo ha costruito pezzo dopo pezzo, superando l’assenza degli imputati, aggirando l’impossibilità di ascoltare alcuni testimoni e affidandosi, in passaggi decisivi, a testimonianze tutt’altro che solide. La magistratura italiana voleva arrivare a una sentenza e ci è arrivata. Il problema è capire se, insieme alla sentenza, sia arrivata anche la verità. Dubitarne è lecito.