le dichiarazioni
Lavitola: "L'idea della bomba è stata di Gomes Tavares. Volevo solo proteggere Ranucci"
"Gomes mi avvisò che avrebbe fatto a modo suo, io gli avevo dato un mandato in bianco, specificando che non doveva fare male a nessuno". L'amicizia con il giornalista? "Speravo che potesse riabilitare anche la mia figura, un riscatto sociale per me". Cosa ha detto il faccendiere ai giudici del Riesame

Foto ANSA
''L'attentato con la bomba è un'idea di Clesio Gomes Tavares rispetto alla quale mi assumo tutte le responsabilità del caso. Gomes mi avvisò che avrebbe fatto a modo suo, io gli avevo dato un mandato in bianco, specificando che non doveva fare male a nessuno''. È quanto ha sostanzialmente affermato Valter Lavitola, mandante reo-confesso dell'attentato al giornalista Sigfrido Ranucci, nel corso di dichiarazioni spontanee davanti ai giudici del Riesame, secondo quanto riferito dai suoi legali, gli avvocati Sergio e Arturo Cola. L'udienza è durata poco più di tre ore, e il faccendiere si è videocollegato dal carcere di Rebibbia.
''Ho fatto tutto questo per proteggere Sigfrido Ranucci da un attentato del quale avevo avuto notizie. C'era la necessità di proteggerlo, tanto che ho chiamato Ranucci per due mesi per chiedere che la scorta gli fosse rafforzata'', ha proseguito il faccendiere. ''L'elemento importante – hanno dichiarato i difensori al termine dell'udienza – è che il movente politico che la procura ipotizza è insussistente; in base a quanto ribadito anche oggi da Lavitola, Ranucci non ha mai inteso candidarsi in politica e anzi si è spesso lamentato che Lavitola proponesse l'argomento''.
Sempre secondo quanto riferito dai difensori, con Ranucci "c'era un grande rapporto di amicizia e speravo che questo rapporto potesse riabilitare anche la mia figura con un riscatto sociale per me", ha proseguito Lavitola davanti ai giudici. Il Riesame si è riservato di decidere in merito alla richiesta di domiciliari che i legali hanno individuato in un casa in Basilicata nella disponibilità dell'indagato.
I legali del faccendiere: "Per Lavitola scarcerazione o arresti domiciliari"
I due penalisti hanno chiesto la scarcerazione del loro assistito, o in subordine, la concessione degli arresti domiciliari. E ieri hanno depositato una memoria difensiva di 72 pagine ''il cui contenuto sarà oggetto del nostro intervento difensivo''. Prima che Lavitola fosse ascoltato, Cola ha spiegato che la difesa si sarebbe soffermata su tre questioni di diritto, a cominciare dalla inefficacia dell'ordinanza di custodia cautelare, l'aggravante del metodo mafioso e la competenza territoriale. Che, secondo i legali, spetta alla procura di Avellino e non a quella di Roma, "poiché è in terra irpina che l’ipotesi di reato avrebbe avuto inizio".
L'arresto degli esecutori materiali, si legge nella memoria dai legali del faccendiere, "non può aver ingenerato nel Lavitola alcun timore di essere arrestato perché, come emerso dagli atti di indagine e dagli interrogatori dei coindagati, detti esecutori avevano avuto rapporti con il solo Clesio Tavares e non conoscevano l'identità del mandante, del quale, infatti, parleranno in carcere solo dopo la pubblicazione della notizia della perquisizione patita dall'odierno ricorrente". La richiesta della concessione dei domiciliari è inoltre motivata dagli avvocati con il fatto che, "in ragione della sua confessione, il Lavitola è stato aggredito da detenuti, e che circa l'aggressione subita avrebbe redatto una annotazione la Polizia penitenziaria presso il carcere di Rebibbia e avrebbe reso dichiarazioni anche il coindagato D'Avino nel corso del suo ultimo interrogatorio al pm", si legge nell'atto.