Brusca torna in aula da uomo libero per parlare di Dell’Utri, ma è ritenuto inattendibile

L’ex boss mafioso che azionò il telecomando della strage di Capaci sarà sentito al tribunale di Firenze come testimone nel processo contro Baiardo. Ma parlerà di un tema sul quale le sue dichiarazioni sono già state valutate come inattendibili dai giudici, cioè i presunti rapporti tra Dell’Utri, Silvio Berlusconi e Cosa nostra

9 SET 26
Tradotto con IA
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Giovanni Brusca (foto Ansa)

Giovanni Brusca torna in tribunale da uomo libero. L’ex boss mafioso che azionò il telecomando della strage di Capaci e che ha confessato decine di omicidi sarà sentito oggi al tribunale di Firenze come testimone nel processo contro Salvatore Baiardo. Sarà la sua prima apparizione pubblica dopo la fine della libertà vigilata nel maggio 2025. E parlerà di un tema sul quale le sue dichiarazioni sono già state valutate come inattendibili dai giudici, cioè i presunti rapporti tra Dell’Utri, Silvio Berlusconi e Cosa nostra. 
Ormai, lo abbiamo evidenziato da tempo, il processo contro Baiardo per favoreggiamento e calunnia aggravata ai danni del giornalista Massimo Giletti (il primo ha negato di aver mostrato al giornalista una fotografia dei primi anni Novanta che ritrarrebbe Silvio Berlusconi insieme al boss Giuseppe Graviano e all’ex generale Francesco Delfino) è stato trasformato dai pm fiorentini nell’ennesimo palcoscenico da cui gettare fango sull’ex premier e il suo braccio destro. Grazie allo stratagemma dell’aggravante mafiosa, infatti, i pm sono riusciti a far rientrare “dalla finestra” l’accusa contro Berlusconi (nel frattempo deceduto) e Dell’Utri di essere i mandanti esterni delle stragi mafiose del 1993-1994: nella surreale prospettiva dei pm fiorentini, Baiardo avrebbe negato di aver mostrato la foto a Giletti per screditare questa ipotesi accusatoria. Così la procura di Firenze è riuscita a ottenere dal tribunale la possibilità di far sfilare in aula alcuni mafiosi simbolo della stagione stragista, come Giovanni Brusca e Antonino Giuffrè (anche lui verrà sentito oggi), Giuseppe Graviano, Gaspare Spatuzza e Cristoforo Cannella.
Come abbiamo raccontato nei giorni scorsi, Graviano ha già fatto sapere che sfrutterà l’occasione per svelare al paese le sue “verità” sul periodo stragista, anche se non si sa quali possano essere visto che è stato ritenuto “totalmente inattendibile” dai pm di Caltanissetta.
Oggi tocca a Brusca, la cui attendibilità sulla vicenda dei presunti rapporti tra Berlusconi e la mafia è già stata pesantemente smentita dai giudici, sia nel processo per concorso esterno ai danni di Dell’Utri sia nel processo sulla fantomatica trattativa stato-mafia. Nel processo contro Dell’Utri, ad esempio, i giudici del tribunale di Palermo definirono le dichiarazioni di Giovanni Brusca come caratterizzate da “fortissima ambiguità” e “in rotta di collisione e in stridente contrasto con alcuni dati processuali incontrovertibili e inoppugnabili”. Il tribunale concluse affermando che Brusca “non aveva voluto fornire uno spontaneo e leale contributo all’accertamento della verità”.
Anche nel processo sulla Trattativa il giudizio dei magistrati sulle dichiarazioni di Brusca fu severo. Nella sentenza che assolse Calogero Mannino, il gup rilevò che Brusca tendeva ad “arricchire le sue dichiarazioni di connessioni tra fatti da lui conosciuti e fatti appresi dai processi e dai mezzi di informazione”, fornendo interpretazioni “ad ampio raggio”. Tanto che nel 2001, durante un interrogatorio, il pm fiorentino Gabriele Chelazzi richiamò Brusca ricordandogli che non doveva comportarsi come “un consulente della procura”, ma limitarsi a riferire ciò che sapeva.
Non è chiaro, dunque, per quale motivo un collaboratore di giustizia ritenuto “inattendibile” sulle vicende che riguardano Dell’Utri e i suoi presunti rapporti con Cosa nostra debba essere chiamato a riferire nuovamente su questi fatti.
La stessa perplessità riguarda il pentito Antonino Giuffrè: nel processo contro Dell’Utri, la Corte d’appello di Palermo evidenziò come, durante le indagini, Giuffrè non aveva rivolto alcuna accusa nei confronti dell’ex senatore: soltanto successivamente, nel dibattimento, Giuffrè aveva attribuito a Dell’Utri la patente di “persona molto vicina a Cosa nostra” e “autore di garanzie politiche in favore dell’associazione mafiosa”. Per queste ragioni, alla fine la Corte “non ha ritenuto di potere attribuire credibilità alle dichiarazioni apertamente accusatorie rese da Giuffrè in dibattimento e in insanabile contrasto con quelle formulate durante le indagini”.
La domanda resta la stessa: quale credibilità potranno avere i racconti di Giuffrè sui presunti rapporti tra Dell’Utri e Cosa nostra? Nessuno lo sa, ma evidentemente non è questo ciò che importa veramente alla procura.