La minestra riscaldata di Brusca

L’ex boss è tornato a parlare di Berlusconi e mafia con racconti poco credibili. Più che da mafiosi la cupola di Cosa nostra sarebbe stata governata da raffinati politologi  
10 SET 26
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(Foto Ansa)

Giovanni Brusca è tornato ieri in un’aula giudiziaria, per la prima volta da persona libera, per parlare dei presunti rapporti tra Silvio Berlusconi, Marcello Dell’Utri e Cosa nostra. E, come preannunciato su queste pagine, ha servito la solita minestra riscaldata e poco credibile. Sentito al tribunale di Firenze nel processo contro Salvatore Baiardo, l’ex boss mafioso (autore della strage di Capaci), ha dichiarato che le stragi del 1992-1993 dovevano essere usate “come strumento politico, come se fossero suggerite dalla sinistra”, così da “agevolare Berlusconi, in modo che potessero orientare la sua entrata in politica”. Per arrivare a Berlusconi, ha spiegato Brusca, sarebbe stato contattato da Vittorio Mangano, “per dargli l’incarico”. “Mangano poi ci fece sapere che aveva avuto un contatto, che lo aveva fatto sapere a Berlusconi o tramite Dell’Utri o altri canali, e ci riportò che Berlusconi aveva ringraziato e che quanto prima ci avrebbe dato una mano”.
Brusca ha poi aggiunto che “in un secondo momento gli mandammo anche una minaccia velata qualora l’aiuto non fosse arrivato: avremmo messo altre bombe per metterlo politicamente in difficoltà”. Insomma, più che da mafiosi la cupola di Cosa nostra sarebbe stata governata da raffinati politologi. Ma il problema della testimonianza di Brusca è duplice. Da un lato, non si comprende come l’idea di utilizzare le stragi per “agevolare Berlusconi” si concili con la prospettiva di utilizzarle immediatamente dopo per “metterlo politicamente in difficoltà”. Dall’altro, come abbiamo ricordato ieri, le “rivelazioni” di Brusca sui contatti tra Cosa nostra e Berlusconi sono già state ritenute inattendibili da numerosi giudici. La censura più severa è giunta dal gup che assolse Mannino nel processo sulla trattativa stato-mafia: Brusca, ha evidenziato, tende ad “arricchire le sue dichiarazioni di connessioni tra fatti da lui conosciuti e fatti appresi dai processi e dai mezzi di informazione”. Non proprio una testimonianza su cui fare affidamento.